E’ particolarmente complicato trattare riguardo a presunti difetti di una squadra, la Juventus, che nelle ultime sette stagioni ha fatto razzia di titoli in Italia e che, nonostante le finali perse in Champions League, ha riportato dopo svariati anni di assenza il tricolore a risplendere anche in campo europeo. E’ un compito arduo individuare i limiti che questo gruppo ha potuto mostrare nelle stagioni passate, in quanto, in un modo o nell’altro, l’epilogo è stato sempre lo stesso: il trionfo.

Tuttavia, lo step in avanti evidenziato in questo avvio di annata è troppo imponente per poter passare oltre senza accorgersene. Chi ha scordato il lancio del cappotto di Allegri in occasione della partita disputata dai suoi a Carpi? Episodio emblematico, simbolo di quello che era la Juventus: una squadra vincente (i fatti dicono questo) ma mai completamente convincente.

Alti e bassi sistematici, prestazioni raramente conformi a quelle che erano le aspettative, ma che, comunque, hanno portato i bianconeri a giocarsi tutto, forti dei nomi presenti in rosa, delle rimodulazioni tattiche di Allegri, della solidità della società e, magari, anche di quello Stadium che può tranquillamente esser definito come la ciliegina sulla torta di un progetto ambizioso. Fino alla serata di Cardiff.

Da lì qualcosa è cambiato, inutile girarci intorno. La convinzione di potercela fare, di essere nel posto giusto al momento giusto e forse anche un pò di presunzione hanno condotto a quella disfatta di cui la squadra ha risentito anche nei mesi successivi. La memoria riporta a quelle partite della stagione passata in cui la Juventus sistemava la pratica nei primi tempi per poi sparire dal campo, dissolversi, non tornarci più nelle seconde frazioni di gioco. Timorosi, impauriti, quasi ad invocare quel triplice fischio finale sperando di uscirne incolumi. “La tattica della Juve è quella di far sentire le altre alla pari per poi trafiggerle”, sostenevano gli addetti ai lavori. Macchè? Era solo blackout. Cortocircuito.

Alla fine ciò che conta è vincere, almeno così si dice da quelle parti, per cui con in bacheca il settimo Scudetto consecutivo e la quarta Coppa Italia di fila, si è ben pensato di far compiere alla Juventus quel salto in avanti al fine di portarla ai livelli delle grandi d’Europa. Alla base della metamorfosi c’è innanzitutto il cambio di rotta societario, che poco ha a che vedere col recente addio di Beppe Marotta; la scelta di Andrea Agnelli è tanto semplice quanto ambiziosa. La sua visione votata al pragmatismo estremo ha portato ad un’inversione di tendenza, ad un cambiamento forse necessario per condurre l’azienda Juventus oltre “gli standard” di un club di calcio.

Stop ai sentimentalismi, stop ad una gestione del mercato decisamente atta alle sole “occasioni”, stop all’attesa di crescita dei calciatori: la Juventus vuole gente pronta, all’altezza, che non ha timore di confrontarsi con nessuno in nessun campo. E allora tanti saluti ai giovani di belle speranze, con Caldara in primis, e braccia aperte a riaccogliere Bonucci; valigia pronta per Pjaca, inespresso talento fermato più volte dagli infortuni, e porte spalancate invece per Cancelo, nonostante il prezzo del suo cartellino sia stato più volte valutato eccessivo. Menzionare Cristiano, invece, è alquanto superfluo.

Quello che questi due mesi scarsi di calcio ci hanno mostrato la racconta lunga sulle scelte operate dalla società: dieci vittorie su dieci e squadra al comando sia in Serie A che nel girone di Champions League. Ma ciò che risalta più all’occhio è l’evoluzione mentale di questo gruppo, che non ha più intenzione di fare il gol e fermarsi ad attendere l’avversario, ripiegare all’indietro e sperare che tutto vada per il verso giusto; no, la Juventus di quest’anno è un predatore mai sazio, è una squadra affamata che trova compiacimento e che si esalta a giocare un calcio prettamente offensivo e spettacolare.

La gara disputata ieri a Udine, forse la migliore della stagione, è chiaro monito dell’imprinting voluto da società e staff tecnico. Pressing alto, palleggio gradevole, sgroppate sublimi, cross al bacio ed esultanze al “siiuuuuu” che fanno impazzire i tifosi. Troppo facile? Forse si, con quella qualità in campo che permette ad Allegri di configurare il gioco come meglio crede, ma soprattutto con uomini consci di ciò che fanno e che potrebbero fare per tutto il resto della stagione, con calciatori consapevoli della propria forza e determinati a centrare tutti gli obiettivi. E’ vero, è solo il mese di ottobre ed i trofei si vincono a maggio. Ma chi ben inizia…

a cura di E.Menegatti (@44gattdernesto)