Un’amicizia ventennale rovinata e una Carta dei diritti violata. Lo scandalo suscitato dall’editoriale di Ivan Zazzaroni sul Corriere dello Sport, che anticipava la malattia di Sinisa Mihajlovic, rimette in discussione i rapporti confidenziali tra giornalisti e protagonisti dello sport e ci mette davanti a un interrogativo antico e profondo: fino a che punto può spingersi il mondo dell’informazione per ottenere un grammo di visibilità in più?

I fatti sono noti. Mihajlovic scopre di avere la leucemia, lo confida ad amici e parenti e chiede la massima riservatezza sulla notizia fino alla conferenza stampa, convocata per il pomeriggio del 13 luglio. Zazzaroni, direttore – fra le altre cose – del Corriere dello Sport e amico di lunghissima data di Sinisa fin dai tempi della Lazio, non resiste. Il mattino di quel 13 luglio il Corriere sbatte in prima pagina la notizia: “Ansia per Sinisa, serve una terapia d’urto“.

Una mancanza di rispetto plateale, che anche al serbo non va giù. “Volevo darvi io la notizia e ho chiesto riservatezza – esordisce davanti ai microfoni -, ma qualcuno ha rovinato un’amicizia che durava da 20 anni per duecento copie in più“. Un affondo senza mezzi termini che crea un polverone: su Twitter l’hashtag #ZazzaroniOut è ancora oggi in tendenze.

L’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna ha aperto un procedimento disciplinare, ma al di là dell’aspetto burocratico, l’immagine del giornalismo italiano ne esce a pezzi. Il professionista dell’informazione, a quanto pare, è qualcuno che non si fa scrupoli a tradire la fiducia di una persona fragile e su un argomento serissimo pur di far parlare di sè e del proprio giornale.

L’ondata di indignazione ha portato Zazzaroni a rettificare. “Ho fatto il giornalista, non l’amico. Ma oggi non lo rifarei“, ammette in un altro editoriale sul giornale, pubblica alcune chat e chiarisce di essere sempre stato vago sulla malattia e rispettoso della sua gravità.

Ovviamente è una difesa che non regge. Quale amico, se vi chiede rispetto, si aspetterebbe che voi accenniate – in modo nemmeno troppo velato – ai suoi problemi in piazza a tutti? Non è solo la morale a essergli nemica, lo è anche la legge professionale. Il Codice Deontologico sulla Privacy del 1998, all’articolo 10, ordina senza mezzi termini di non pubblicare notizie sulle condizioni di salute di una persona nota, salvo che questa ricopra un alto incarico pubblico o con il suo consenso. Nessuna di queste due condizioni si è verificata.

Della vicenda personale di Zazzaroni e del suo futuro poco ci importa: il CorSport continua a perdere copie e Ivan, se pure venisse licenziato, troverebbe sicuramente un altro appoggio tra le decine di contatti in una vita passata nell’ambiente. Quello che ci interessa di fronte ad atti di questa gravità è soltanto un atto di fiducia – l’ennesimo – da parte dei lettori nei confronti del nostro mondo.

Sappiamo che è complicato, la storia ha dimostrato che noi giornalisti non siamo esattamente tra le categorie più degne di fede. Abbiamo tradito un sacco di volte le aspettative di chi ci legge e di chi ci fornisce le notizie che pubblichiamo, anche davanti a un bicchiere o in amicizia. Ma non siamo tutti uguali. C’è chi crede in un’informazione con dei valori, scritti su decine di carte deontologiche ma soprattutto nel buon senso, e chi crede in un’informazione e basta, a qualunque costo. Noi apparteniamo alla prima categoria. Orgogliosamente.

Stefano Francescato