Nicola, rimasto senza panchina dopo l’avventura al Crotone, è ora pronto a ricominciare

Nicola, dopo l’esperienza negativa con il Crotone, è ora pronto a ricominciare. L’allenatore si racconta in una lunga intervista al Corriere dello Sport in edicola oggi.

Ecco l’Intervista all’allenatore Davide Nicola.

Presto sarà quella di un presidente? Hanno associato il suo nome a Chievo, Sassuolo, Cagliari, Bologna. «Non vivo con tensione questa attesa. Io credo in un calcio che unisca società, squadra e tifosi. E si fondi sull’emozione. Come se ogni giocatore in campo rubasse l’identità di ogni tifoso che lo sta guardando».

Per una non voluta catena simbolica questa intervista cade nel mezzo del torneo giovanile “Ciao Ale”, dedicata al figlio, Alessandro, scomparso quattro anni fa in un incidente. Aveva quattordici anni. La voce asciutta di Nicola si porta dietro un sottofondo di bambini. Questo torneo ricorda a tutti quanto siamo esposti, senza riparo, alla vita. «Ma di mio figlio non parlo qualcuno in questo ambiente potrebbe strumentalizzarlo ».

Non sarà così nel corso della telefonata, ma non poteva essere il primo argomento per sciogliere il ghiaccio. Tutte quelle voci di bambini mettono allegria. «Ho una società, qui a Torino, la Vicus: ha un aspetto soprattutto sociale, dai bambini ai più grandi. Passiamo da giocare ai quattro cantoni al baseball con i piedi fino al gioco del “castello” in cui c’è da difendere uno spazio. I più grandi curano la tecnica. Quello che ci interessa è sviluppare alcuni aspetti, come il coraggio».

Il coraggio è un termine bellissimo. «Insegniamo a cercare l’uno contro uno, non a nascondersi nella tattica».

Il capitolo del Crotone

A Crotone si è dimesso, rinunciando anche a 250 mila euro…. La linea cade in modo simbolico. Ma, per fortuna, torna. «… i soldi sono relativi. A un certo punto ho avvertito un disallineamento (dice proprio così, ndr) con la dirigenza e ho pensato fosse meglio andarmene, ma resterò sempre legato al Crotone, si lavora da dio, lo consiglio a tutti, ma ho bisogno di lavorare nell’entusiasmo più incredibile».

E’ vero che rimase a Crotone per seguire un corso di psicologia? «In realtà rimasi solo due giorni, il tempo matematico di portare via la roba. Restare lì sarebbe stato inopportuno. La psicologia, beh, tutto ciò che ti apre al mondo è utile. Io vedo la vita come un corpo organico unico: niente è separabile, in biologia non ci sono compartimenti stagni. Un giocatore migliora se riesce a sfruttare i segnali che arrivano dall’ambiente».

Il suo modulo e la sua tattica

Quando lei parla con un presidente, come gli spiega il suo calcio? «Devi subito utilizzare termini come aggressivo, veloce e regalare emozioni. Lo spartito è solo l’aspetto organizzativo».

La sua prima zona di campo, dove costruisce l’idea di calcio, qual è? «La difesa. Lì deve nascere la superiorità, costruire in velocità, avere coraggio. Accettare l’uno contro uno. In mezzo c’è la transizione, sia con la palla sia senza: lì c’è l’assetto mentale di una squadra, devi aggredire. Se sono il pubblico devo vedere ragazzi che sanno cosa fare e lo fanno con passione. Devo identificarmi in loro, emozionarmi».

Modelli e Allenatori da cui apprendere

Ci sono allenatori a cui si ispira? «Tutti quelli che venivano con lo scopo di dare e non giudicare. Per me vale la regola delle tre T. Di difetti ne abbiamo tanti, troppi e tutti. E’ inutile giudicare».

Lei non ha ancora parlato di moduli. «Noi parliamo di spazi, di emozioni. Voi di moduli. Non so se siamo su due piani diversi. A me piace fare una marea di domande, quando ho dubbi rendo di più. Nessuno fa un’analisi precampionato. Noi non conosciamo voi e voi non conoscete noi».

