calcio sudamericano

Il calcio sudamericano viaggia sempre sul filo del rasoio. Le disponibilità economiche, eccezion fatta per quelle squadre che si costituiscono un grande budget con blasone, sponsor e cessioni milionarie (Boca Jrs e River Plate su tutte, ma anche Palmeiras, Flamengo Corinthians e San Paolo), sono sempre ridotte al lumicino: i club hanno bisogno di vendere per restare a galla, e più vendono, più devono comprare. È un cane che si morde la coda, e dopo che si è fatto male, cerca di riparare al danno con lo scotch. Ogni anno la situazione è la stessa, e non si va avanti: più si cede, più si acquista. E se i debiti continuano a superare gli introiti, si ricorre agli espedienti: cessioni di percentuali del cartellino agli agenti, accordi-capestro coi fondi d’investimento e/o comproprietà, che oltreoceano sono ancora consentite e ”tollerate” dalla FIFA. Soluzioni che hanno tutte lo stesso e identico problema: se cedi il 50% del cartellino al fondo/agente o al giocatore stesso, al momento della cessione ricaverai solo la metà, e sarai punto e a capo. Perchè la frammentazione dei cartellini non è un’opportunità, come vogliono farci credere tirando in ballo il falso modello del Porto, ma un suicidio finanziario. Ormai sono anni che il Sudamerica intero e i maggiori club vivono su questo sottile filo del rasoio, e che ci sono problemi economici nel cosiddetto ”sottobosco” del continente del futbol.

Non staremo qui a parlare delle situazioni drammatiche dei club che giocano nelle divisioni inferiori, ma ci limiteremo alle Serie A. Il calcio argentino è probabilmente il più ”disastrato”: il contratto collettivo dei calciatori è molto ”lassista” riguardo al pagamento degli stipendi, che negli anni scorsi venivano pagati con mesi e mesi di ritardo. Per farvi qualche esempio, nel 2017-18 i giocatori di Newell’s Old Boys e Colon Santa Fé avevano minacciato lo sciopero dopo che non erano stati pagati per l’intera stagione, venendo costretti a vivere ”alla giornata”. Ma quei club non sono gli unici: lo stipendio in ritardo, spesso anche di 2-3 mesi, è stato a lungo una prassi argentina, anche nell’Independiente di turno. Perchè ogni club argentino ha debiti di sorta, anche gli irreprensibili River e Boca, che infatti appena possono colgono l’occasione di fare laute plusvalenze. L’AFA era chiamata a un giro di vite, e ha deciso di varare un nuovo regolamento nell’estate 2018: il Chiqui Tapia ha istituito una commissione di vigilanza chiamata a indagare sui conti e sui debiti di ogni club. La sintesi era molto semplice: solo i club che si trovavano pienamente in regola con gli stipendi, avrebbero potuto fare mercato in estate e nella sessione invernale. Apparentemente, tutte le società della Superliga Argentina sembravano in regola, e nessun club è stato ”bloccato” sul mercato. Ma l’apparenza inganna, e anche questo stringente regolamento è stato sapientemente aggirato dai club.

ARGENTINA, REGNA IL CAOS-STIPENDI: SAN LORENZO PENALIZZATO, ORA TOCCA ALL’HURACAN?– Il modo per aggirare il nuovo regolamento era tanto semplice quanto ”mendace”: per attestare gli avvenuti pagamenti, i club potevano presentare delle prove bancarie, oppure delle dichiarazioni firmate dai calciatori che confermavano di aver ricevuto gli emolumenti. Ne va da sè che fosse facile evitare i controlli: falsa dichiarazione dei giocatori, e via. Il San Lorenzo ha seguito esattamente questo copione: nei giorni scorsi l’AFA ha fatto un durissimo comunicato, nel quale annunciava di aver penalizzato il già agonizzante San Lorenzo (ultimo con 21pti, che diventeranno 15, ma fuori dal rischio-retrocessione per il promedio) di sei punti. Il Ciclon, infatti, aveva dichiarato di aver pagato puntualmente i suoi calciatori, allegando le dichiarazioni giurate degli stessi giocatori: tutto falso, visto che i successivi controlli hanno evidenziato un dato di fatto, ovvero che il San Lorenzo era indietro di parecchie mensilità. E così, sei punti di penalizzazione e obbligo di non effettuare operazioni in entrata nel mercato estivo 2019.

