”Con i prodotti della cantera e i giocatori valorizzati in prima squadra, il Porto ha incassato sul mercato qualcosa come 800mln dal 2004 al 2016. Un negozio praticamente perfetto, dove tutto quadra e il gioco resta sempre rotondo”: qualche giorno fa, un noto giornale italiano si univa così alla strombazzante ressa di sostenitori del miracolo finanziario riguardante il Porto di Jorge Nuno de Lima Pinto da Costa (for friends, Pinto da Costa), il club che, nell’immaginario mondiale, affoga nei soldi ricavati con le super-plusvalenze e le cessioni-monstre (James, Falcao, Jackson Martinez ecc ecc ecc). Niente di più falso, o meglio, niente di più sbagliato, perchè in Italia persiste quest’abitudine di fermarsi alle apparenze e alla prima impressione, cascando costantemente nel classico ”specchietto per le allodole”: e in casa dei Dragões, da anni, c’è ormai la fabbrica di specchietti per le allodole di mezza Europa.

La favoletta del Porto straricco, un’Udinese in senso più ampio, che vince dei titoli (a proposito, tutti coloro che strombazzano sul miracolo-Porto, vadano a vedersi gli ultimi 3 anni dei lusitani: zeru tituli e tante difficoltà) e fa acquisti a pioggia, è appunto, una favoletta che non regge più in confronto ai numeri e alla realtà dei fatti: fatti che finiscono con lo smentire la pletora di complimenti alla gestione trentennale di Pinto da Costa che, soprattutto negli ultimi anni e negli ultimi bilanci, sta mostrando delle crepe evidenti e una consolidata perdita di controllo nel club. Il Porto, infatti, ha registrato nel solo bilancio 2015-16 (licenziato a ottobre), un passivo consolidato di 58,133mln: un dato allarmante, soprattutto pensando che proviene da un club che ogni anno incassa cifre-monstre dal mercato. Ma com’è possibile tutto questo? Andiamo a scoprirlo insieme.

PORTO: LA VERITÀ SUI CONTI DEI DRAGÕES, PASSIVO PREOCCUPANTE NONOSTANTE LE PLUSVALENZE. E NEL 2014…- Il bilancio 2015-16, pubblicato come da obbligo governativo sul sito della CMVM, l’organismo di controllo delle società (calcistiche e non) quotate in borsa e delle loro operazioni, finisce di fatto con lo scoperchiare definitivamente il falso miracolo finanziario di un club che, per il percorso che sta facendo e la sua ”caduta” nelle mani dei fondi d’investimento (ne parleremo in seguito), è sempre più vicino al modello drammatico del Partizan Belgrado, recentemente escluso dalle coppe per i suoi annosi debiti, nonostante i saldi acquisti-cessioni narrino di un bilancio che dovrebbe essere ampiamente in positivo. Se andiamo infatti ad analizzare le ultime annate del calciomercato dei Dragões, ci troviamo di fronte a un quadro apparentemente da piccolo paradiso: dal 2010-11 ad oggi, solo una sessione di mercato si è chiusa in negativo, ed è la più recente, quella dell’estate 2016, nella quale il Porto non ha operato cessioni eccellenti (il massimo introito sono i 6mln di Maicon) e chiuso con una spesa di 32mln per gli acquisti e un introito di 14.6. Un saldo negativo di 17.4mln dunque, che dai benpensanti e dagli astuti dirigenti del Porto è stato subito bollato come la causa del passivo nel bilancio consolidato: ma la verità è un’altra, e la si scopre andando appunto a spulciare gli anni precedenti, nei quali il Porto ha sempre realizzato (apparentemente) attivi-monstre in sede di mercato. Partiamo dal 2010-11, con 36mln di spese e 38 d’incasso (+2mln), proseguendo col 2011-12 e il suo attivo di 1.2mln (spese 44.94mln e incasso 46), per poi andare al 2012-13 e alle sue spese ”ridicole” da 13mln a fronte di 73 d’introito (+60mln), al 2014-15 e ai suoi 81.6mln incassati a fronte di 44.4 di spesa (+37.2mln) e al mostruoso 2015-16, con 140.75mln in entrata (!) e 43.4 in uscita (saldo di +97.35mln): ecco, vedendo i saldi di queste stagioni, il passivo consolidato del Porto nel bilancio 2015-16 sembra essere una barzelletta creata da qualche svitato in cerca di gloria, e invece è realtà. 58.5mln di saldo negativo, che vanno a stonare in confronto all’attivo di 20.9mln del Benfica (mentre lo Sporting chiude sotto di 31.9, ma ha inserito a bilancio i 15mln pagati a Doyen nel Rojo-gate e le spese legali) e denotano un problema di difficile risoluzione: lo stesso Pinto da Costa, all’inizio del documento di presentazione del bilancio, ammette con un certo imbarazzo che ”il club va rilanciato”, dando la colpa di questo rosso al saldo negativo del mercato 2016 e agli ingaggi troppo alti della rosa (è previsto un taglio del 20% in estate, quando potrebbero partire i vari Brahimi, Corona, André Silva e Danilo Pereira). Nulla di più falso, dato che il problema si chiama TPO/TPI e fondi d’investimento: un problema che ha colpito il Porto da molti anni, e che si era palesato già nell’ottobre 2014 con un passivo consolidato di 37mln in una stagione che, sul mercato, aveva portato 60mln d’attivo. Un passivo che però è passato in cavalleria grazie ad un’operazione da mera ingegneria finanziaria e, diciamocela tutta, da ufficio inchieste (ovviamente ignorata dalla ”solertissima” UEFA): c’è un rosso di 37mln da ripianare e si rischia di andar fuori dal Fair-Play Finanziario (rischio che c’è tuttora)? ”Niente paura, ci pensa zio Pinto, mi han detto così”, e il metodo è a dir poco insolito: come molte società iberiche, il Porto società è scorporato dal Porto SAD, quotato in borsa e diviso tra tanti azionisti, e così ecco la trovata geniale per aggirare il problema. L’FC Porto compra delle azioni della SAD del… Porto (ebbene sì) per 37.5mln, guarda caso la cifra che costituisce il passivo, consentendo così alla consorella di effettuare l’aumento di capitale (a spese dell’FC Porto) e rientrare nei ranghi: ma come poteva la società, indebitata e in rosso, comprare azioni per 37.5mln? La risposta è presto detta, dato che i soldi provengono dalla cessione del 50% di Euro Antas, controllante dello stadio Dragão in mano all’FC Porto, a Porto SAD: un cane che si morde la coda, un giro di denaro dalla tasca sinistra alla tasca destra che risulta essere perfettamente legale e legalizzato. La CMVM indaga, ma nulla può, e chissà che lo stesso metodo non venga usato per ripianare il preoccupante passivo da 58.5mln del 2015-16: un passivo che è frutto di una gestione scellerata del mercato, con quei guadagni da 800mln che non sono tali, e vanno rivisti al ribasso in virtù degli investimenti delle terze parti sui diritti economici dei giocatori portisti.

