Ieri l’orgoglio, oggi Leggenda

Erano gli anni di un’Italia ferita da una guerra perduta, macchiata di un’esigua credibilità a livello internazionale, riabilitata solo da una squadra di campioni che si fece simbolo di rinascita – che con i propri record ancora oggi imbattuti, dimostrava al mondo che gli italiani erano ancora in grado di riunirsi sotto la stessa bandiera, con onore e passione.

Erano gli anni del Grande Torino – 10 giocatori su 11 impegnati nella nostra Nazionale, 5 scudetti consecutivi ed un cuore fiero, di colore granata, che ad ogni partita scoppiava di voglia di competere e vincere, con una lealtà e una dignità che appartiene solo ai veri fuoriclasse.

Erano i ragazzi del Toro, capitanati dal fiero Valentino Mazzola e scrissero la storia del calcio – quando il calcio parlava italiano, quando il calcio si giocava più con il cuore che con i piedi.

Era il 4 maggio del 1949 quando scese in campo un avversario che la squadra non avrebbe battuto. Un ingiusto, tragico, inesorabile destino li colse alle 17:05 di quel maledetto giorno: Torino era avvolta da una fitta nebbia e la Basilica di Superga era pressoché invisibile con quelle condizioni meteorologiche – il bollettino richiesto dal pilota indicava nebulosità, intensa, raffiche di pioggia, visibilità scarsa, nubi a 500 metri.

Ricevuto, sta bene. Arriviamo” – ribatte il pilota. Inutile dire che non arrivarono mai.

 

Valentino Mazzola durante un ingresso in campo.

Valentino Mazzola durante un ingresso in campo.

 

Domani i campioni partono per Lisbona. Renato Casalbore, Direttore di Tuttosport

L’aereo era di ritorno dal Portogallo, dove il Grande Torino aveva disputato la propria ultima partita contro il Benfica, all’Estadio Nacional di Lisbona. Francisco Ferreira era il capitano del Benfica e per la sua partita d’addio voleva un grande partner: non c’è da stupirsi che la scelta ricadde sul Grande Torino capitanato dal suo amico Mazzola.
Ferruccio Novo, che era il presidente del Torino, si mostrò da subito in disaccordo alla trasferta lusitana, poiché accadeva in concomitanza con la finale di campionato.

Facciamo così: se a San Siro contro l’Inter non perderemo, andremo in Portogallo” – propose Mazzola e Novo accettò il compromesso.
Il seguito della storia lo conoscete.

Nicolò Carosio – che qualche anno più tardi diventò la voce del calcio – rimase in Italia, trattenuto dalla celebrazione della prima Comunione del figlio. Rimasero a terra anche Ferruccio Novo, il giovane Giuliano, Renato Gandolfi, Sauro Toma.
Mazzola, seppur febbricitante, non avrebbe mai potuto rinunciare alla trasferta – “
I campioni e lo sport vanno onorati degnamente”, aveva detto il Capitano.

E così fece, fino alla fine.

Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta. Indro Montanelli del Corriere della sera.

È morto il Torino”.
Un grido spezzò il silenzio, quando tra le macerie s’intravide la maglia granata – Torino, l’Italia intera fu scossa da un brivido.

A riconoscere i corpi fu chiamato Vittorio Pozzo – pioniere e padre fondatore del calcio tricolore, della maglia azzurra. Pozzo si fece strada in mezzo a mille preghiere che già s’innalzavano al cielo e diede un nome ai cadaveri di quelli che erano stati anche i suoi ragazzi, con il cuore stretto tra i denti – dieci anni più tardi, ricorda quel momento con queste parole:

Su un lato del terrazzo, spazzando tra i rottami, qualcuno aveva già disposto quattro o cinque cadaveri. Erano i corpi, non martoriati, di Loik, di Ballarin, di Castigliano. Li riconobbi, li nominai. Li conoscevo, oltre che dal viso, dagli abiti, dalle cravatte, da tutto. Fu allora che mi accorsi di un maresciallo dei carabinieri, che mi seguiva e prendeva nota di quanto dicevo. ‘Nessuno meglio di lei…’, sussurrò. Fu allora, mentre rovistavo fra i resti di un po’ di tutto che giacevano al suolo, che un uomo più alto di me e avvolto in un impermeabile, mi mise una mano sulla spalla e mi disse, in inglese: ‘Your boys’, i suoi ragazzi. Era John Hansen della Juventus, accorso fin lassù. Non so se piangessi in quel momento. Dopo sì”.

Troppo meravigliosa per invecchiare. Carlo Bergoglio

Forse il destino voleva arrestarla nel culmine della sua bellezza – continua così l’emozionante riflessione che il giornalista, noto sotto lo pseudonimo di Carlin, dedica alla squadra – ormai immortale.

Il giorno del funerale tutta l’Italia ne seguì la radiocronaca, come fosse un’ultima partita e, tra i singhiozzi di tutti coloro (non solo tifosi) che quel giorno seppellivano un pezzo della loro storia, Ottorino Barassi fece un toccante discorso. Si rivolse ai volti dei giocatori defunti, immacolati e sorridenti nei loro ritratti – eroi per sempre. Li premiò uno ad uno, assegnandogli simbolicamente lo scudetto (che poi avrebbero comunque vinto in loro onore i ragazzi della primavera). Quando chiamò il nome di Mazzola disse: La vedi questa bella Coppa? – disegnando nell’aria un’immaginaria Coppa enormeLa vedi com’è bella? È per te, è per voi. È molto grande, è più grande di questa stanza, è grande come il mondo: e dentro ci sono i nostri cuori”.

