River-Boca

Leggi River-Boca e pensi al calcio, vedi River-Boca e pensi a una sola parola: emozioni. La Gran Final della Copa Libertadores 2018, l’ultima andata e ritorno, ci ha regalato tantissimi spunti di riflessione: il Boca Juniors si è fatto rimontare tre vantaggi tra la gara della Bombonera e quella del Bernabeu, il River Plate ha reagito alla perfezione alla rete di Benedetto e, grazie ai gol di Pratto, Quintero e Pity Martinez ha vinto la quarta Copa Libertadores della sua storia. Ma cosa ci ha insegnato River-Boca? Scopriamolo insieme.

IL RISCATTO: PRATTO E QUINTERO, GLI EROI NATI DALLA POLVERE– Nel luglio 2011 Lucas Pratto arrivò al Genoa, presentato come erede di Milito. Nel febbraio 2012, dopo 17 presenze e tre reti (solo una in A) venne rispedito in Argentina e al Velez Sarsfield: nel mezzo, tante critiche per la sua lentezza e il soprannome dispregiativo di ”cammello” (in Sudamerica è El Oso, l’orso). Nel 2012-13 Juanfer Quintero esplodeva nel Pescara, che un anno dopo lo cedeva al Porto per oltre 10mln: sembrava di essere di fronte a un potenziale fenomeno, invece la Liga NOS l’ha risputato un paio d’anni dopo con la nomea di discotecaro e ”giocatore con la pancetta”. Ieri sera, il 9 dicembre dell’anno domini 2018, entrambi si sono presi una rivincita sul mondo: Pratto, autore di un gol e mezzo all’andata, ha segnato la rete dell’1-1 con un movimento da centravanti vero. E, soprattutto, nella Copa Libertadores 2018 (5 gol) ha dimostrato a tutti perchè il River Plate non ci ha pensato due volte a investire 11.5mln nel suo cartellino. Quintero, invece, è entrato dalla panchina e ha segnato la rete del 2-1 (quella decisiva) con una grande stilettata da fuori area: il Porto l’ha ”mollato” per soli 3.5mln dopo tre anni in prestito, lui ha risposto con un ottimo Mondiale e ieri ha cambiato faccia alla partita a suon di grinta e tecnica. Il continente sudamericano regala occasioni di riscatto e belle storie, Pratto e Quintero sono solo gli ultimi eroi usciti ”dalla polvere” e dalle critiche.

DARÍO BENEDETTO, IL VOLTO TRISTE DI RIVER-BOCA– Gol nella semifinale d’andata (2), nella semifinale di ritorno, nella finale d’andata e rete d’apertura dell’atto conclusivo al Bernabeu. Darío Benedetto ha centrato un record nella serata di ieri anzi, due: ha segnato 5 gol con gli ultimi sei tiri verso la porta, e il sesto è quello parato al 91′ da Franco Armani nel match d’andata alla Bombonera. Il Pipa, rientrato a ottobre dal lungo infortunio e dalla rottura al crociato, è partito da titolare al Bernabeu e ha subito inciso: in lui il Boca ha avuto un punto di riferimento costante, e il terminale della ripartenza che è valsa il vantaggio. Non appena ha lasciato il campo (minuto 60) perchè aveva finito la benzina, anche se non avrebbe voluto uscire e ha contestato la sostituzione, gli xeneizes hanno perso terreno e verticalità: Abila non ha inciso minimamente, e il River Plate ha vinto meritatamente la Copa Libertadores 2018. E il Pipa ricorderà sempre la Gran Final come la partita della grande illusione e della cocente delusione. Volto deluso anche per Nandez: ha corso per 120 minuti contro tutto e tutti, lottando contro i crampi e disputando una partita fenomenale, ma non è bastato.