PORTO: DA MENDES A… MENDES, PASSANDO PER DOYEN E D’ONOFRIO, IL CAOS FINANZIARIO È L’EMBLEMA DEI RISCHI COLLEGATI ALLE TPO- Andando a dare un’occhiata ai giocatori transitati dal Porto, infatti, ci si rende conto di un dato visibile già ad occhio nudo: almeno la metà (se non 2/3) di loro sono collegati o sono stati collegati in passato a fondi d’investimento o super-agenti che hanno investito sui loro diritti economici, andando poi a rosicchiare una robusta percentuale sulla futura cessione e intascandosi vagonate di milioni nelle commissioni (annosa questione portata definitivamente alla luce dal caso-Pogba). Ecco, di fatto, come si crea il passivo del Porto, derivante dalla scellerata gestione del mercato da parte di Pinto da Costa (presidente e plenipotenziario da anni), ed ecco anche il vero motivo per il quale le cessioni dei Dragões (e dei club portoghesi in genere, il Benfica non è da meno) raramente scendono sotto quota 20mln: c’è sempre una parte del ricavato da girare a qualche entità esterna che ha investito sui diritti economici del giocatore oppure, semplicemente, ne ha venduta solo una percentuale ai lusitani. È un circolo vizioso, quello tra il Porto e le terze parti, che inizia con Jorge Mendes e finisce con Jorge Mendes che, dopo qualche anno di ”stanca” (il super-agente portoghese e capo di Gestifute non tollerava l’influenza di Doyen sul club) è tornato a fare il bello e il cattivo tempo in casa biancoblù: un controllo de facto che era ben visibile nell’era-Mourinho, quando JM aveva sotto le proprie cure il tecnico e metà dei migliori giocatori del plantel portoghese (Paulo Ferreira, Deco, Ricardo Carvalho, Maniche, per fare alcuni nomi ”traslocati” poi al Chelsea con Mou, ma anche un banalissimo Quaresma), e rinato nell’estate 2016 grazie all’arrivo di Nuno Espirito Santo. Che, con Mendes, ha un rapporto che va oltre quello tra agente ed assistito: Nuno è il primo ad essersi affidato a Mendes, che ai tempi era solo un proprietario di discoteche con agganci importanti, e orchestrò il suo passaggio al Deportivo La Coruña dell’amico Lendoiro facendo letteralmente sparire il giocatore per due settimane e mettendo in giro voci sul suo imminente suicidio. Ne va da sè che l’approdo di Nuno al Porto sia un segnale del ritorno del rapporto a 360° tra Mendes (che aveva già portato lo sciagurato Lopetegui) e i Dragões, come dimostra la claque immediatamente nata intorno ad André Silva, talento emergente dei lusitani e cliente (guarda caso) di Gestifute: è un meccanismo già collaudato l’estate scorsa col sopravvalutato Renato Sanches (approdato poi al Bayern), coi titoloni dei giornali portoghesi per il talento mendesiano di turno, che viene dipinto come il nuovo Messia del calcio mondiale e incensato anche quando si allaccia le scarpe, finendo così nel mirino delle big che sono disposte a fare follie. In questo caso, la big di turno è il Real Madrid, pronto a cacciare a calci nel didietro Morata per buttarsi tra le braccia di Mendes e del giovane Andrè, che potrebbe essere pagato, udite udite, 58 dannatissimi milioni: una follia, per un ragazzo di buone prospettive (ha segnato 11 gol nella Liga NOS), ma comunque alla prima stagione in prima squadra dopo anni di gavetta nel Porto B, ma il sistema-Mendes è questo e la rinata amicizia col Porto va consolidata con una cessione-monstre che porti l’incasso sperato da Gestifute.

