El Loco Marcelo Bielsa prosegue nel suo periodo di pausa dal calcio (ma potrebbe tornare in panchina col Lille, occhi aperti), ma in Spagna c’è chi non lo sta facendo rimpiangere e si sta guadagnando a pieno titolo la nomea di grande allenatore: per una volta non stiamo parlando di Jorge Sampaoli, ottimo col suo Siviglia, bensì di Eduardo ”El Toto” Berizzo, uno degli allenatori emergenti delle ultime stagioni, che in questo 2016-17 sta ottenendo la definitiva conferma col suo Celta Vigo.

Il tutto seguendo delle orme ben definite, quelle di quel Bielsa che l’ha plasmato da giocatore prima e da allenatore poi: è stato un incontro quasi mistico quello tra il Loco e il Toto, che si sono trovati nelle fila del Newell’s Old Boys, e si sono poi rincorsi e recuperati in tre occasioni durante le rispettive carriere. Non appena Bielsa firma coi messicani dell’Atlas, infatti, chiede subito l’acquisto del 24enne Berizzo (classe ’69), apostrofando il difensore centrale con un serafico e tagliente: ”Per averti qui ho pagato 1mln di dollari, sai di non valerli affatto?”. Una frase pienamente in tono con la personalità del Loco, che vive per stimolare i giocatori e non si scorda di Berizzo neppure nella sua esperienza da ct dell’Argentina: le 11 presenze del Toto con l’Albiceleste vanno ascritte quasi totalmente a Bielsa stesso, che si fida talmente tanto del futuro difensore del Celta (ha vestito la maglia dei Celestes dal 2001 al 2005) da schierarlo in una delle selecciones più forti di sempre. E poi, quando Bielsa diventa ct del Cile nel 2007, avviando quel ciclo vincente che dura tuttora (ed è proseguito col bielsismo 2.0 di Sampaoli e il tatticismo di Pizzi), gli viene quasi spontaneo chiamare al suo fianco Berizzo, che diventa il viceallenatore della Roja e apprende come una spugna quei concetti che ora ha trasportato (rivisitandoli) nel suo Celta Vigo: una squadra che è fatta a immagine e somiglianza di quel giocatore mai domo che era El Toto, che da allenatore si è formato attraverso un grande fallimento (l’Estudiantes, fu esonerato nel 2011 dopo un 15° posto in campionato) e un’avventura sorprendente (vinse l’Apertura 2013 con l’O’Higgins, club cileno allenato per tre stagioni), prima di intraprendere la sfida-Celta.

Una sfida che non era delle più facili, dato che Berizzo arrivava dopo la super-stagione effettuata dai Celtistas con Luis Enrique in panchina (9° posto) ed era stato caricato di grandi aspettative, come spesso capita a chi torna da tecnico in una piazza che l’aveva visto ottenere risultati da urlo da giocatore. Una pressione quasi naturale, per quello che era uno dei leader del Celta che si era trasformato in una presenza fissa nelle coppe europee tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni Duemila: quella squadra era stata capace non solo di tornare in Europa (nel 1998-99) a molti anni dalla prima ed unica apparizione in Coppa UEFA (1971-72), ma di farlo in ogni stagione, ottenendo addirittura un 4° posto nella Liga 2002-03, che era valso al Celta Vigo (premiato nel 2001 come miglior squadra del mondo dall’IFFHS) la qualificazione in Champions League. Una Champions League onorata con l’eliminazione agli ottavi contro l’Arsenal (uscito nel turno seguente contro il Chelsea), ma anche troppo dispendiosa in termini di energie per il club: il Celta infatti riuscì nella triste impresa di retrocedere nello stesso anno, un’impresa al contrario ripetuta anche poco dopo (senza Berizzo) quando, dopo essere tornati in Liga ed aver centrato nuovamente il 6° posto e l’UEFA (out ai 16mi contro il Werder), los Celestes finirono col chiudere il campionato in 18a posizione e iniziare il loro periodo nero in seconda divisione.

Il Celta è infatti riuscito a ritrovare la Liga solo nel 2012-13, iniziando un percorso di crescita continua che ha portato il club a salvarsi con fatica (2012-13) e poi stazionare sempre nelle prime 10, col 9° posto di Luis Enrique, l’8° posto di Berizzo nel 2014-15 e il 6° posto che significava Europa League (10 anni dopo l’ultima qualificazione europea) dell’anno scorso, quando tra l’altro il Celta arrivò in semifinale di Copa del Rey 15 anni dopo l’ultima volta: un fatto che si è ripetuto anche quest’anno, consegnando il bis nelle prime quattro ad una squadra molto cambiata sul mercato, ma comunque rimodellata a immagine e somiglianza del suo allenatore. Che ora (dopo che il Celta ha centrato la doppia semifinale consecutiva, che mancava dal 1926), dopo le strepitose prove col Real Madrid e quella vittoria al Bernabeu (a 10 anni dall’ultima) che ha interrotto la serie-record d’imbattibilità di Zidane a 40 gare, sogna in grande: negli occhi di Berizzo c’è ancora quella finale persa da giocatore contro il Siviglia (il Celta ha una tradizione drammatica: 4 sconfitte in altrettante finali di coppa), e dato che tra le papabili avversarie (con Atletico e una tra Barcellona e Real Sociedad) c’è anche l’abbordabile Alaves, perchè non sperare nella vittoria della Copa del Rey 2016-17 e nel primo trofeo sulla panchina del Celta Vigo?

