Squadra che vince non si cambia. E nemmeno allenatore. La storia insegna che dal 2011, anno dell’ultimo scudetto non juventino, la squadra che in panchina ha cambiato meno ha vinto praticamente tutto, mentre le altre si sono dibattute in affanni societari, sportivi e caratteriali.

Ovviamente le ragioni di un dominio calcistico non si possono ridurre soltanto a quanti allenatori sono stati defenestrati – l’Arsenal, altrimenti, sarebbe il team più vincente della Terra – ma le statistiche dicono che la stabilità aiuta. E anche quando il gioco latita, per chi è in campo è una sicurezza sapere che non si cambierà tanto facilmente, nemmeno dopo tre sconfitte di fila. In nove stagioni, quanti allenatori hanno avuto le big di A?

Juventus – 2 (Conte – Allegri)Risultati immagini per antonio conte juventus

Della Juventus è quasi superfluo parlare. Nel 2011, fuori da ogni coppa europea e appesantita dalla ruggine di Calciopoli, si affida alla sua ex bandiera Antonio Conte. Curriculum da allenatore: appena due promozioni in A con Bari e Siena, più una parentesi all’Atalanta. Eppure la Juve torna in vetta al calcio italiano, un posto da cui nessuno finora l’ha scalzata. Dopo tre scudetti e una finale di Champions, nell’estate 2014 Conte sceglie la Nazionale e a Torino approda Max Allegri, licenziato dal Milan. Arrivano altri 4 scudetti (quasi 5) e un’altra finale di Champions, a continuare il ciclo più vincente della storia del calcio italiano.

Torino – 3 (Ventura – Mihajlovic – Mazzarri)

Nel 2011 il Torino è ancora in Serie B. Risalirà l’estate successiva per mano di Giampiero Ventura, 217 partite in granata e una storica qualificazione europea nel 2014. Poi Ventura – lo sappiamo – sceglie la Nazionale. Arriva Sinisa Mihajlovic, che porta a casa un 9° posto ma viene sostituito da Walter Mazzarri nel 2018. Pochino, trofei zero. Ma il sogno europeo è ancora vivo.

Napoli – 4 (Mazzarri – Benitez – Sarri – Ancelotti)

Quattro stagioni, il ritorno del Napoli frizzante in Serie A, la Coppa Italia 2012. Gli anni di Lavezzi e Cavani sono anche quelli di Walter Mazzarri. Nel 2013, causa passaggio all’Inter, gli azzurri scelgono Rafa Benitez, navigatissimo allenatore ex Inter, Chelsea e Liverpool, che vince la Coppa Italia 2014 e la Supercoppa 2015. Il resto è storia recente: Maurizio Sarri, autore di un nuovo calcio champagne a Empoli, in tre anni arriva terzo – secondo – secondo, senza mai vincere niente. La palla passa ora a Carlo Ancelotti. Un altro veterano all’ombra del Vesuvio.

Lazio – 5 (Reja – Petkovic – Reja – Pioli – Inzaghi)

Qui le cose cominciano a complicarsi. Edy Reja è l’uomo che conferma la Lazio come solida realtà europea – anche se in Europa League – e si dimette nel 2012 per fare posto a Vladimir Petkovic, uno dei pochi volti nuovi del calcio italiano. Una Lazio decima e l’accordo di Petkovic ad allenare la Svizzera a fine stagione portano al ritorno di Reja, che vince la Coppa Italia 2013.
Poi tocca a Stefano Pioli, che perde finale di Coppa Italia e Supercoppa contro la Juventus, finché nel 2016 perde 4-1 il derby con la Roma e viene cacciato. Lotito affida l’interim all’allenatore della Primavera Simone Inzaghi, per poi rimpiazzarlo con Marcelo Bielsa all’inizio della stagione successiva. Ma il cileno – soprannominato “cavallo pazzo” non per niente – si dimette praticamente subito. Inzaghi non solo rimane, ma festeggia tre anni sulla panchina della Lazio. E una Supercoppa Italiana nel 2017, vinta anche da giocatore con la stessa maglia nel 2000.

