Abreu

Un loco è per sempre. Non c’è nulla da fare, basta crearsi questa nomea e poi si annidano leggende intorno alla tua figura, che finiscono spesso con l’oscurare i fatti di campo: lo sa Marcelo Bielsa, ”fagocitato” dalle caratteristiche negative del suo carattere (scontroso, molto esigente sul mercato, a tratti sfuggente: lo sa la Lazio, ma anche il Lille, che non l’ha visto arrivare per ”motivi personali”) nonostante una carriera da maestro di calcio, e lo sa benissimo anche il Loco Sebastian Abreu, che però col tempo ha saputo cancellare tutto con una carriera da giramondo e un record da inseguire.

È una storia di continue ripartenze e ritorni romantici, quella di Sebastian Abreu, che molti di voi ricorderanno per quel ”cucchiaio” nel quarto di finale del Mondiale 2010 vinto dall’Uruguay contro il Ghana (dopo la ”furbata” di Suarez e l’errore di Asamoah Gyan), e dura tuttora dopo 23 anni, 25 club e 11 paesi attraversati all’inseguimento di un record mondiale che ora è ad un passo: il percorso di Abreu, nato il 17 ottobre 1976 e ormai prossimo ai 41 anni, inizia nel 1994, e il passaggio del Loco al Defensor Sporting è già di per sè una ripartenza, la prima delle tante che costituiranno la carriera di Abreu. Non molti lo sanno, ma il giovane Sebastian considerava il calcio come una delle sue passioni, e non la principale: colui che ora gioca da attaccante e gira il mondo, infatti, a 16 anni si dilettava col basket ed era anche nella nazionale giovanile dell’Uruguay, salvo poi farsi espellere dalla Celeste di baloncesto (come dicono gli amici ispanofoni) per aver fatto nottata fino alle 4 con un compagno di squadra. Da lì nasce la nuova carriera di Abreu, che decide di pensare solo al calcio, uno sport in cui se la cava ”benino”, diciamo: un anno dopo, per lui, c’è la Nazionale U17 dell’Uruguay, impegnata con un Sudamericano Sub17 nel quale l’attaccante (cresciuto calcisticamente nel Club Nacional de Minas) incanta, segnando due reti in 45′ e scatenando un’autentica guerra di mercato tra Nacional, Defensor Sporting, Peñarol e Danubio, i migliori club del paese.

La spunta il Defensor, noto per la sua abilità di valorizzare i giovani, e proprio dalla Violeta inizia l’avventura di Sebastian, che poi fa del Nacional il secondo club della sua lunghissima carriera: è una lunghissima storia d’amore, quella col Nacional, che diventerà la kryptonite del Loco Abreu, una società che ritornerà più volte nella sua carriera. Il roccioso attaccante (193cm) vestirà infatti la maglia dei Bolsos per cinque volte (sei se si considera un fugace ritorno da uno dei tanti prestiti), un’oasi di fedeltà in un lungo girovagare: il Nacional avrà in rosa Abreu dal 1996 al 1998, nel 2001, dal 2004 al 2005, nel 2013 e nel 2015, con oltre 60 gol, 5 titoli uruguaiani e una stagione (il 2001) da 16 reti in 18 presenze, e rappresenterà sempre un’isola felice per l’irrequieto puntero, che però lascerà l’Uruguay già nel 1998. Troppo forte il richiamo dell’Europa, quell’Europa che non apprezzerà mai davvero il talento dell’uruguagio, che non riuscirà ad imporsi con la maglia del Deportivo La Coruña (3 gol in 15 presenze), e tornerà nel Vecchio Continente per vestire le maglie di Beitar Jerusalem (club noto per l’oltranzismo dei suoi tifosi), Aris Salonicco e Real Sociedad, nelle cui fila segnerà 11 reti nel 2009, vivendo l’unica esperienza positiva in Europa. Insomma, avrete capito che uno dei punti di forza di Abreu è l’adattabilità, caratteristica innata di un giocatore che ”vuole sfruttare tutto quello che il calcio locale può offrire” ed è ”sempre pronto ad imparare”, anche a 40 anni suonati: nella sua lunga carriera, infatti, Abreu ha giocato in 25 club e conosciuto 11 paesi, lasciando un ricordo in ognuno di loro. Dopo l’Uruguay (Defensor, 5 volte Nacional e Central Espanol negli ultimi mesi), sono arrivati la Spagna (Deportivo e Real Sociedad), il Brasile (Gremio, Botafogo, Figueirense e Bangu, a inizio 2017), il Messico (Estudiantes Tecos due volte, Cruz Azul, America, Dorados de Sinaloa, Monterrey, San Luis e Tigres), l’Argentina (San Lorenzo, River Plate due volte e Rosario Central: con River e San Lorenzo ha vinto il campionato), lsraele (Beitar Jerusalem), la Grecia (Aris Salonicco), l’Ecuador (Aucas), il Paraguay (Sol de America), El Salvador (Santa Tecla, 2 reti decisive per il titolo) e da ultimo il Cile: club e paesi nei quali si è fatto amare da ogni singola tifoseria ”difesa” nel periodo sotto contratto, e ha lasciato il segno.