Un trofeo che andrebbe ad avvalorare definitivamente una carriera da astro nascente della panchina, vissuta con l’intensità di chi firma solo contratti annuali come il suo maestro (ed è nel mirino dell’Atletico, con Juric, per un eventuale dopo-Simeone), perchè l’esaurimento dell’entusiasmo iniziale o il bisogno di un nuovo stimolo, per chi allena, è sempre dietro l’angolo. Ma, nonostante questo e nonostante un mercato non sempre soddisfacente (capita, quando chiedi un 10 e un portiere, e nel gennaio 2016 ti arrivano solo giocatori offensivi), che in estate l’ha privato di Nolito e gli ha portato tra gli altri Giuseppe Rossi (mera comparsa al Balaídos) e Roncaglia, il Celta Vigo di Berizzo è un piccolo capolavoro e una pura espressione del bielsismo: dal suo maestro, il Toto ha preso l’idea di un futbol offensivo e spregiudicato, sempre a metà tra il successo e il fracaso (in 119 gare, il Celta ha segnato 171 gol e ne ha subiti 164: ben 52 le vittorie, con una media-punti di 1.56), modificandolo però con l’aggiunta di uno spirito che può ricordare quello del Cholo Simeone ed è pienamente identificabile nella garra argentina. Un bielsismo 2.0, che risponde all’idea di riprendere i concetti del Loco e rielaborarli a propria immagine e somiglianza: il 4-2-3-1 di Berizzo (utilizzato in alternativa al 4-3-3, con qualche ”episodico” 4-4-2 o 3-4-3) si discosta molto dall’anarchico 3-3-1-3 di Bielsa, e vive attraverso una pressione altissima ed estenuante quando non si ha la palla, e una fiducia cieca nel talento dei suoi giocatori, che sono liberi di esprimersi e spesso ritrovano proprio a Vigo una condizione di forma che non si era mai vista.

”Fantasia” è una delle parole chiave nel gioco dell’argentino, insieme a ”concentrazione” ed ”applicazione difensiva”: due concetti chiave per chi fa della marcatura definita (da Berizzo stesso) ”a uomo per zone” (contraddizione solo apparente) un mantra. Di fatto, ognuno dei giocatori si prende in carico un rivale quando la squadra ha perso palla, un rivale che però non è fisso, ma stabilito dalla zona di campo e in modo scientifico, perchè ”se troviamo l’esterno destro a difendere sulla fascia sinistra, significa che qualcosa non ha funzionato”: e per fare questo serve una concentrazione ai limiti dell’irreale, ben visibile nelle prestazioni di Nolito col Toto in panchina. L’ex Barça correva come un disperato nella fase difensiva, ma la preparazione atletica di stampo bielsista gli consentiva anche di essere lucido sottoporta e servire assist a profusione: in confronto, il Nolito guardioliano è un gattino impaurito, e questo è uno shift d’atteggiamento che si riscontra in molti giocatori passati per Vigo e finiti sotto le mani dell’argentino. L’ultimo, lampante esempio è Iago Aspas, finito nel dimenticatoio dopo le esperienze deprimenti con Liverpool e Siviglia, e rinato con la maglia del Celta: è lui il leader tecnico di una squadra che ha moltissime alternative in ogni ruolo (e raramente schiera lo stesso 11), e l’ha visto diventare nel 2016-17 il giocatore più in forma della Roja iberica a suon di gol e assist, strappando il posto in attacco a Guidetti (ma spesso i due giocano insieme, con Aspas a destra nel terzetto alle spalle dello svedese, completato da Wass e Bongonda) e timbrando il cartellino 11 volte nella Liga (in 18 gare) e 15 volte nelle 25 gare totali della stagione (con 6 assist, e segnando anche nel 2-1 al Real).