L’APOTEOSI: GALLARDO E LA SECONDA LIBERTADORESMarcelo Gallardo non era presente sulla sua panchina per la squalifica di 4 turni (lo sostituiva il fido Biscay, mas que un segundo: è un fratello maggiore, il prolungamento della personalità del Muñeco), ma la sua mano è stata ben visibile: il River Plate ha faticato inizialmente e sofferto nel primo tempo perchè non trovava spazi (nonostante il 68% di possesso), ma non appena ha preso campo, ha iniziato a giocare come sempre. Il 4-3-2-1 dei Millonarios ha funzionato meglio quando Quintero ha affiancato il Pity sulla trequarti, e Nacho Fernandez è scalato in mezzo al campo con Palacios ed Enzo Perez: da lì, il River Plate ha dominato e Gallardo non ha sbagliato una mossa. Azzeccato l’azzardo-Alvarez (classe 2000), azzeccato Zuculini per blindare il risultato. Gallardo, tecnico che non ha paura di cambiare modulo (quattro moduli diversi negli ultimi 4 Superclasicos) e sa adattarsi agli avversari come pochi al mondo, ha vinto il 9° titolo da tecnico del River Plate (2 Libertadores, 2 Recopa Sudamericana, 2 Copa Argentina, una Copa Suruga Bank, una Copa Sudamericana, una Supercoppa argentina) e la seconda Libertadores da allenatore (2015-2018), la terza in carriera, visto che la vinse nel 1997 da giocatore dei Millonarios. Una carriera con la Banda, con cui ha giocato in tre differenti periodi (1992-99, 2003-06, 2009-10), e della quale è tecnico da fine 2014: l’Europa lo chiama (Monaco e OM), ma Gallardo dovrebbe restare al River. Non vuole affrettare il salto europeo, visto che ha 42 anni, e soprattutto ha un conto in sospeso col futbol local: il suo River Plate non ha ancora vinto il titolo nazionale, è giunta l’ora di togliersi quello sfizio.

GLI SCONFITTI: SCHELOTTO IN CONFUSIONE, TEVEZ SI RITIRA?– Se Gallardo ha vinto la Copa Libertadores facendo le mosse giuste e ovviando alle assenze (Borré e Scocco su tutti), Guillermo Barros Schelotto è invece il grande sconfitto. La sostituzione di Benedetto resta inspiegabile, visto che gli xeneizes hanno perso campo e Abila è stato disastroso e inutile alla squadra, e anche alcune mosse successive: giusto togliere un affaticato Pablo Perez, assurdo spostare Nandez in fascia con Jara (terzino) mezzala nei minuti in 10 uomini. Aggiungiamoci Tevez in campo per meno di dieci minuti, i tre vantaggi rimontati dai Millonarios nelle due partite e un Boca Juniors troppo rinunciatario quando il River Plate ha iniziato ad attaccare: nè il tecnico, nè il mellizo Gustavo sono riusciti a riaccendere il sacro fuoco nei loro giocatori. Capitolo-Tevez: Carlitos era convinto di vincere questa partita e alzare la Copa Libertadores, e invece è uscito con le ossa rotte dopo la sconfitta contro l’odiato River. La sua carriera sembra al termine, viste le tante panchine accettate perchè il motore non è più quello di una volta: aveva annunciato il ritiro in caso di vittoria della Libertadores, potrebbe salutare anche dopo la sconfitta del Bernabeu. E sarebbe un addio ”strappacuore”.

L’ADDIO: PITY MARTINEZ, GOL E MLS– Doveva chiudere lui il conto dei marcatori, lo doveva alla sua gente. Il Pity Martinez è uscito dal campo col titolo (meritato) di MVP della Copa Libertadores 2018, guadagnato sul campo a suon di giocate e gol decisivi (il rigore contro il Gremio, su tutti), e con una rete iconica dopo una prestazione opaca e segnata dalla tensione: Andrada era nell’area del River per tentare l’ultimo assalto, il Pity riceve da Quintero e si fa 50m di corsa solitaria verso la porta, oltrepassando la linea con la palla per il 3-1 finale al 121′. Un gol che sa d’addio: giocherà il Mondiale per Club e poi volerà negli States, visto che l’Atlanta United ha pagato la clausola da 15mln presente nel contratto col River. Ironia della sorte, il suo tecnico potrebbe essere Schelotto: è a scadenza col Boca Jrs, non sembra intenzionato a rinnovare ed è il primo nome sulla lista di Atlanta (poi Sampaoli e Gabi Milito), che deve sostituire il Tata Martino (nuovo ct del Messico).

