L’attaccante campano della Sampdoria, Fabio Quagliarella, ha rilasciato una lunga e interessante intervista a Il Corriere dello Sport. dove si è aperto e si è raccontato fra passato, presente e futuro.

Sulla sua infanzia e la sua passione per il calcio: “Mio papà e mio fratello seguivano il calcio tutto il giorno, tifosi della Juve Stabia e del Napoli. Mio papà aveva due abbonamenti. Nella mia stanzetta c’era il poster del Napoli. In particolare quello di Maradona, naturalmente. Io sono cresciuto così. Ricordo la prima volta allo stadio, ad una partita della Juve Stabia, l’ho passata a guardare tutto ciò che mi stava intorno: i tifosi, i colori, il prato, le maglie. Fissavo le facce, le espressioni che la gente faceva ad ogni azione. Non posso dimenticarle. Ai miei tempi c’era solo ‘Novantesimo minuto’ e bisognava aspettare le sei del pomeriggio per vedere i gol, una cosa inevitabilmente fredda. Invece allo stadio era tutto un susseguirsi di emozioni. E ricordo quando Diego era a Napoli: un sogno; lui ci ha aiutato ad essere più orgogliosi di essere napoletani.”

Su cosa ha rappresentato Diego Armando Maradona per lui e per la città: “E’ stato motivo di orgoglio aver avuto a Napoli un fenomeno del genere. Era una cosa troppo bella. Mio papà lo osannava in qualsiasi momento. Ci ha aiutato ad essere più orgogliosi di essere napoletani.”

Sui suoi anni nel settore giovanile del Torino“Ho passato momenti durissimi quando ero piccolo e solo, a Torino. Chiamavo i miei per la nostalgia anche di notte, però ho sempre pensato di non voler avere rimorsi in futuro. Pensavo: voglio arrivare, vedremo che tipo di carriera farò, però non voglio avere rimpianti.”

Su come si sia evoluto e sia cambiato il ruolo degli attaccanti negli ultimi anni:Oggi vedo poco istinto negli attaccanti: pochi che se ne sbattono di sbagliare. Io sono il tipo che se deve fare una rovesciata, un tiro al volo non ci pensa due volte. Se sbaglio, amen. Anche per questo ho fatto dei gol belli. Vedo tanti che invece sono sempre preoccupati da quello che possono dire gli altri. Poi i giovani, ora, se fanno due partite buone vengono osannati e se ne sbagliano due vengono distrutti. Perciò per loro è un problema. In Italia siamo famosi per la tattica, però io credo che si dovrebbe lasciare la libertà, soprattutto ad un attaccante che ha estro, di fare delle giocate. E’ sbagliato cercare di incastrarlo nella tattica, nei movimenti. Così si perde il piacere del calcio. Il piacere del gioco è lasciare libero il giocatore. Però nel calcio di oggi si guarda troppo ai risultati, è un calcio un po’ diverso da quello in cui sono cresciuto.”

Poi, ancora sui giovani: “Tanti escono dalla Primavera e vanno titolari in B o vanno a fare le riserve nel campionato in serie A. Secondo me non c’è una crescita, così. Io sono contentissimo di aver fatto la C2, poi la C1, la B e solo poi di essere arrivato in A. Si aveva a che fare con quelli più grandi di categoria che ti guardavano male male. Ti portavano a pensare: non so mica se ritorno a casa stasera. Secondo me quella è una scuola importante. Poi, la scuola dei campetti. I ragazzi non giocano più in mezzo alla strada. Adesso hanno tutti l’iPad in mano, l’iPhone, si sentono chi, si sentono campioni. Il calcio è fatica, gavetta, polvere. Tutto quello che serve perché diventi gioia.”

Su quale sia il suo gol più bello: “Il gol più bello? Come difficoltà quello da centrocampo contro il Chievo oppure la rovesciata a Reggio Calabria contro la Reggina. Mi piace quello al Mondiale in cui ho fatto il pallonetto in un momento difficile e importante per la squadra, ma bello fu anche il gol in Champions League con la maglia della Juve contro il Chelsea. Difficile trovarne solo uno, per me.”

Su chi sia il miglior allenatore che abbia mai avuto: “Tutti gli allenatori che ho avuto sono stati importanti, ma Giampaolo di più. L’ho ritrovato ora dopo averlo avuto ad Ascoli: dopo l’anno di Torino era la mia prima, vera stagione di Serie A. Mi fece giocare tanto: in quella stagione cominciai a prendere fiducia in me stesso.”

Sul suo non essere diventato la bandiera di una qualsiasi squadra: “Sarebbe stato bello essere la bandiera di una squadra, ma il destino mi ha fatto cambiare più squadre. Però, la cosa bella è che ho cercato sempre di lasciare un buon ricordo del Quagliarella giocatore, ma soprattutto del Quagliarella uomo. Adesso mi piacerebbe legare il mio nome alla Sampdoria, dove mi trovo benissimo.

Ad oggi, però, Fabio Qualgliarella ha un solo rimpianto: “Io credo in quello che ho potuto dare. Ho fatto quasi dieci anni di Nazionale però le partite fatte sono state poche. Quando sono andato in azzurro, all’inizio, c’erano i campioni del mondo, giocatori straordinari. Negli anni a seguire, non lo so. Gli allenatori fanno le loro scelte, non sto a criticare. A me ovviamente dispiaceva quando non c’ero. Ho sempre cercato di fare i miei campionati, le mie partite, i miei gol.  Una mano la potevo dare anche io, in Nazionale. Mi potevano dare più fiducia. Questo mi dispiace.”

 

Andrea Fabris (@andreafabris96)

 

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