Vicenza è terra di artisti (resa celebre dall’architetto Andrea Palladio, creatore delle magnifiche ville Venete), ma anche terra di campioni, due su tutti Paolo Rossi (cresciuto proprio nel Vicenza) e sopratutto Roberto Baggio. Nato a Caldogno il 18 febbraio 1967, sesto di otto fratelli, cresce con Zico come mito calcistico da emulare e con la fede interista nel cuore. Dotato di sconfinata fantasia e dolcezza nei piedi, predilige il ruolo di fantasista, ma può anche agire come seconda punta.

Viene lanciato dal Vicenza, ma il 5 maggio 1985 la sua carriera rischia di arenarsi prematuramente, complice un gravissimo infortunio al ginocchio durante un Rimini-Vicenza. La Fiorentina, nonostante la gravità dell’incidente che gli è occorso, lo acquista per 2,7 miliardi e deve fare a meno di Baggio per quasi due anni, complice un altro infortunio ancora al  ginocchio.

Il 10 maggio 1987 Raffaello, soprannome coniato per lui dall’Avvocato Agnelli ha dipinto la sua prima tela in serie A, in un palcoscenico importante come il San Paolo di Napoli, davanti a Maradona che quella domenica vinse il suo primo scudetto. La Fiorentina pareggiò 1-1 e Baggio con una punizione ad effetto calciata rasoterra si andò ad infilare nell’angolino beffando Garella.

Nella stagione 87/88, ha qualche dissapore con Eriksson, ma un gol d’antologia alla Scala del calcio nel settembre 1987, in una vittoria della Fiorentina a San Siro con il Milan per 2-0, lo consacra idolo di Firenze

Baggio parte da centrocampo palla al piede, salta due difensori rossoneri, salta anche  Galli in uscita e mette la palla in rete: un gol che esalta le peculiarità del fantasista, come il dribbling, l’estro e la velocità. Firenze e Baggio sono due realtà parallele; proprio nella città del rinascimento, rinasce spiritualmente convertendosi al buddismo e conquistando la nazionale Italiana. Nella stagione 89/90 (l’ultima in maglia viola!) realizza 17 reti in 32 partite, con un gol capolavoro al San Paolo molto simile a quello realizzato al Milan due anni prima. In Coppa Uefa porta la Fiorentina in finale, poi persa con la Juve nella doppia finale. Il fantasista viola creava clamore sia dentro che fuori dal campo, a maggior ragione quando la Juve nel maggio del 90 per 15 miliardi (più il cartellino di Buso) lo acquistò dai viola. La città venne messa letteralmente a ferro e fuoco. A Firenze venne tolta la sua stella, il nuovo Antognoni, in piazza Savonarola (sede della Fiorentina) si accese una vera e propria guerriglia urbana.

Intanto Baggio disputò il mondiale di Italia ’90: partito da riserva con la Cecoslovacchia si inventa un gol d’antologia, con dribbling e fuga! Anche Bruno Pizzul, solitamente composto, perse il suo solito aplomb nell’enfatizzare il gesto tecnico. La prima stagione in bianconero è stata resa famosa dal rifiuto nel calciare un rigore a Firenze, poi sbagliato da De Agostini. Baggio venne sostituito e raccolse una sciarpa della Fiorentina lanciata da un tifoso, indossandola: tale gesto ha spaccato l’opinione pubblica.

Con l’arrivo di Trapattoni in panchina, il triennio 91-94 è stato quello che ha esportato Roberto Baggio nel mondo: gesti tecnici inimitabili, calci di punizione esemplari, dribbling funambolici hanno fatto del codino il Divin Codino. Complice il dominio rossonero, Baggio ha vinto una sola coppa Uefa nel ’93, ma colpi di classe a ripetizione gli hanno permesso di vincere il pallone d’oro nel 1993: l’ultimo italiano premiato con il prestigioso riconoscimento era stato nel 1969 un certo Gianni Rivera.

