A fronte dell’aumento preoccupante dei contagi la Serie A starebbe pensando a una soluzione come quella della bolla attuata dalla NBA per evitare l’incremento dei casi tra i suoi atleti

Il modello americano per fermare il virus

È l’11 marzo quando l’NBA decide di fermarsi a causa dell’emergenza Covid-19 negli Stati Uniti.
La lega americana cerca la soluzione migliore per poter concludere la stagione: si decide di formare una “bolla” al parco Disney World di Orlando in Florida, dove chiudere le 22 squadre rimaste per tre mesi nella speranza di poter fermare la pandemia ormai dilagante nel paese.
Il costo dell’operazione si aggira attorno ai 160 milioni di dollari: non è stato registrato nessun contagio ad Orlando dal 7 luglio (data della ripresa del campionato) fino a ieri quando i Los Angeles Lakers guidati da Lebron James si sono laureati campioni.

Capolavoro americano, ecco la vita all’interno della bolla

Per ospitare le squadre nel parco sono stati allestiti tre grandi resort di lusso. Ovviamente l’ingresso è stato ridotto al minimo: ciascuna squadra poteva infatti portare 36 persone, senza contare inoltre le centinaia di addetti ai lavori a disposizione e una ventina di giornalisti al seguito delle franchigie coinvolte.
Ogni squadra aveva a disposizione una palestra per tre ore al giorno per allenarsi e, al termine delle varie sedute, tutto veniva sanificato con estrema attenzione prima di far entrare i giocatori delle altre squadre.
Tutto è stato organizzato nei minimi dettagli: controlli capillari, colonnine di disinfettanti sparse in tutto il parco e addirittura un dossier dato ai giocatori da studiare con norme e regolamenti da seguire (obbligo di mascherina e tamponi ogni 24/48 ore).
I giocatori non avevano il permesso di uscire dalla bolla, ad accezione di seri motivi familiari: nel caso di uscita dal complesso sarebbero dovuti rimanere in isolamento per 10 giorni prima di avere nuovamente tornare a contatto con gli altri compagni di squadra. L’ingresso ai famigliari dei giocatori è stato concesso invece alla fine di agosto.
La vita dei giocatori all’interno della bolla non era solo allenamento e partite: per tutta la loro permanenza a Disney World infatti gli atleti hanno avuto a disposizione piscine, campi da golf e da tennis, dj set, sale giochi e cinema. Di tutto e di più insomma pur di assecondare le esigenze delle super star e rendere più “normale” una situazione davvero insolita.

È possibile attuare un modello simile per il calcio?

La soluzione americana è stata senza ombra di dubbio un successo e ora anche la Serie A comincia a prenderla in considerazione.
Ci sono però alcune difficoltà per poter attuare un progetto simile nel nostro calcio: oltre al discorso prettamente economico (l’NBA è un altro universo rispetto alla Serie A), la prima cosa da fare sarebbe quella di trovare un posto adatto ad ospitare al proprio interno le 20 squadre del nostro campionato, permettendo ai giocatori di potersi allenare e di poter giocare. Un altro grosso problema l’intreccio tra campionato e  competizioni internazionali con i giocatori che uscirebbero inevitabilmente dalla bolla per poi rientrarci, vanificando il concetto stesso di bolla.
Bolla si-bolla no in ogni caso occorre mettere in piedi linee guida precise e dettagliate cercando di seguirle senza troppe interpretazioni per poter cercare di portare a termine il campionato.