IL CORAGGIO: PABLO PEREZ, PONZIO E NON SOLO– Fino al 45′, la Gran Final era stata scandita dal nervosismo. E dall’eroismo di chi ha giocato sopra il dolore, contro il destino, pur di essere in campo in una gara che farà storia. È il caso di Pablo Perez. Due settimane prima si trovava in ospedale per rimuovere le schegge che erano entrate nel suo occhio dopo l’agguato al bus degli xeneizes, e un’ora dopo la rimozione era andato al Monumental per invitare tutti a scendere in campo, perchè lui voleva giocare anche con un occhio bendato e un’infiammazione alla cornea. Ieri ha giocato sopra il dolore, con un segno evidente nella zona oculare e un occhio che col passare dei minuti andava a chiudersi: ha alzato bandiera bianca a due terzi di gara, mentre si è arreso prima Ponzio, che giocava al 20% dopo essere rientrato in fretta e furia da un infortunio muscolare. Storie di grandi capitani che vogliono giocare a tutti i costi, così come ha giocato a tutti i costi Pavon: era evidentemente zoppo già alla mezz’ora, ma non c’è stato verso di toglierlo dal campo. E tra i coraggiosi mettiamo anche Rodrigo Mora: soffre da più di un anno per un brutto infortunio all’anca, che probabilmente gli lascerà dolori per sempre e l’aveva tolto nuovamente dai convocati un mesetto fa. Col River decimato dagli infortuni in attacco, ha preteso di essere in panchina nonostante giocare e allenarsi fosse una sofferenza: non è entrato, ma ha fatto gruppo e dimostrato a tutti cosa vuol dire ”morire per la maglia”. 

IL DOLORE: FERNANDO GAGO E LA MALEDIZIONE-RIVER– Quando l’abbiamo visto cadere in quel modo, avevamo già capito. Ancora una volta il tendine d’Achille, ancora una volta la maledizione-River Plate: dal 2015 ad oggi, Fernando Gago si è rotto tre volte il tendine d’Achille, sempre contro i Millonarios. L’ultima volta meno di un anno fa, ed era rientrato da un mese. Ieri, nel bel mezzo dei supplementari, il tendine ha fatto nuovamente crack: chi ha criticato la sua uscita dal campo (in lacrime), che ha lasciato gli xeneizes in 9, provi a camminare e correre con il tendine d’Achille rotto, o pensi a cosa vuol dire calciare un pallone col tendine ”sghembo”. Forse, a volte bisognerebbe aspettare le diagnosi, e poi parlare: un concetto che si sta perdendo nel mondo dei social network e dello ”scrivo, e poi penso”.

LE CONFERME: PALACIOS ”GIOVANE VECCHIO”, ARMANI SICUREZZA Exequiel Palacios, opaco all’andata, era chiamato a dimostrare tutto il proprio valore al ritorno. L’ha fatto, e l’ha fatto in quello che da luglio 2019 dovrebbe essere il suo stadio: il Real Madrid lo sta acquistando per 20mln, lasciandolo ai Millonarios per sei mesi in prestito. E, a occhio, ha fatto un affare: Palacios è stato il migliore dei suoi in un primo tempo zoppicante, ha innalzato il livello nella ripresa quando è diventato il fulcro del gioco del River dopo l’uscita di Ponzio e non ha più abbassato l’asticella. Spettacolare il suo triangolo con Nacho Fernandez per avviare l’azione del 2-1, e nella gara del giovane centrocampista ci sono tante giocate di alto livello: se continua così, si prenderà la maglia da titolare nell’Argentina e non la lascerà più. Chi invece si è già preso la maglia da titolare nell’Albiceleste è Franco Armani: ieri ha fatto pochi interventi, necessari però per dare sicurezza a una difesa che soffriva sulle palle inattive. E sulla Copa Libertadores del River Plate c’è il suo marchio: parata decisiva nei quarti, parata decisiva nella semifinale contro il Gremio su Everton, parata decisiva al 91′ contro Benedetto per evitare il 3-2 Boca in extremis nella gara della Bombonera. È uno dei pochi portieri capaci di vincere la Libertadores con due club diversi (Atletico Nacional 2016, River Plate 2018), l’unico ad averla vinta in due occasioni con almeno 7 gare a rete inviolata: erano state 9 coi colombiani, sono 7 coi Millonarios. Un muro, un esperto di parate multiple e un portiere dai riflessi felini: peccato che non sia mai arrivato in Europa, ma a 32 anni è ancora un ”ragazzino” per rendimento e velocità di reazione, e dunque chissà.

