Chi mette i soldi?” Questo è il titolo di stamane della Gazzetta, che racconta in modo approfondito la realtà calcistica delle società italiane. Una realtà variegata, dove, al risultato economico del club non sempre concorrono i presidenti immettendo capitale, ma spesso si ricorre all’indebitamento bancario o ad un altro fenomeno, l’autofinanziamento. Negli ultimi anni, infatti, è emerso questo dato importante: molti club di Serie A preferiscono l’autogestione. Che cosa significa? Semplice: con un aumento di capitale rilevante o meno, a seconda del budget in proprio possesso, si riesce a portare avanti un club a livello finanziario e calcistico, attraverso risultati sportivi e buon fatturato, cioè dalla somma dei ricavi delle vendite. Vien da sé, che una squadra come il Chievo Verona, il cui monte ingaggi è inferiore a 7mln, con una cessione “illustre” può benissimo rifinanziare il proprio mercato, senza dover chiedere alla Paluani, sponsor della squadra, e a Campedelli, suo presidente, uno sforzo notevole, con un aumento di capitale. In questo caso, l’Udinese è la maestra del mercato autogestito e, di seguito, spuntano negli ultimi due campionati Atalanta e Sampdoria, senza dimenticare Lazio e Napoli (De Laurentis ha versato solo 16 mln nelle casse del Napoli, ai tempi della serie C e poi nulla). Se dobbiamo cercare, però, la regina, non si può non nominare la Juventus: l’ultimo aumento di capitale è stato nel 2011 (120 mln) e da quell’anno sono cominciati gli utili, dati da cessioni che hanno rifinanziato il mercato bianconero e, soprattutto, dai risultati sportivi, con 6 scudetti e due finali di Champions, tra l’altro.

Ma chi ha speso di più? Senza dubbio Suning: ben 372 mln, divisibili tra i 142 per l’aumento di capitale nel giugno 2016, dovuto al risanamento del passivo lasciato dalle gestioni Moratti-Thohir e 230 mln tra prestiti e versamenti. Una spesa monstre che è servita a far ripartire l’economia dell’Inter, lasciata a piedi dal bilancio malandato degli ultimi anni post Triplete. L’ad Antonello, infatti, il 29 luglio aveva rilasciato queste dichiarazioni: “La proprietà nel breve continuerà a supportarci, ma nel giro di 3-4 anni il club dovrà essere capace di generare le risorse per auto finanziarsi”. Anche la Roma ha faticato molto: se questa estate ci siamo stupiti dalle cessioni “illustri”, dobbiamo pensare che negli anni precedenti le plusvalenze per le quali Sabatini si è vantato recentemente non sono più bastate. E Pallotta, a causa della mancata presenza della Roma in Champions nell’ultima stagione, ha dovuto sborsare 86 mln, 70 di sua tasca e 16 da prestiti.

E il Milan? La strategia adottata da Yi Yonghong è diversa da tutte le altre: nell’assemblea insediativa di maggio è stato deciso un aumento di capitale di 60 mln, ma sono banche e fondi i veri protagonisti: Elliott ha destinato 123 mln al club, 73 per liquidare le banche creditrici e 50 per il mercato. La differenza con Suning e con la Juve è abissale: sono, infatti, soldi presi in prestito, a differenza di quelli che Zhang Jindong ha immesso nel sistema Inter di tasca propria, e, una differenza di strategia esemplare con la Juventus e le altre società autogestite, che mantengono una propria autarchia finanziandosi da sé.

Poi ci sono i finanziamenti degli sponsor: società come il Sassuolo, appoggiata da Squinzi e dunque da Mapei, riceve costantemente soldi per la gestione del palco rosa e amministrativo (26 mln al 31 dicembre 2016) o c’è chi, come la Fiorentina, ha deciso di passare dall’aumento di capitale (ben 221 mln spesi dai Della Valle dal 2002), all’autogestione di questa sessione di mercato: venduti i big e con essi ingaggi pesanti, dentro giocatori giovani, funzionali e con stipendi accettabili. Sembra questa la direzione presa dalle società italiane. Più autofinanziamento e meno sperpero di denaro dalle tasche dei presidenti.

a cura di Matteo Tombolini (@MatteoTomb)

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