Mentre il calcio è molto più di un gioco. «Non va trattato superficialmente. Come quando sento dire meglio vincere o giocare bene, meglio contropiede o pressing. Parto da un presupposto: in 95 minuti è impossibile che una squadra sovrasti sempre l’altra, hai la possibilità di costruire qualcosa. Ma si gioca sugli spazi, non sui moduli. E sulla capacità che hai di muoverti in quegli spazi. Io, per esempio, amo la dissoluzione del ruolo».

Il numero guardiolano per massimizzare l’efficacia. «Il numero giusto per organizzare l’attacco, ordinando la squadra, e sfruttando la disorganizzazione degli avversari».

Di Zidane dicono: il vero grande allenatore si vede con le piccole squadre. Non pensa che sia, invece, il contrario? I grandi allenatori hanno bisogno dei grandi giocatori per lavorare sui dettagli a un livello più alto. «E’ proprio così, ma questo non vuol dire che chi allena una piccola squadra non possa farlo con una grande. Però cambiano i principi. I giocatori più forti ti obbligano a dominare l’avversario e a divertire. Se alleni una squadra che deve salvarsi, devi vincere emozionando».

E’ evidente che le piaccia il Liverpool. «Sì, mi piace il calcio di Klopp, la passione, la capacità di aggredire e partire in contropiede con quattro passaggi e quattro giocatori diversi. Ho studiato anche il Valencia di Marcelino, italiano come organizzazione ma molto aggressivo, e la Roma di Di Francesco».

Nazionale Italiana

E in Italia? «Il Napoli ha espresso un palleggio molto verticale, costante, per battere le linee avversarie, appoggio e scarico per venire via dalla zona. E poi dico l’imprevedibilità della Juve».

Non è il termine che viene in mente pensando ai bianconeri. «Invece è la squadra che ha cambiato più moduli in tutta la stagione. Sfidò il Barcellona con il 3-4-2-1, mentre a Napoli vinse adottando un modulo stile Real: 4-4-2, con i due attaccanti stretti e bassi per togliere profondità al Napoli e concedere le fasce per costringerli ai cross».

L’ultima volta che si è emozionato? «La salvezza con il Crotone. In conferenza stampa dissi ai giovani di non smettere mai di inseguire i propri sogni. Aggiunsi che la gente era libera di non credere alla salvezza ma chi non ci avesse dato fiducia avrebbe avuto sempre il rimorso di non aver fatto parte di un percorso di crescita. E conclusi con “noi ce la faremo perché non succede ma se succede”. E la gente cominciò a dirlo dopo ogni vittoria».

Progetti per il futuro

Quale tipo di progetto cerca? «Vorrei lasciare un’impronta. Alle società chiedo due linee: chi siamo e cosa vogliamo diventare. Dove siamo e dove vogliamo arrivare. Se c’è chiarezza, i risultati arrivano».

Ha visto la Nazionale, chi l’ha colpita di più tra i nostri giovani? «Chiesa. Mi fa impazzire: ha potenza, gamba, passione, può diventare un grandissimo. Guardalo giocare e dimmi se non ti innamori come tifoso. Anche se fa l’attaccante non ha atteggiamenti da prima donna».

Lei, da giocatore, è arrivato alla Serie A solo alla fine. Che cosa le è mancato? «Non ho avuto qualità di élite, ma grazie alla determinazione ho giocato con Genoa e Torino».

Conclusione, da uomo ad allenatore

Come definirebbe la sua storia come allenatore e come uomo? «Ehh… non è facile, ci ho pensato molte volte. Sono una persona che quando si mette in testa qualcosa la raggiunge. Forse la mia capacità migliore è aprirmi al mondo, la forza di sopportare qualsiasi esperienza. E’ l’analisi delle situazioni che fa la differenza. Quando ti succede una cosa come quella che è successa a me… tutto cambia, perdi alcuni equilibri ma ne nascono altri. Ed è lì che vedi cosa hai seminato, cosa ti ha dato la tua famiglia, le persone comuni che ti sono vicine. Ti crei una nuova missione o forse fortifichi quello che avevi già dentro».