Questo racconto è dedicato alla squadra italiana più forte di tutti i tempi e alla passione di chi negli anni ne ha conservato e ne conserva la memoria. Perchè il calcio non è solo un gioco”.

Così, si apre la fiction dedicata alla tragedia di Superga, alla morte del Torino e alla consacrazione del Grande Torino sule pagine della storia italiana (non solo calcistica).

Il Grande Torino è una miniserie a due puntate – confezionate come piccoli affreschi carichi di sentimento e colore, dalla regia di Claudio Bonivento – tratta dal libro Il romanzo del Grande Torino di Franco Ossola e Renato Tavella.

Beppe Fiorello, nei panni di Valentino Mazzola.

Beppe Fiorello, nei panni di Valentino Mazzola.


La serie onora con profonda ammirazione la storia del Grande Torino – rappresentandone un commosso tributo.
Ripercorre più o meno fedelmente quegli anni – ripensiamo ad esempio alla scena in cui Mazzola entra negli spogliatoi e confessa ai suoi ragazzi di aver ricevuto un’offerta vantaggiosa dall’Inter, ma i suoi compagni lo convincono a rimanere. Nella realtà le cose sono andate un po’ diversamente: nella propria autobiografia,
Sandro Mazzola pubblica una lettera scritta da suo padre – sono parole di denuncia contro il Torino quelle di Valentino, il quale si è definito addirittura “ingiustamente prigioniero” della squadra di Ferruccio Novo, poiché quest’ultimo non ha mai assecondato il suo desiderio di giocare nell’Inter.

La pellicola è ambientata ai giorni nostri, Angelo Di Girolamo (Ciro Esposito) e la sua famiglia si sono appena trasferiti a Torino – la città della sua squadra del cuore, del suo mito. Angelo sa a memoria tutte le gesta dei suoi campioni e sogna un giorno di poter giocare nel Torino. Ad ostacolarlo ci pensa suo padre, che non transige alcuna distrazione dallo studio – né per lavorare né tanto meno per giocare a calcio. Ma il destino sembra avere altri progetti in serbo per lui: tra i banchi del liceo Angelo incontra e s’innamora di Susanna, figlia del direttore tecnico del Torino – Ernst Erbstein. Questa lo sprona a partecipare al provino da Capitan Mazzola (interpretato da Beppe Fiorello), il cui verdetto cambierà per sempre la vita del ragazzo: poca tecnica ma molto talento. Ed ecco che il sogno di Angelo inizia a prendere forma, e a volare sulle ali delle giovanili del Toro, di quel quarto d’ora granata che Mazzola non riuscirà mai a definirgli: “Non si spiega, è da vivere”, gli aveva detto.
Quel sogno sorvola il bar Vittoria, le tribune del celebre Fila e si arresta poco prima della maledetta trasferta per Lisbona: il ragazzo avrebbe dovuto fare la prima comparsa ufficiale nella squadra proprio in quell’occasione, all’Estadio Nacional di Lisbona, ma per problemi personali non parte e si salva la vita. Rivediamo attraverso lo sguardo di Angelo, l’incredibile ascesa della squadra e la sua tragica fine.

La Federazione Gioco Calcio decide di affidare d’ufficio lo scudetto al Torino, ma il presidente Novo (interpretato da Remo Girone) si rifiuta – vuole conquistarsi quell’ulteriore prestigio mandando in campo i ragazzi della giovanile, tra cui Angelo. Ed è proprio durante quella partita che Angelo vivrà il suo quarto d’ora granata.

Ciro Esposito nei panni di Angelo de Girolamo. Ha appena scoperto "il quarto d'ora granata"

Ciro Esposito nei panni di Angelo de Girolamo. Ha appena scoperto “il quarto d’ora granata” nella partita post tragedia.

Un sogno marchiato granata

È leggenda: quanto il Torino era in svantaggio o Mazzola reputava di essere arrivato ad un punto morto della partita, il Capitano faceva un cenno a Oreste Bolmida – lo storico trombettista dello Stadio Filadelfia, il quale suonava la carica e faceva partire il celebre quarto d’ora granata. Simbolicamente, Mazzola si tirava su le maniche della maglia granata e dava il meglio di sé, ribaltando il più delle volte il risultato a loro favore. Era un altro calcio, erano altri campioni.

Sabato 17 ottobre è stata posata la prima pietra di quello che sarà il nuovo Stadio Filadelfia, la cui inaugurazione è prevista per il prossimo anno. Il nuovo Fila si rifarà parzialmente all’originale, ed allo stesso tempo presenterà tutti i dettami dello stile moderno: con una capienza complessiva di 4,000 posti e due campi – di cui quello principale con il manto naturale, ed un secondo ibrido. Nell’area circostante verrà edificato il Cortile della Memoria, oltre che degli spazi per il Torino F.C., per la Fondazione Stadio Filadelfia ed una foresteria per i giovani calciatori.

Cesare Salvadori, Presidente della Fondazione Stadio Filadelfia ha detto: “Tornerà ad essere la casa del Toro. Sarà il punto di riferimento per la società, i tifosi e chiunque voglia bene al Toro. Ci sarà posto anche per la foresteria: i nostri giovani calciatori potranno vivere, studiare e giocare al Fila”.

E forse qualcuno da lassù potrà tornare a fare il tifo, a casa.

Ricordiamo: Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Giulio Schubert; Arnaldo Agnisetta, Ippolito Civalleri; Egri Erbstein, Leslie Levesley; Renato Casalbore, Renato Tosatti, Luigi Cavallero; Pierluigi Meroni, Celeste Dinca, Celeste Biancardi, Antonio Pangrazi.  Soltanto il cielo, vi dominò.

 

A cura di Alexia Altieri.