LA FOLLIA: ANDRADA SI INVENTA ATTACCANTE, BARRIOS E IL ROSSO EVITABILE– Partiamo dall’episodio decisivo: il River Plate aveva preso campo e probabilmente avrebbe vinto comunque, ma Wilmar Barrios ha squilibrato la partita facendosi espellere per doppia ammonizione e con un fallo ingenuo. Come rovinare una stagione fantastica che dovrebbe portarlo in Europa (Tottenham su di lui, che ha la clausola da 25mln): da lì in poi, nessuno ha fatto filtro nel Boca Jrs, che è pian piano naufragato fino al 3-1 finale. E nel naufragio, ha un buon ruolo Esteban Andrada: rientrava dopo due mesi out per la frattura alla mandibola rimediata contro il Cruzeiro, e ha fatto parecchi danni. Il portiere ex Lanus è un fanatico del gioco coi piedi (è stato preso anche per questo), ma ieri ha perso più volte la testa: prima quando ha abbattuto Pratto in area (venendo graziato dall’arbitro e dalla VAR), poi quando si è improvvisato attaccante nel finale. A sette minuti dal termine, con un solo gol di svantaggio e la squadra in 10, il portiere non può stare oltre due minuti a ridosso dell’area avversaria: Andrada si è improvvisato regista avanzato giocando ben oltre lo stile ”alla Higuita”, Schelotto non è riuscito a convincerlo a tornare in porta e la frittata è stata servita nella ripartenza dall’ultimo corner. Chissà come sarebbe andata con Rossi, autore di tre parate decisive alla Bombonera, tra i pali: dopo quella prestazione, avrebbe meritato la finale.

LA CORNICE DI RIVER-BOCA: UN BERNABEU ”SUDAMERICANO”– La Gran Final al Santiago Bernabeu di Madrid, la Copa Libertadores che conclude la sua ultima finale andata e ritorno fuori dal continente sudamericano (prima volta nella storia delle competizioni CONMEBOL, dopo oltre 5.500 gare) e nella terra dei conquistatori. C’erano tutti gli ingredienti per un grande autogol, invece Madrid ha saputo rispondere coi fatti: nessuno scontro tra le tifoserie, secco no alle barra bravas (che erano andate con regolare biglietto, ma sono state escluse dallo stadio) e tifo sudamericano. Nonostante ci fossero solo 20mila tifosi argentini e tanti spettatori neutrali, il tifo era caldissimo. Certo, abbiamo perso l’emozione di una finale nel Monumental con soli tifosi del River Plate, ma l’atmosfera è stata comunque caliente e adeguata alla situazione. E merita una menzione d’onore anche il parterre de roi: abbiamo scrutato tra gli spettatori Messi, Luis Suarez, Jordi Alba, Torreira, Dybala, Bonucci, Icardi, Zanetti e tanti altri giocatori sudamericani e/o europei che si sono gustati il match. Oltre a tantissimi direttori sportivi e uomini-mercato che volevano analizzare i tanti talenti presenti in campo: d’altronde, quando Wilmar Barrios e Nandez hanno clausole da 25mln, l’occasione deve fare l’uomo ladro. In generale, è stata una grande finale, nonostante un avvio balbettante. La giusta conclusione delle finali ida y vuelta della Copa Libertadores: nel 2019 sarà gara unica a Santiago del Chile, ma intanto il River Plate si gode il successo, e potrà vantarsi a lungo di questa strepitosa vittoria.

(di Marco Corradi, @corradone91)

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