Roma – 7 (Luis Enrique – Zeman – Andreazzoli – Garcia – Spalletti – Di Francesco – Ranieri)

A Roma, sponda giallorossa, sono abituati a un po’ meno stabilità. Un allenatore a stagione è la regola, di norma senza vincere niente. Il 2011 è l’anno dell’exploit in panchina di Vincenzo Montella, scelto a febbraio dopo le dimissioni di Claudio Ranieri. Non era nemmeno l’allenatore della Primavera, ma dei Giovanissimi.

Non avrà più fortuna l’allenatore del Barcellona B Luis Enrique, alla prima esperienza su una panchina di primo livello, chiamato “demental coach” e autore della prima mancata qualificazione europea dopo 15 anni. E’ l’inizio di una serie di tentativi maldestri, senza un chiaro progetto tecnico e quasi sempre conclusi male. La proprietà americana sceglie di affidarsi all’esperienza di Zdenek Zeman, tornato dopo 13 anni e autore della risalita del Pescara in A. Aurelio Andreazzoli, collaboratore tecnico, salva capra e cavoli con il sesto posto, ma perde la finale di Coppa Italia 2013 contro la Lazio.

Seguono i due anni e mezzo di Rudi Garcia, con due secondi posti (il primo con record di punti, 85) che sanno di rinascita. Nemmeno Luciano Spalletti, tornato dall’esilio in Russia, riesce a riportare un trofeo a Trigoria, nonostante un altro record di punti nel 2017 (87). I due anni di Eusebio Di Francesco riportano la Roma in semifinale di Champions dopo 34 anni. Una soddisfazione minima, che oggi sembra poca cosa rispetto al compito che spetta al suo successore. Rimettere insieme i pezzi non è facile nemmeno per Claudio Ranieri. L’uomo con cui questo cerchio si era aperto.

Fiorentina – 7  (Mihajlovic – Rossi – Guerini – Montella – Sousa – Pioli – Montella)

La Fiorentina è accomunata alla Roma per almeno due motivi. Primo, non è nuova ai ritorni: Vincenzo Montella – peraltro ex giallorosso – ha appena sostituito Stefano Pioli tornando dopo 4 anni. Secondo, sono tanti anni che non si vede una coppa. Ventidue per la precisione, dalla Supercoppa Italiana 1997. Proprio Montella è stato l’ultimo a giocarsi una finale, perdendo la Coppa Italia 2014 contro il Napoli. E, ironia della sorte, potrebbe giocarsene un’altra a breve. Atalanta permettendo.

Milan 8 (Allegri – Tassotti – Seedorf – Inzaghi – Mihajlovic – Brocchi – Montella – Gattuso)

Il 2012 è lo spartiacque per i rossoneri, da squadra top d’Italia a perenne cantiere aperto. Vengono ceduti tutti i big, tra cui Ibra e Thiago Silva, e la squadra esce dalla lotta scudetto. Massimiliano Allegri viene esonerato a gennaio 2014 e da allora le gioie si contano sulle dita di una mano.

Sulla panchina del Milan si sono seduti nomi che hanno fatto la storia del club, ma nessuno ha più trovato la ricetta per guarire il malato definitivamente. Solo quest’anno si respira la sensazione che ci si possa giocare fino in fondo la qualificazione alla Champions. Unico trofeo, la Supercoppa Italiana 2016, con in mezzo due finale di Coppa Italia e una di Supercoppa. Con Gennaro Gattuso grinta, stabilità e cuore. E basta.

Inter 10 (Gasperini – Ranieri – Stramaccioni – Mazzarri – Mancini – De Boer  – Vecchi – Pioli – Vecchi – Spalletti)

Chi però ha subito maggiormente le acque agitate del calcio italiano è senza dubbio l’Inter. L’instabilità della sua panchina è stata la prima fonte di disordine negli ultimi anni, con parecchi esperimenti e mai un uomo forte al comando. Il disastro di Giampiero Gasperini, l’insperto Andrea Stramaccioni, l’improbabile Walter Mazzarri e lo “straniero” Frank De Boer. Tutti tentativi di dare un’identità a una squadra che arrancava da anni.

Luciano Spalletti doveva servire proprio a questo: tornare in Champions, dare serenità e costruire le fondamenta per ripartire verso l’Europa. Sulla carta tutto fatto, ma con ogni probabilità a giugno si separerà dai nerazzurri per motivi ambientali. Costringendo di nuovo a ripartire daccapo, anche sul mercato. Unica certezza: dopo Josè Mourinho zero tituli.

Stefano Francescato