Ancora tu, ma non dovevamo vederci più?” cantava Lucio Battisti alla sua amata. Quell’amore talmente folle e cieco che, ogni volta, gli faceva scordare tutti gli errori e le discussione del passato. No, quando ci si innamora si passa sopra a tutto, forse a troppo, per provare a ricominciare da capo, sognando una vita diversa. In Brasile, dove due ciabatte sulla sabbia a formare una porta ed un pallone sono sinonimo di gioia, “o futebol è amor”. I calciatori compagni di viaggio per una vita.
In una famiglia benestante ad Ananindeua, un ragazzino alto, secco ed un po sgraziato coltivava quell’amore per la bola. A differenza di altri per lui il calcio non era una via per aiutare finanziariamente se e la sua famiglia, era semplicemente l’amore della sua vita. Dopo mamma Crueza, badate bene. Lei, affatto gelosa del calcio, sognava che Paulo Henrique diventasse un calciatore professionista. Poi apriva gli occhi, e vedendolo toccare il pallone capiva che quel sogno poteva diventare realtà. Tocco di palla elegante, al limite della nobiltà. Un solo problema: il fisico. Un po lento e sgraziato il “piccolo principe” soffriva la fisicità degli amici ed i campi sconnessi che calcava. Ma si sa, la mamma è la mamma, e cosa non farebbe per un figlio? Presto risolto il problema del terreno, in giardino costruisce un campo di calcio e quel bambino timido ed insicuro capisce, come la mamma, che il calciatore può essere il suo lavoro. In un amen viene chiamato nelle giovanili del Santos. Il carattere è cambiato, la camminata no. Quelle gambe un po storte e la camminata un po dinoccolata lo mettono in mostra in negativo. Tanto che, un giorno, un magazziniere con poco tatto (e forse anche poca conoscenza calcistica) lo chiama “Ganso“. Ovvero “oca”. Di lì in poi, quello diventerà più di un soprannome per lui. Ganso e Neymar crescono insieme. Divertono e stravincono insieme. Immarcabili in campo, inseparabili fuori. Funambolo uno, fantasista l’altro. Due crack, insomma. Purtroppo però, se uno fenomeno assoluto lo è diventato, l’altro più che ha altro ha fatto “crack” troppe volte. Ginocchia rotte, entrambe. La sua ascesa si è inesorabilmente fermata, la sua carriera non è mai sbocciata. Ganso, che a 19 anni vinceva con la maglia numero 10 di Pelé del Santos prima e nella selecao poi, ha fatto innamorare un paese intero con la sua classe e la sua eleganza. Tocchi di palla, forse troppi, sempre belli da vedere ed anche efficaci, all’inizio. Poi? Niente, o quasi. Come una bella donna che ti fa perdere la testa e poi ti abbandona, lui ha lasciato i brasiliani orfani di quel giocatore che doveva essere, e non è stato. In Europa nessuno crede più in lui, tanto che nessun ds ha voluto neanche tentarla questa scommessa. “L’erede di Kakà” dicevano. “Una promessa inespressa” dicono. Dal Santos al San Paolo, per giocare guarda caso proprio con quello di cui doveva raccogliere l’eredità: Kakà. Il numero 22 prova a prenderlo sotto la sua ala protettrice, gli spiega il calcio europeo e prova a correggere i difetti che aveva, senza troppo successo. Colpa del fisico? Non solo. Anche di un ruolo, il trequartista, poco valorizzato nel calcio moderno. Adesso ha 26 anni ed è considerato, dai più, un ex giocatore. L‘amore per la bola non è mai tramontato, la stima dei brasiliani, meno che mai. Ora il nome di Ganso è tornato di moda, all’improvviso. Il destino che in ogni storia romantica degna di nota ha concesso un’altra possibilità, l’ennesima a quel talento puro e fragile come il cristallo. Nel centenario della Copa America, Il Brasile orfano di Neymar vuole riprendersi lo scettro di campione. Dunga porta Ganso nei trenta ma poi lo esclude dai ventitré. Sembra, nuovamente, una stangata alla sua esplosione. Però eccolo, il destino, che fa la sua parte. Kakà si fa male, deve dire addio a quella che, probabilmente, sarebbe stata l’ultima competizione con la maglia verdeoro. È il momento di Ganso? Dunga ci pensa, i brasiliani ci sperano. La risposta è sì, biglietto aereo in tasca, si vola negli Stati Uniti. Che sia l’ultima possibilità non è dato saperlo. Ora sta a lui, solo a lui, dimostrare che il talento non ha età ed il fisico conta, ma non come la visione di gioco ed il tocco di palla. Di occasioni ne ha avute tante, forse troppe. Ma a chi ti ha rubato il cuore, se ne concede quasi sempre un’altra. “Ancora tu, non dovevamo vederci più? Ancora tu purtroppo l’unica, l’incorreggibile ma lasciarti non è possibile“.
Stefano Gaudino