”Fatti, non pugnette”. Il senatore Palmiro Cangini, parodia del politico italiano abituato a difendere la poltrona, apostrofava così il povero Claudio Bisio durante le punte di Zelig. Coi due citati in precedenza Gianni Infantino condivide il ”taglio sportivo”, ma durante la sua presidenza ha fatto ben pochi… fatti.

L’Infantino che proclamava rivoluzioni in arrivo a destra e a manca, sanzioni dure e decisionismo ha lasciato il posto a una sorta di Infantino 2.0, che sostanzialmente si è dedicato solo all’allargamento della competizioni FIFA: Mondiale a 48 squadre, Mondiale per Club quadriennale a 24 club e… nient’altro. Per il resto, ”parole, parole, parole, soltanto parole, parole tra noi”, perchè Gianni Infantino è prima di tutto un uomo pragmatico: d’altronde non si passa da ”uomo dei sorteggi UEFA” a presidentissimo della FIFA e candidato unico alle elezioni di giugno senza tener buoni i poteri forti, e questo il sior Gianni lo sa benissimo.

Già qualche mese fa (o meglio, parecchi mesi fa) vi avevamo parlato della svolta di Infantino, una svolta che non ha mai portato a marce indietro o vere e proprie lotte al malaffare. Al momento della sua elezione, l’italo-svizzero aveva fatto il roboante annuncio: ”La FIFA farà una lotta senza quartiere a fondi d’investimento e terze parti (le TPO), per loro non c’è posto nel calcio”. In tanti ci avevano creduto, noi e il maestro Pippo Russo no: il tempo ci ha dato ragione, ragionissima. Perchè, di fatto, la lotta alle TPO non è mai neppure iniziata: negli anni della presidenza-Infantino, la FIFA si è limitata a qualche multa simbolica (Benfica ecc), e per il resto ha assistito silenziosa alla proliferazione della suddivisione dei cartellini e dei fondi d’investimento. Fondi che magari si sono ”tranquillizzati” dopo le indiscrezioni di Football Leaks (avete più sentito parlare di Doyen? Noi no), o semplicemente hanno trovato un altro modo per fare soldi alle spalle dei club.

Nel primo articolo sulla questione vi avevamo citato le ridicole multe inflitte ai primi club sanzionati, nell’aggiornamento odierno vi parliamo della ”sanzione” comminata al Porto, un club che è tutt’altro che dotato di bilanci rosei come ci viene detto: come avevamo già analizzato, dietro a ogni plusvalenza dei portoghesi c’è la ”mancetta” da dare all’agente (Mendes) o al fondo di turno, e così i conti finiscono in rosso. Ma i Dragões sicuramente non avranno pianto quando hanno ricevuto la ”sanzione” dalla FIFA. Il caso, svelato dal comunicato FIFA del 19 febbraio, è emblematico di come la Federcalcio mondiale stia affrontando (ironia) il problema legato a TPO e fondi: il Porto viene multato per 50mila franchi svizzeri (44mila euro) per aver violato le norme riguardanti le terze parti. Il nome del giocatore coinvolto ci viene svelato dalla stampa lusitana, ed è quello di Yacine Brahimi, affiliato a Doyen Sports.

Ed è proprio Pippo Russo a ripercorrere la vicenda legata all’algerino, esempio di come le TPO siano dannose per i bilanci delle squadre. Brahimi arriva al Porto dal Granada per 6.5mln il 22 luglio 2014: due giorni dopo, l’80% del cartellino viene ceduto a Doyen per 5mln. In sostanza e in percentuale, il Porto ci perde 200mila euro, e poi a giugno 2015 compie il capolavoro: il club di Pinto da Costa ricompra il 30% di Brahimi per 3.8mln di euro, ovvero più della metà di quanto aveva ricevuto per l’80%. A conti fatti, dopo pochissimi mesi Brahimi viene rivalutato a più di 12mln complessivi: inutile dire quanto il Porto ci abbia perso, visto che paga 3.8mln per il 30% di un giocatore che aveva acquistato per 6.5mln. Inutile dire quanto sia folle accettare questo tipo di pratiche, ma la FIFA non si limita ad accettarle senza reazione, quand’anche a incoraggiarle: perchè i club continueranno a cedere parti dei cartellini ad agenti e/o fondi per ricavare liquidità ed estinguere debiti, se sanno di essere puniti con 40-50mila euro di multa. Il sistema è sbagliato, ma soprattutto è la ”testa” del sistema ad essere sbagliata: non ci stupiremmo se, sul lungo periodo, le TPO e le terze parti venissero legalizzate. Perchè ormai, nel calcio moderno, non c’è limite al peggio.

(di Marco Corradi, @corradone91)

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