Il Deportes Puerto Montt come l’ultima (ma sarà davvero l’ultima?) tappa di una carriera da giramondo, ricca di aneddoti e follie, ma anche di certezze: nei 23 anni del Loco ci sono uno spogliatoio condiviso con Guardiola (che svernò per sei mesi nei Dorados), una Libertadores da ”quasi” capocannoniere (6 reti nel 1996) e tante locuras, vissute tutte con il numero 13 come marchio indelebile, anche se Abreu ha vestito in carriera (per brevissimi periodi) anche un anti-scaramantico 17 e l’insolito 113 (nel Nacional). Ma veniamo alle locuras, e agli aneddoti riguardo al Loco: c’è una lunga vulgata intorno ad Abreu, che di certo non ha fatto molto per evitare gli episodi degni di essere raccontati ai posteri. Si parte da un aneddoto risalente al piccolissimo Sebastian, che a 5 anni spaventò l’intera famiglia mettendosi a giocare con una pistola in casa di sua zia, e poi si arriva alla carriera da calciatore, o quasi: immaginatevi un 15enne Abreu che scrive riassunti di partite per un periodico (El Serrano), e si ritrova a dover parlare di un match in cui lui stesso è il migliore del match. Molti si tirerebbero indietro, il Loco no, e allora ecco che il giornale riporta un’intervista firmata da Sebastian Abreu a… Sebastian Abreu! E poi si arriva al resto, e all’origine di quel soprannome, ”Loco”, che ha accompagnato l’attaccante della Celeste per tutta la sua carriera: un apodo nato durante l’esperienza al San Lorenzo, quando il 24enne Abreu arrivava agli allenamenti saltellando al ritmo della cumbia e aveva già accumulato qualche rissa di troppo con avversari e compagni. Ma il soprannome è diventato ”adatto” solo qualche anno dopo, in un periodo a metà tra il Mondiale 2010 e l’esperienza brasiliana col Botafogo: nelle fila del Fogão, Abreu segna 55 reti e si guadagna l’amore imperituro dei tifosi (il Botafogo lo omaggerà con una seconda maglia Celeste, dopo il suo addio) a suon di reti e gesti ”folli”. Il primo arriva in un Botafogo-Avaì del 2011, quando il club perde e Sebastian rincorre un avversario dopo un fallo, scatenando una maxi-rissa, il secondo nel 2012, ed è legato a una grande vittoria.

Il Botafogo (che poi assisterà da spettatore al bacio di una maglia del Fogão in Figueirense-Flamengo, quando Abreu giocava nel club catarinense e voleva provocare l’hincha del Fla) vince 3-2 nel derby contro la Fluminense, e Abreu lascia il suo marchio con due rigori tirati alla Panenka, o alla Totti, se vogliamo tirar fuori la nostra italianità: il primo viene parato dal portiere, col Loco che fa una pessima figura, il secondo invece entra e dà il via alla rimonta del Fogão, che pareggia 2-2 e poi si avvia alla vittoria. Ma a denotare la follia di Abreu è la distanza che passa tra un rigore e l’altro, 2 miseri minuti: una sfida al portiere, perchè ”per tentare un cucchiaio ci sono tre regole: osservare il portiere, correre veloce verso il pallone e giocartela con parsimonia”, come dice lo stesso Abreu, vero e proprio maestro del cucchiaio dal dischetto. E qui ci tocca scomodare il Mondiale 2010, e una gara che è rimasta nella storia per la mano di Suarez sulla linea al 120′, l’errore di Asamoah Gyan e la successiva vittoria dell’Uruguay, tornato in semifinale dopo 40 anni: è proprio Abreu a tirare il rigore decisivo in quel match, ovviamente col Panenka, che spiazza l’estremo difensore avversario e rappresenta uno dei momenti più alti della sua carriera. L’Uruguay chiuderà quel Mondiale al 4° posto, ma nell’anno seguente vincerà la Copa America, ancora con Abreu in rosa: la nazionale è l’altro grande amore del Loco, che vestirà la Celeste in 57 occasioni, segnando 31 reti (6° marcatore nella storia della nazionale uruguagia) e disputando anche i Mondiali 2002.

Uruguay, Nacional, locuras y viajes, l’ultimo dei quali l’ha portato in Cile nelle fila del Deportes Puerto Montt, club militante in Primera B (la Serie B locale) che rappresenterà il 25° approdo di una carriera lunga e stimolante, con oltre 400 gol (il 400° è arrivato a inizio anno, nel Campeonato Carioca col Bangu) in 759 presenze e un record ormai a portata di mano: col 25° club, infatti, Abreu ha eguagliato il record mondiale detenuto da Lutz Pfannenstiel, ex portiere con un passato nelle Filippine che ora fa da capo osservatore nell’Hoffenheim, ma questo non sembra interessargli. ”Non cambio club per questo: se avessi desiderato davvero solo il record, allora non sarei tornato sei volte al Nacional, due volte al River Plate e altrettante al San Lorenzo”: esatto, perchè a muovere Abreu, nonostante i 41 anni da compiere, è solo e unicamente la passione per il calcio, e la voglia di divertirsi come quando era un bambino. E allora ben vengano i personaggi alla Abreu (che nel 2012 vestì uno scarpino nero e uno bianco per fare da testimonial anti-razzismo), e ben vengano quei club come il Deportes Puerto Montt (con cui ha firmato venerdì) che sono disponibili a investire su un giocatore ”stagionato”, ma che ha sempre dato tutto per la maglia, anche a costo di prendersi qualche rischio.

Abreu

Abreu con la maglia dell’Uruguay

(di Marco Corradi, @corradone91)

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