Da Gastone Paperone a Paolino Paperino, il passo è breve.

Si può riassumere così la rapida decadenza di un’Inter che si era trovata inaspettatamente in testa al campionato a suon di compattezza, 1-0 ripetuti, cinismo a palate e forza del collettivo, ed ora invece è scivolata al quinto posto, con tanto di Milan a fiatare sul collo e staccato un solo punto, proprio grazie a quella compattezza che aveva contraddistinto i nerazzurri, e dalla fine del 2015 li ha abbandonati, esattamente come ha fatto la dea bendata col povero Donald Duck.

Il ko contro la Lazio, con tanto di voci sulla frattura nello spogliatoio e sfuriata di Mancini ai suoi giocatori (rei di non saper fare lo step che porta a ”giocare a calcio”, parole sue), ha segnato infatti il punto di svolta in negativo della stagione di un’Inter ormai giunta sull’orlo di uno psicodramma, che ha il non invidiabile record di punti persi in questo primo scorcio del girone di ritorno: 9 punti in 8 gare (uno in meno del Verona e 16 in meno della Juventus, così per dire) non sono qualcosa di cui vantarsi, soprattutto se ti hanno portato dalle stelle della leadership alle stalle della zona-Europa League, e senza il minimo segnale di risveglio o di orgoglio.

L’Inter del 2016 infatti incarna appieno quella ”sindrome da gattino bagnato” che ha colpito i meneghini nel post-Triplete, ed impaurisce i tifosi: perchè, quando passi dalle vittorie tutte cuore e concretezza a non saper battere Carpi e Verona, c’è qualcosa che non va, ed è qualcosa di grosso. E la sindrome citata poco fa rappresenta la chiave di lettura della sfida persa malamente ieri sera contro la Juventus: una squadra che vorrebbe far punti, non si mette a specchio contro la capolista con un 3-5-2 provato pochissimo in precedenza e con risultati disastrosi (vedi 1-1 col Carpi), schierando un D’Ambrosio imbarazzante ed in questo simile al Paperoga dei fumetti (d’altronde Paperoga e Paperino si sa, girano sempre in coppia), una mediana dalla qualità azzerata ed abbandonando a sè stesse le punte (con Icardi avulso dal gioco), ma mantiene la sua identità e prova a giocarsi la gara per evitare una sconfitta troppo simile nel suo svolgimento a quella della Coppa Italia.

La lezione data all’intera Serie A da quel Bologna che ha messo in difficoltà la Vecchia Signora, a quanto pare, non è penetrata in quel di Appiano Gentile, e così i nerazzurri si sono incartati da soli, con una partita ricca d’errori e buona solo nella primissima parte, nella quale l’unico tiro in porta interista è arrivato dai piedi del subentrato Eder ed al 91′, quando ormai la Juventus aveva iniziato i festeggiamenti per un successo insindacabile e meritato: il gol di Bonucci, con gentile assist del già citato D’Ambrosio, ha segnato il punto di svolta della gara (il rigore procurato e trasformato da Morata su una sciocchezza di Miranda, infatti, ha rappresentato solo la ciliegina su una torta già cotta), e steso mentalmente un’Inter troppo brutta per essere vera, nella quale salviamo solo Alex Telles e l’infaticabile Palacio.

Ma parlavamo prima dell’identità, e forse è proprio questo il peccato originale di un’Inter costruita su misura per un Mancini sempre più manager all’inglese, e che corre ora il rischio di dover cedere molti dei suoi pezzi pregiati in estate (qualora dovesse mancare la Champions): dalla fine del 2014 e dall’arrivo del mister jesino, infatti, i nerazzurri non hanno ancora maturato un gioco definito, ed un modulo che dia quelle certezze necessarie per restare a lungo al vertice e puntare davvero allo scudetto.