Ma il CASLA non è il solo club a rischio, visto che presto potrebbe arrivare anche una penalizzazione per l’Huracan. Il Globo paga in ritardo, ma paga, però non lo fa in modo regolamentare: per ovvi motivi legati a normative antiriciclaggio e tasse da pagare, gli stipendi vanno accreditati sui conti dei calciatori tramite bonifico bancario. Il Globo, invece, li paga utilizzando assegni non tracciabili, con l’ovvio rischio di un’evasione fiscale sua e dei giocatori: il metodo è vietato dal regolamento AFA, e il Club Atlético Huracan rischia da tre a sei punti di penalizzazione. E altri club potrebbero seguire Huracan e San Lorenzo, visto che la situazione-stipendi è tutt’altro che rosea: il modello argentino diventerà un esempio per il mondo intero, oppure verrà accantonato a breve? Lo scopriremo, ma è certo che l’Argentina non è l’unico paese ”barcollante” dal punto di vista economico: in Uruguay si vivacchia tra scarse finanze e problemi economici, e anche nel ”ridente” Brasile. Sì, avete letto bene.

JORGE SAMPAOLI STRIGLIA IL SANTOS: ”PEIXE, QUANDO CI PAGHI?”– L’anno scorso la Fluminense, semifinalista della Copa Sudamericana e buona ”competitor” nel Brasileirao, aveva attirato su di sè tutti gli occhi della critica per la sua situazione finanziaria. La Flu non pagava gli stipendi dei giocatori da qualche mese, e molti di loro si sono svincolati dopo aver ”messo in mora” il club: su tutti Gustavo Scarpa, approdato al Palmeiras dopo una querelle giudiziaria che ha letteralmente fatto giurisprudenza a livello sportivo, nel paese della Seleçao. La Flu continua a costruire squadre con budget bassissimi e navigare a vista, e non va meglio nella nobiltà del calcio brasileiro: il Santos che fu di Pelé ha problemi finanziari, che non sono stati sistemati neppure dalle cessioni a peso d’oro di Gabigol (Inter, 28mln) e Rodrygo (Real Madrid, 45mln). Il motivo è sempre lo stesso, la frammentazione dei cartellini: il Peixe è senza dubbio il club che sborsa più denaro ad agenti e fondi d’investimento, tra commissioni-monstre e percentuali dei calciatori cedute a soggetti terzi. E i debiti salgono, ”spingendo” il club a rimanere indietro con stipendi e salari: Zeca l’aveva fatto notare al mondo intero avviando una causa di svincolo che è stata resa ufficiale un anno dopo (ora gioca nell’Internacional), Jorge Sampaoli ha ribadito il problema nella serata di sabato. Il Santos non paga gli stipendi a nessuno, che siano giocatori, staff, impiegati o magazzinieri: ci sono famiglie che non percepiscono un euro da mesi, e allora il Loco si è mosso per evidenziare il tutto ai media: ”Facciamo parte di una famiglia: commissione tecnica, giocatori e dipendenti del club. Tra noi non ci devono essere distinzioni di ogni tipo, e nessuno di noi sta ricevendo lo stipendio. Questo non è giusto. Spero che entro fine settimana arrivi quanto ci spetta: non avrebbe senso se i soldi arrivassero solo a noi, e non agli altri”.

Un autentico ultimatum, che potrebbe anche causare problemi a Jorge Sampaoli stesso, visto che il suo Santos non è partito come tutti si aspettavano (eliminazione in Copa Sudamerica, 2° nel girone del Paulistão: sono in corsa i playoff per il titolo), ma che è necessario: in un paese che viene dato in crescita economica come il Brasile, che vede club come Palmeiras e Flamengo spendere e spandere, queste situazioni sono ancora più intollerabili che nel resto del continente. La malagestione è un problema del calcio sudamericano, troppo ”asservito” alle TPO e ai soggetti terzi che poco hanno a che vedere col calcio: sperare in un giro di vite è pura utopia, e continueremo a raccontarvi questi episodi controversi. Perchè nasconderli sarebbe un peccato mortale, e perchè il giornalismo d’inchiesta è il nostro pane quotidiano…

(di Marco Corradi, @corradone91)

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