Non era facile giganteggiare tra i pali della Roma dopo la scorsa grande stagione di Alisson. Non era facile per il portiere della nazionale svedese approdare in Serie A dopo essere stato tra gli artefici della notte più buia della storia recente del calcio italiano. Non era facile vestire la maglia numero uno di una squadra arrivata in semifinale di Champions League dopo una carriera trascorsa tra Svezia, Grecia e Danimarca.

Robin Olsen, con tutta probabilità, tutto questo già lo sapeva. Lo sapeva perché si è tinto di giallorosso a 28 anni, da portiere che il suo percorso di crescita lo ha già terminato da un pezzo.

Nessuno vuole essere Robin” è la frase che aveva accompagnato il suo inizio di stagione con la maglia del club capitolino, pieno di incertezze, mugugni e di “si stava meglio prima” bisbigliati sommessamente (ma neanche troppo) dalle parti della curva sud.

Eppure, se dopo 10 giornate di Serie A e dopo una prestazione da mvp al San Paolo contro il Napoli, Di Francesco dice: “Olsen è una delle certezze di questa squadra” significa che qualcosa è cambiato.

Quando sono arrivato c’era molta pressione nei miei confronti – dice lui – ma è normale quando si arriva in un grande club. Per me era tutto nuovo: metodo e tecniche di lavoro. Ci è voluto un po’ di tempo, ho dovuto ambientarmi. Ho trovato un nuovo allenatore, con cui lavoro su tutto: tecnica, posizionamento, gioco da dietro. Sto lavorando duro ogni giorno e ogni minuto per dimostrare di essere all’altezza. Oggi, però, in campo va molto meglio, capisco sempre di più la lingua e questo mi è di grande aiuto“.

Le orme di Alisson sono ancora tante e difficili da emulare, ma lo scandinavo Olsen, geograficamente e mentalmente abituato ai saliscendi montagna-valle della sua terra, oggi ha raggiunto la cima più alta della sua carriera, perciò vuole continuare a volare tra i pali e non vuole più saperne di tornare a terra.

Giuseppe Lopinto