Ma dicevamo di un percorso da Mendes a Mendes, perchè in mezzo ci sono stati due diversi ”controllanti” del mercato del club: in primis Luciano/Lucien D’Onofrio, fautore di quell’era belga che ha portato in Portogallo Defour, Witsel, Bolat e altri giocatori dal dubbio rendimento, arricchendo le tasche dell’italo-belga e della sua Danubio, e infine Doyen Sports. Il fondo d’investimento maltese è stato ed è tuttora uno dei deus ex machina del mercato portista, a suon di trasferimenti milionari: i casi più spinosi riguardano senza dubbio Eliaquim Mangala (che è di Doyen, ma ha per agente Mendes: c’è un rapporto torbido tra queste due entità, che un po’ si fanno guerra e un po’ collaborano) e Yacine Brahimi, per due trattative che sono la nuova e ulteriore conferma di quanto TPO e TPI possano danneggiare i club. Il difensore francese arrivò al Porto per 7mln (versati allo Standard Liegi di D’Onofrio), lasciando poi i Dragões per 40mln e trasferendosi al City: bene, Football Leaks ha svelato come il 33% di quella somma (13.3mln) sia finito nei conti di Doyen, in virtù dell’accordo sui diritti economici del francese. Diritti economici che si rivelano un’autentica spina nel fianco dei club sia al momento delle cessioni, che nelle trattative d’acquisto, come dimostra il caso-Brahimi: il Porto compra l’algerino dal Granada per 6.5mln ma, in virtù del suo ”servilismo” verso Doyen, cede l’80% dei diritti economici al fondo per 5mln, realizzando una prima minusvalenza di 200mila euro rispetto alla valutazione. E non finisce qui, dato che le rivelazioni successive svelano come il Porto possa ricomprare quell’80% solo pagando 8mln a Doyen, che da tutto ciò avrebbe un guadagno di 3mln netti: ma il caos portista porta il club a ”tradirsi” con la CMVM al momento dell’acquisto del 30% dei diritti economici del trequartista reduce dall’eliminazione in Coppa d’Africa, dato che questa percentuale del cartellino (che fa salire il Porto al 50%) viene pagata 3.8mln, lasciando intendere che la valutazione complessiva dell’80% in mano a Doyen sia salita oltre i 10mln. Il Porto si ritrova così ad andare in perdita nell’investimento su Brahimi, e tra l’altro al momento della cessione (l’algerino ha una clausola da 60mln) dovrà dare il 50% del ricavato a Doyen stessa, compromettendo ulteriormente i suoi conti: operazioni che mostrano tutta la loro assurdità, e che, insieme a quella che portò Adrian Lopez al Porto (11mln per il 60% di un giocatore fischiato subito, e mandato in prestito per anni svalutandolo definitivamente), hanno finito col distruggere i conti dei Dragões e generare una situazione drammatica. Il Porto è sempre più un Partizan portoghese, e resiste nelle coppe e senza sanzioni per la sua tradizione (anche quest’anno è agli ottavi di Champions) e per le sue spericolate manovre di recupero finanziario.

Ma il quadro è tutt’altro che roseo, e quindi non fatevi ingannare: i conti non tornano affatto al Porto (attualmente 2° nella Liga NOS, a 4 punti dal Benfica), e la situazione idilliaca del club mago delle plusvalenze esiste solo nella mente di alcuni giornalisti che si fermano alla copertina del libro senza leggerne le note o il contenuto. I Dragões ormai non sputano più fuoco, e il rischio che la situazione peggiori, vedendo il numero di giocatori legati ai fondi* (che spesso giocano a scapito di talenti cristallini come Ruben Neves) nella rosa 2016-17, è più che concreto…

*= per fare qualche nome: Marcano, Boly, Danilo Pereira, Oliver, Sami, Diogo Jota, Andrè Silva, Joao Teixeira (Gestifute/Mendes), Depoitre, Brahimi e probabilmente Corona (Doyen) e, per chiudere, Hector Herrera: il figlio di Tony Blair (Nicholas), suo agente e fautore dell’arrivo al Porto, ha una percentuale sul cartellino del messicano.

(di Marco Corradi, @corradone91)

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