Calcio asiatico monopolizzato dalla Cina, questa conosciuta. E’ sempre più scontato, infatti, il binomio Asia=Cina. Il calcio asiatico per noi europei è solo quello cinese, con qualche nota a margine e di poco merito per quello nipponico. Perché? Cosa ha la Cina che non hanno gli altri Paesi?

Su 46 Paesi che compongono il vasto continente dell’Asia, solamente 4 si sono qualificati per il mondiale in Russia nel 2018: Iran, Giappone, Arabia Saudita e Corea del Sud. La “nostra” Cina, nonostante, i numerosi investimenti, ha fallito per poco l’accesso così sperato dal governo comunista. Un paradosso.

La Cina, che dal 2016 alla fine del 2017 ha visto spendere dai propri club più di 1,5 mld nel settore calcio, non è riuscita ad agguantare l’obiettivo sensibile, cioè approdare a Russia 2018 come una outsider. Cosa che è riuscita, invece, ai nemici di sempre, vale a dire il Giappone. I nipponici dalla prima volta, cioè dal ’98, non hanno più saltato un mondiale e, soprattutto, si sono imposti più volte nella Coppa asiatica. La Cina, può solo vantare un’apparizione nel 2002, dove venne eliminata al primo turno. Apparizione dovuta al fatto che, visto che Corea e Giappone erano già ammesse di diritto, vennero allargati i posti.

A parte questa prima rapida desamina, salta subito agli occhi, che a partecipare al mondiale è spesso segno di supremazia economica e sociale, con qualche piccolo aiuto “culturale”. Basti pensare che in Paesi come Nepal, Laos, Sri Lanka ecc… il calcio non è nemmeno considerato uno sport di rilevanza. E’ soprattutto un fattore politico, prima che culturale. Inoltre, Paesi come Israele, Russia e Kazakistan fanno parte della UEFA e non dell’AFC.

Il concetto che deve passare è che “Nazioni come Giappone e Corea del Sud nel calcio fanno praticamente da sempre da traino per l’intero continente, grazie a una presenza regolare delle proprie nazionali ai campionati del mondo, all’esportazione di numerosi calciatori in Europa e al dominio nelle coppe continentali per club“, come scrive il Post in data 24 gennaio 2016. Non si può scindere, dunque, successo planetario dal successo dei singoli campionati. Eppure, la Cina è una eccezione.

I magnati cinesi hanno voluto fortemente, sotto una spinta rilevante del proprio governo, investire nel calcio. Il vicepresidente della Federazione cinese, Dengfeng, aveva annunciato nel febbraio 2017 che entro il 2050 la Cina sarebbe divenuta una vera potenza mondiale nel calcio, una istituzione stabile e sicura. Con oltre 20 mila scuole calcio entro la fine dell’anno. La prima vera -passatemi il termine- ingerenza dello Stato è stata quella di creare nel distretto di Haidian a Pechino una zona sperimentale per il calcio. Una sorta di “test zone” abbastanza irrilevante per i media europei, ma che è stato solo l’inizio di un effetto domino inarrestabile. La seconda mossa è stata quella di inserire fra le materie di ammissione alle più prestigiose scuole della capitale il calcio.

Risultato? Boom esponenziale del calcio in Cina: col “via libera” da parte del governo e con sanzioni minime per chi non rispettava le regole, l’exploit era inevitabile. Cinesi che comprano club esteri, cinesi che scommettono nei club della Chinese Super League, facendo a gara nel dare il nome della propria azienda alla squadra, cinesi che comprano club esteri e che scommettono in quelli nostrani. Insomma, un vero e proprio melting pot economico-culturale. Poi, nel settembre 2017 sappiamo tutti come andò a finire: luxury tax e investimenti esteri nel calcio ritenuti “sensibili”, vale a dire rischiosi. Tutto questo, però, se da una parte ha fermato e condizionato colossi come Wanda e Suning, dall’altra non ha arrestato il processo di crescita degli ultimi anni nel loro Paese. Gli acquisti di Gaitan e Carrasco ( prima sconfitta per gli ex Atletico. Il Dalian Yifang è stato sconfitto 8-0 dallo Shangai SIPG) ne sono la prova lampante, così come la presenza del Guangzhou Evergrande nella top ten dei club più ricchi al mondo.

La stessa attenzione della Cina al calcio non è stata data da parte di Iran, Giappone e Arabia Saudita. Perché? La risposta è concentrata in questo breve passaggio del Post:

Lo scarso sviluppo del calcio asiatico si deve principalmente alla mancanza di una vera tradizione calcistica e alla popolarità di altri sport poco conosciuti in Europa: le nazioni più aperte e con più frequenti e duraturi rapporti con l’Occidente, infatti, sono anche quelle che hanno un sistema calcistico più solido e sviluppato.