Di fatto, un gol ogni 119′, che lo rende, insieme ai mediani Radoja e Marcelo Diaz (proprio il Chelo, leader del Cile di Bielsa), a Hugo Mallo e a Cabral, uno dei giocatori imprescindibili di una squadra che è capace di cambiare pelle di gara in gara e sopperire alle assenze: perchè il grande lavoro di Berizzo, oltre che a livello tattico e tecnico, è soprattutto mentale e psicologico. Come quel generale della Prussia che, durante i negoziati con le truppe napoleoniche, rispose alle parole dell’omologo francese (”le nostre perdite sono state inferiori delle sue”) con un serafico ”il suo esercito, però, non è comparabile per numeri, armi e organizzazione col mio”, risultando il vincitore morale del concordato di pace, Berizzo ha inculcato nei suoi una mentalità forte e imperturbabile al grido/mantra di ¡Senores, que somos el Celta!: il suo Celta è più forte delle disparità tecniche e di valore economico con l’avversario, come ha dimostrato dominando col Real nell’andata al Bernabeu e soffrendo al ritorno nel 2-2 che è valso la semifinale, oppure con la vittoria esterna del 2015-16 contro il Barcellona al Camp Nou (una vittoria che mancava da 73 anni: Berizzo fa continuamente la storia del club) e la roboante partenza (3-0 al 45′) nel 4-3 finale di ottobre. Perchè, come dirà Berizzo stesso dopo il passaggio del turno contro i blancos, ”siamo inferiori rispetto al Real, ma comunque forti. I miei giocatori mi hanno fatto credere che possiamo vincere qualsiasi cosa”: e infatti non è raro trovare dichiarazioni in cui il Toto parla del sogno di vincere la Liga o un qualsiasi trofeo (occhio all’Europa League, il Celta giocherà i 16mi contro lo Shakhtar), perchè la sua squadra non vive di stipendi fuori portata o primedonne strapagate, ma dei sogni di un gruppo granitico, che ha dato risposte positive persino dopo l’Orellana-gate.

Il cileno, da titolarissimo della squadra, è diventato dopo alcuni atteggiamenti sgraditi e poco professionali un sopportato in casa (sta per andare al Valencia), ma il Celta non ha risentito nè dell’assenza sua, nè di quella di Beauvue (out per un infortunio al tendine d’achille), nè dei tanti infortuni dei titolari (su tutti Pablo Hernandez, il diez alle spalle di Aspas nella sfida del Bernabeu) e del portiere-talento Ruben Blanco (classe ’95), riuscendo sempre ad andare col cuore oltre l’ostacolo, potenziando il suo reale valore, e non mollando mai la sua forza d’animo e le sue idee di calcio: idee perseguite fino alla fine contro il Real Madrid, che ha battuto il Celta nella Liga solo all’87’ (gol di Kroos) e poi è caduto sotto i colpi dei Celtistas in Copa del Rey. Un passaggio del turno che è frutto dell’atteggiamento al Bernabeu, quando il Celta non si è minimamente curato del fatto che il Real avesse appena segnato sei gol in due gare al Siviglia (eliminandolo), e ha giocato a viso aperto contro tutto e tutti, anteponendo l’illusione e la convinzione mentale di poter battere chiunque al proprio valore reale. Un motto, il ”mai tirarsi indietro, mai arrendersi”, che ricalca i precetti inculcati dal Loco alle sue squadre, e lo stesso vale per quei discorsi sul valore economico dei suoi giocatori o sulle sconfitte che avevamo citate in precedenza. Il Bielsa del Newell’s, dopo un ko, catechizzò i suoi con un discorso diventato celebre: ”Dovete accettare l’ingiustizia, perchè tutto di riequilibrerà: non protestate, ma fortificatevi e crescete, perchè giocando così otterrete ciò che meritate”.

Un mantra riveduto e corretto da Berizzo, che ha trasformato il suo Celta (8° nella Liga a metà torneo, a 4 punti dal Villarreal), in una macchina inarrestabile nelle coppe e non solo, dato che prima del ko di settimana scorsa contro la Real Sociedad, los Celestes venivano da 5 successi di fila tra Liga e Copa del Rey: è una rivoluzione silenziosa e funzionale, quella del Toto, che va ad opporsi col suo Celta (sostanzialmente immobile nel mercato invernale: è arrivato solo l’ex Rayo Jozabed) a quel mantra tanto caro al madridismo, quel ”sin titulos no hay paraiso” che Bielsa e i suoi discepoli combattono dall’inizio dei tempi. L’eredità del Loco e l’applicazione psicologica di Mourinho, con una spruzzata di cholismo e una convinzione cieca nei mezzi suoi e della squadra: sono queste le caratteristiche chiave di Berizzo, un tecnico che potrà fare molta strada da qua in avanti a suon di calcio offensivo e risultati sorprendenti.

Il primo titulo, per lui, potrebbe arrivare proprio col Celta Vigo in questa stagione ma, anche se El Toto dovesse fallire, siamo certi che non manca molto prima di vederlo su una panchina di prestigio…

(di Marco Corradi, @corradone91)

PER TUTTE LE NEWS E GLI AGGIORNAMENTI SEGUICI SU: AGENTI ANONIMI