4-3-3, 4-2-3-1, 4-2-4/4-4-2, il 4-3-1-2 d’inizio stagione e qualche sprazzo estemporaneo di 3-5-2: in casa nerazzurra s’è visto veramente di tutto, per degli esperimenti che solitamente vengono fatti nel precampionato, e per qualche tempo hanno contribuito anche a mantenere la squadra in testa alla classifica a suon di imprevedibilità e turnazioni al limite dell’inverosimile. Nel momento caldo, però, questo continuo cambiare sistema e uomini ha soltanto contribuito a confondere delle idee già scompaginate nella testa dei giocatori, ed a far montare la polemica intorno ad un Mancini sempre più indeciso e rivoluzionario, ma di contro promotore di alcune scelte inspiegabili, e legate all’esclusione di alcuni uomini da lui espressamente richiesti: in principio era Santon, ora invece tocca a Jovetic e, nonostante lo scampolo di partita di ieri, Ljajic (mentre lasciamo delle riserve su Eder, in panchina solo ieri).

Il montenegrino paga una convivenza quasi impossibile con Icardi, la volontà di accentrare su di sè il gioco di entrambi e (forse) uno screzio col tecnico, e probabilmente lascerà in estate pur avendo l’obbligo di riscatto, trovando un club disposto a rilevarne prestito e cartellino, mentre per Ljajic il discorso si fa più complesso: il serbo è tanto talentuoso quanto a volte indolente, ed inoltre anche qui rientra un fattore legato al riscatto, visto che senza Champions sarà pressochè impossibile confermarlo con gli 11 milioni stabiliti al momento del prestito last-minute. Due giocatori che a giugno potrebbero non far più parte dell’Inter dunque, ma questo non giustifica il loro scarsissimo impiego, soprattutto alla luce della formazione insensata vista ieri: i nerazzurri, con Melo (simbolo della decadenza della squadra: da leader a corpo estraneo e spaesato in poche gare), Medel ed un Kondogbia migliore del consueto, ma comunque lontano anni luce dal talento del Monaco, in mezzo al campo, si sono ritrovati a fare i conti con un’incapacità strutturale di fare gioco, superata solo con l’ingresso di un Perisic frizzante (con conseguente virata al 4-4-2), ma comunque inutile ai fini del risultato.

La confusione tattica di Mancini ha portato alla creazione di una formazione ”provinciale” e con poco costrutto, quindi, e di confusione si può parlare anche per alcuni giocatori. Abbiamo già accennato in precedenza ad un Melo irriconoscibile rispetto alle prestazioni iniziali, ma anche il duo Murillo-Miranda non è esente da colpe in questo lento tracollo dell’Inter: il colombiano, in particolare, ieri ha sfoderato una delle sue peggiori prestazioni, mostrando tantissima insicurezza e non venendo aiutato da un Miranda buono a larghi tratti, ma autore dell’errore che ha portato al 2-0, e da un Jesus sempre migliore come terzino che da centrale, in quello che sarebbe il suo ruolo naturale ed invece lo vede commettere tantissimi errori.

Confusione, errori, sconfitte (5 nelle ultime 11 gare) e tante critiche: l’Inter coriacea d’inizio anno si è sfaldata, ed è diventata un personaggio pirandelliano, sempre più immalinconita dai suoi problemi e da quel ”velo” d’imbattibilità che si è rotto a dicembre, ed aveva già mostrato tutte le sue crepe nel momento migliore della stagione.

Una, nessuna e centomila, ma soprattutto nessuna, questo è il risultato del caos calmo dell’Inter, e chissà se la partita contro una Juventus in disarmo e praticamente già certa del passaggio in finale di Coppa Italia servirà a dare la scossa ai nerazzurri: mancheranno i centrali e probabilmente anche Medel, per una formazione altamente sperimentale (D’Ambrosio può affiancare Jesus in mezzo), che però non dovrà dare attenuanti a chi sogna la Champions, ma in realtà parte dietro alle varie Juventus, Napoli, Roma, Fiorentina e (nonostante i mille limiti dei rossoneri) Milan.

Questione d’identità, quella che manca al club meneghino, ma soprattutto di quelle certezze che un’Inter paperinesca ha perso per strada da tempo, e spera di ritrovare presto…