Intervistato da SportWeek, Kevin-Prince Boateng si è raccontato a 360°, parlando del suo passato al Milan, del suo futuro ma anche del suo presente al Sassuolo, senza dimenticare tanti aspetti della sua vita privata.

Queste le sue dichiarazioni:

“Una domanda che mi aspettavo, avrei voluto o non mi è stata fatta? Nessuno mi ha chiesto: come stai? È la domanda più importante di tutte, ma di solito si fa tanto per attaccare discorso o strapparti una maglietta o un biglietto per la partita. Io, se chiedo a qualcuno come sta, lo faccio invece perché mi interessa davvero saperlo. Cosa è stato il Milan per me? Crescita, esperienza e rock ‘n roll. Chi era il leader dello spogliatoio? A volte serviva che fosse Ibra, a volte che fossi io. Ma ce n’erano tanti: Pirlo, Nesta… Io ero il leader dei giovani, di quelli più svegli. Uscite serali? io sono uscito pochissimo! Se guardo indietro, mi accorgo che avrei potuto divertirmi molto di più: era propriI il mio momento, ero un idolo, avrei potuto approfittarne… Ibra il più forte col quale ho giocato? No. Lui mi ha insegnato il significato della parola ‘professionismo’ e a tirare in porta, ma il più forte è stato Ronaldinho. Cosa vuol dire invece essere leader al Sassuolo? Significa innanzi tutto dimostrare qualcosa sul campo. Nel nostro mondo parlano in tanti, ma la squadra ti segue e ti rispetta se fai i fatti, non se apri bocca. Io non sono mai arrivato in un gruppo annunciando: da oggi il leader sono io. Sono gli altri a darmi questo ruolo, e a me sta bene. Io tratto i compagni in maniera differente a seconda del carattere di ciascuno: c’è quello che ha bisogno di coccole e quello che ti ascolta solo se alzi la voce. Per me questo vuol dire essere un vero leader. Idolo da bambino? Muhammad Ali. Non solo perché era lo sportivo migliore al mondo, ma per ciò che ha rappresentato per tanti, me compreso: ci ha convinti che possiamo ottenere quello che vogliamo. Ci sono riuscito? Sì. Il mio obiettivo è sempre stato quello di rendere migliore la vita delle persone che mi stanno intorno. Ho sfruttato fama e ricchezza per questo. Che effetto fa ritrovarsi nel Sassuolo e davanti a poche migliaia di tifosi? Mi dà tanta soddisfazione. Le realtà piccole sono spesso le migliori, perché hai veramente la sensazione di conoscere chi ti sta vicino. Nel grande club è tutto più dispersivo. Dicono: ‘Il nostro gruppo è come una famiglia’,ma non è mai così. Troppe teste, troppi interessi diversi. Qui invece siamo pochi e tutti ragionano come fossero una persona sola. In più, si vive bene, si mangia da dio, abbiamo un bello stadio, adesso stanno costruendo un centro sportivo tutto nuovo… C’è poca pressione? Vero, ma per questo c’è De Zerbi, un mister che va a due mila all’ora. Passare da San Siro a Reggio Emilia? Mi sta bene: ci sono meno persone che fischiano se non gioco bene. In questo momento della mia carriera avevo veramente bisogno di un po’ di tranquillità, di concentrarmi solo sul calcio e non sulle cose intorno. Chi mi ha sorpreso al Sassuolo? Sensi. Somiglia a Verratti. Lo curo da vicino perché voglio che esprima per intero il suo potenziale. Cosa manca a Berardi per diventare davvero grande? Non tanto. Forse, gli stimoli per avere ogni giorno la voglia che mette in partita. Ma né io, né nessun altro possiamo aiutarlo. Deve farcela da solo. L’amico del cuore al Milan? Ne ho lasciati molti, ma del cuore nessuno. Nel calcio gli amici cambiano velocemente. Io ho due amici veri, e sono già tanti: il mio procuratore Edoardo Crnjar e Patrick Ebert, che gioca nella Serie B tedesca. Il ricordo più bello al Milan? Lo scudetto nel 2011. Il più brutto? Lo scudetto perso l’anno dopo per colpa del gol non visto di Muntari contro la Juve. Perché ho detto sì al Sassuolo? Perché,avendoci giocato contro quando ero al Milan, ricordo che la squadra ha sempre praticato un buon calcio. Ho ancora nella memoria un gol di Duncan con una botta al volo su calcio d’angolo. E poi, non potevo dire di no: De Zerbi mi chiamava otto volte al giorno. Per convincermi a venire? No: per ordinarmelo. Dove sono andato a vivere? A Modena. Mi avevano detto che è una città carina e ho scelto quella. E’ questo il Paese dove voglio veder crescere Maddox? Sì. Resterò qui anche dopo il calcio. Con Melissa e il bambino vivremo a Milano. Che peso ha avuto mia moglie nella scelta? Zero. Ho pensato al bene della famiglia, e il bene della nostra famiglia è in Italia. Cosa fare a fine carriera? Voglio giocare ancora tre-quattro anni, poi ho già tutto in testa: mi occuperò dei giovani calciatori, quelli a inizio carriera. Non so ancora se come procuratore o mental coach, ma voglio occuparmi di loro in qualsiasi maniera: le scelte professionali, i guadagni, la loro crescita come calciatori e uomini. Quando ero giovane io nessuno si è occupato di me, della mia vita. Sì, da ragazzo mi hanno permesso di firmare un bel contratto, ma poi? A me serviva parlare, capire. Invece coi primi soldi sono andato fuori di testa. Se sono tornato per dimostrare di essere in grado di giocare ad alto livello? L’ho già dimostrato. Sento parlare della rinascita di Prince… L’anno scorso ho vinto la Coppa di Germania, in Spagna l’anno prima ho giocato 25 partite con 10 gol e 5 assist, sono stato premiato per il gol della stagione e inserito nella formazione ideale del campionato. Perciò, non sono rinato adesso perché non ero morto prima”