Per la rubrica #Miritorninmente, questa settimana Agenti Anonimi, vi parleremo di Amantino Mancini, centrocampista brasiliano, noto in Italia per aver militato in tre grandi squadre, Roma, Inter e Milan.
Il nome Mancini, in realtà, è uno pseudonimo che deriva da una storpiatura di mansinho,che in portoghese significa mansueto, per via del suo carattere.
Al suo arrivo in Italia l’ex calciatore verdeoro Toninho Cerezo lo modificò in Mancini, in onore di Roberto Mancini.
Amantino Mancini, il cui nome è in realtà Alessandro Faioli Amantino, ha delle lontane origini italiane, grazie a una bisnonna veneta.
Dopo aver iniziato la sua carriera calcistica in Brasile, nell’Atletico Mineiro, la squadra della sua città natale, Belo Horizonte, fu ceduto in prestito alla Portoguesa, per tornare poi nella squadra che lo aveva lanciato.
Nella sua seconda esperienza all’Atletico Mineiro, si mise particolarmente in luce e fu notato, nel 2003, da Franco Baldini, direttore sportivo della Roma, che ne acquistò il cartellino, per girarlo poi in prestito al Venezia, dove però non ebbe molte possibilità di mettersi in mostra, anche a causa della mancanza di feeling con il tecnico della squadra lagunare, Gianfranco Bellotto, che lo accusava di non sapersi adattare al calcio italiano.
Nella metà stagione giocata con la maglia della squadra della città di san Marco, comunque, Mancini è riuscito a collezionare 13 presenze prima del rientro alla Roma.
Rientrato nella squadra capitolina, Amantino Mancini si seppe guadagnare la fiducia del tecnico giallorosso, Fabio Capello, che lo impiegò, con ottimi risultati, per sostiture Cafu, passato al Milan.
I tifosi romanisti lo ricoderanno per sempre per un gol di tacco segnato contro la Lazio in un derby vinto dai giallorossi, che gli valse il soprannome di “tacco di Dio”.
Capello, diventato allenatore della Juventus , lo avrebbe voluto portare a Torino, ma la società romanista lo dichiarò incedibile, diventando uno dei punti fermi del nuovo tecnico Spalletti che lo spostò in posizione più avanzata, a centrocampo.
Nelle stagioni passate sulle rive del Tevere, il bilancio di Amantino Mancicini fu ragguardevole: 222 presenze totali e 59 reti realizzate.
Anche l’allora tecnico interista, Josè Mourinho, restò impressionato dalle prestazioni del brasiliano e nel corso dell’estate 2008 la società nerrazzurra ne acquistò il cartellino, versando nelle casse della Roma, la cifra di 13 milioni di euro più compenso massimo di 1,5 milioni di euro correlato alle prestazioni del giocatore, che firmò un quadriennale d 3,5 milioni di euro.
L’avventura con la maglia dell’Inter per Amantino Mancini fu l’inizio del declino, infatti, a causa delle moltissime panchine o addirittura alle mancate convocazioni, dovute al cambio di modulo operato dallo Special One, si sentì messo in disparte il brasiliano perse di smalto e con la casacca nerazzurra giocò solo 28 partite in 2 stagioni e mezzo, intervallate da un periodo in prestito al Milan, nel quale mise a referto solo 7 apparizioni. Un gol solo, in nerazzurro (contro il Panathinaikos in Champions), l’esperienza nelle due squadre di Milano fu assolutamente devastante per il brasiliano, che però era nella rosa dei vincitori del Triplete con i nerazzurri. 
Nel 2011 fu condannato a 2 anni e 8 mesi, per una brutta storia: fu infatti accusato
di violenza sessuale e lesioni personali nei confronti di una giovane brasiliana, conosciuta a Milano durante una festa di Ronaldinho. 
Nel gennaio 2011 fu ceduto a titolo definitivo all’Atletico Mineiro, ma non essendo stato impiegato, rescisse il contratto nell’aprile 2013.
 Nel novembre del 2013 viene ingaggiato per la stagione successiva dal Vila Nova, squadra che milita nella Serie D brasiliana, dove ha giocato fino al maggio 2016, quando ha annunciato il suo ritiro
Intervistato da ‘Globoesporte.com’, dopo il suo ritiro ha rivelato i suoi piani per il futuro “La mia ultima squadra è stato il Villa Nova di Minas Gerais. Ho chiuso la mia carriera al termine del campionato mineiro. Ora penso a divertirmi un po’. Ho in mente di tornare presto in Italia. Visto che ho una casa e parlo bene la lingua vado a vivere lì. Voglio seguire un corso Uefa per diventare allenatore”.

Di Simone Bellitti

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