Nell’estate del 1994 per Baggio si prospetta l’appuntamento con la storia, il mondiale americano di cui Roberto ne è il simbolo designato, vuoi per il riconoscimento vinto l’anno precedente, vuoi perché l’età è quella giusta. Anche se l’inizio è traumatico, nella seconda partita del girone contro la Norvegia, dopo 20 minuti viene espulso Pagliuca, Sacchi opta per una scelta impopolare, sostituisce Baggio. L’Italia si divide in due correnti di pensiero: coloro che stanno con Baggio e coloro che difendono Sacchi. La nazionale arriva (fortunosamente) arriva agli ottavi, dove trova la Nigeria e fino a due minuti dalla fine è praticamente sull’aereo per tornarsene in Italia, ma da un cross di Mussi dalla destra, proprio lui, Roby Baggio, di piatto mette la palla nell’angolino rianimando una nazionale morta e una nazione depressa. Ora il mondiale di Baggio è cambiato: da coniglio bagnato come lo definito qualche giorno prima l’avvocato, ritorna ad essere Raffaello diventando salvatore della patria grazie alla doppietta con i nigeriani, proiettando l’Italia ai quarti. Contro la Spagna un suo gol a due minuti dal termine dei tempi regolamentari, sfruttando un lancio di Signori con dribbling a Zubizarreta, vale le semifinali. Il 13 luglio 1994 è sempre più Baggio show contro la Bulgaria: una sua splendida doppietta stende Stoichkov e compagni, grandissima sorpresa della competizione. In finale il 17 luglio contro il Brasile, nonostante il codino non sia al meglio non può mancare,ma la partita del numero 10 è scialba. Nella lotteria dei calci di rigore, il fantasista con tiro finito alle stelle consegna la coppa ai brasiliani. Da quel giorno il rapporto fra Sacchi e Baggio si incrina definitivamente.

In Italia nel ’94 nasce un nuovo campione, Alessandro Del Piero che porta via il posto a Baggio nella Juve, la quale torna a vincere il campionato dopo nove anni. Per tutta risposta, Berlusconi, dopo anni di inseguimento, il 6 luglio del 9’5 lo porta al Milan. Un trasferimento clamoroso, ma nell’aria da anni Baggio al Milan…

Con Weah e Savicevic va a  formare il tridente delle meraviglie, anche se a Milano deve lasciare la “sua” 10 a Savicevic e prendersi la 18. Con Capello il feeling non è dei migliori: Baggio viene sostituito ben 17 volte in campionato, in quanto il mister non lo reputa integro. A fine stagione realizza 7 reti con qualche perla come il gol da slalomista con la Samp a San Siro, arricchite da uno scudetto, il secondo consecutivo con due maglie diverse. La seconda stagione rossonera, lo vede subire diversi affronti poiché sulla panchina rossonera è ritornato Sacchi con cui non c’era più sintonia dopo la finale di Pasadena. La stagione del Milan è disastrosa: 11° posto, con ritorno di Capello il quale non vuole piu’ Baggio.

Il fantasista di Caldogno ha come obiettivo il mondiale francese, quindi riparte da Bologna, dove realizza 17 reti portando i felsinei in Europa. Con Cesare Maldini, CT della nazionale all’epoca, stipula un patto, ovvero va in Francia a fare la riserva di Del Piero. Baggio accetta, ritrova la maglia numero 18, segna due reti, di cui una su rigore con il Cile, gol fondamentale che evita la sconfitta, 2-2 il finale e sigla il momentaneo 2-0 all’Austria su assist di Pippo Inzaghi. Contro la Francia sfiora il golden gol che ci avrebbe mandato in semifinale, ma la palla lambisce il palo di pochi centimetri.

Nell’estate ’98 passa all’Inter, corona il suo sogno da bambino ma con i nerazzurri sono solo (o quasi) delusioni. Nonostante ciò si ritaglia due notti gloria, la prima con il Real: il 25 novembre ’98, a San Siro, realizza una doppietta nella vittoria per 3-1 dei nerazzurri. A maggio del 2000 con un’altra doppietta regala all’Inter l’accesso ai preliminari di Champions League nello spareggio contro il Parma. Sarà il suo “nemico” Marcello Lippi a convincerlo a lasciare la compagine nerazzurra.

Nel 2000 Mazzone fa di tutto per averlo, Corioni lo accontenta e Baggio riparte da Brescia, in un Brescia da sogno nel quale militano anche Gaurdiola e Pirlo. Baggio adora la provincia, dove vive la sua seconda giovinezza; porta il Brescia in Europa, subisce anche diversi infortuni, ma si rialza sempre e più forte di prima. Questi continui infortuni purtroppo ne minano la presenza al quarto mondiale consecutivo in Corea nel 2002.

Due anni dopo nel 2004 lascia il calcio all’età di 37 anni: Milan-Brescia è la sua ultima recita, miglior teatro non poteva esserci come la Scala del calcio. L’abbraccio con l’ex compagno ed amico Paolo Maldini alla sua uscita dal campo è il sipario della sua carriera, con il Meazza vestito a festa ad applaudirlo.

Baggio, una volta lasciato il calcio, si è ritirato in famiglia, tornando a Caldogno; per un periodo ha collaborato con le nazionali giovanili, sporadicamente è apparso in TV. Da ricordare, però, il giorno del suo 50° compleanno, che l’ex Brescia ha voluto trascorrere ad Amatrice assieme ai terremotati, perché un campione oltre a dei piedi dolci ed educati, deve avere la testa. E il Divin Codino è stato più che un campione.

Chapeau, Roberto Baggio.

Matteo Anobile

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