Vale a dire, in soldoni, che è anche un fattore culturale prima che politico. E’ il governo cinese che ha dato il via libera ai colossi industriali di acquisire club esteri, di incentivare il calcio locale con la compravendita di stelle del calcio europeo e sudamericano. Il risultato, come già detto, è stato un fiasco in parte: senza una linea guida ben precisa e, senza una cultura di fondo precisa, il gioco del football è diventato un business. In Europa la situazione non è differente, ma, prima che questo gioco divenisse appannaggio dei signori della finanza, magnati e ricchi annoiati, il gioco prevaleva sugli altri fattori. Ora, la globalizzazione galoppante sta mostrando lo scheletro spolpato dal consumismo e dall’avidità di possedere e dominare sempre più, anche in Europa. In Cina, si è arrivati subito nell’era del consumismo più sfrenato senza passare da fasi intermedie di vero “amore” verso il calcio. L’emulazione della vita occidentale era così forte che il fenomeno, ora, si ritrova ad essere controllato dagli organi di governo, ad essere vigilato e monitorato H24. Possiamo dire che il modello Cina non è certamente il migliore per valorizzare l’aspetto più ludico di questo sport.

GIAPPONE

Il sistema calcistico nipponico è anni luce distante da quello cinese. E’ certamente più sano, ma meno competitivo. Fino a qualche anno fa la J1 League era considerata insieme al campionato Sud Coreano la punta di dimante del calcio asiatico. Cos’è successo poi? Un danno di immagine provocato dall’avanzata incontrastata della Cina. Anche l’attenzione giornalistica si è spostata verso la Grande Muraglia, lasciando la J1 League nel suo solitario e quasi forzato esilio volontario. Quest’anno, l’acquisto più oneroso – e da record – è stato quello di dal Corinthians per un totale di 11 mln di euro, cioè pari allo stipendio di Gaitan appena trasferitosi. Non ci sono proprio paragoni! Perché e stra perchè? Cultura. In Giappone ci sono società ricche e prestigiose quanto quelle cinesi: il Nagoya Grampus infatti, è di proprietà della Toyota, mentre l’Urawa Red Diamonds, vincitore dell’ultima edizione dell’ACF Champions League, è la società di proprietà della Mitsubishi. Fra i vari investitori troviamo anche la Rakuten, divenuta famosa per essere diventata il “Jersey Sponsor” del Barcellona  -con un accordo da 60 milioni di euro ogni stagione– è a capo del club Vissel Kobe, svela Blog Calcio Cina. Tra gli acquisti giapponesi, spicca quello di Podolski, pagato 5,5 mln, con uno stipendio da big europea. I club nipponici non si INDEBITANO per il calcio, non è nelle loro corde. E’ un codice d’onore non scritto e certamente da non biasimare.

SUD COREA

La Corea del Sud non vive un momento felice, né dal punto di visto politico che da quello economico. La costante minaccia della rivale del Nord non aiuta e, dal punto di vista finanziario, lo stallo nello scacchiere mondiale, trovandosi in una zona delicata, ha portato gli abitanti a distaccarsi dallo sport in questi ultimi anni. La K League 1 fatica a trovare “Title Sponsor” e l’affluenza negli stadi è drasticamente calata. Nel 2002 la Corea del Sud ospitò insieme al Giappone la Coppa del mondo e riuscì ad eliminare, tra l’altro, anche l’Italia. Da quel momento fino al 2010 il boom calcistico del Paese è stato evidente, ma poi le difficoltà sopraelencate hanno reso tutto un fuoco di paglia. La Samsung, ad esempio, è una società con numeri stratosferici, con asset da oltre 500 miliardi di dollari, ma perchè investire nel calcio quando ai coreani interessa poco? Molto meglio investire le proprie risorse nel settore degli eSports, in particolar modo League of Legends, dove la compagnia telefonica è diventata campione del mondo con il Team Samsung Galaxy (Blog Calcio Cina).

INDIA

In India regna il caos calcistico: due campionati, la I- League, considerato il vero campionato indiano e la Indian Super League che, a partire dal 2014, ha cominciato ad essere il più seguito. Quest’ultimo, infatti, è simile alla Major League americana, con 8 squadre. Non ci sono retrocessioni o promozioni: le prime quattro si affrontano nei play-off per aggiudicarsi il titolo. Del Piero, Lucio e Materazzi sono stati i protagonisti di questo illustre campionato indiano. Quasi tutte le squadre hanno una partnership con una squadra europea e tra allenatori e giocatori ci sono molte vecchie conoscenze del calcio italiano e mondiale: principalmente giocatori di una certa età che sono andati in India a terminare la loro carriera scrive il Post. Tuttavia, il loro è un campionato elitario, giocato quasi in grande riservatezza e senza curarsi delle vicende mondiali. La nazionale indiana è 163° nel ranking. Perchè? Perché il calcio non è sport nazionale, né di conseguenza il più seguito: cricket e hockey su prato i loro cavalli di battaglia.

MEDIORIENTE: GLI SCEICCHI E LA GUERRA

Non mi dilungherò sulle tragedie che stanno colpendo questa zona bellissima del mondo. Tuttavia, è inevitabile non parlare di calcio senza riferimenti politici. Gli sceicchi sono il motore del calcio: Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi stanno dando sempre più importanza al calcio locale. Non a caso i prossimi mondiali si svolgeranno in Qatar. Nel 2022, tra polemiche e proteste, gli occhi di tutto il globo saranno puntati lì, in quell’aspro frammento di terra così ricco nel sottosuolo. Il Qatar, però, si sta già attrezzando per quella data. A Doha, infatti, dal 2004 esiste una scuola calcio che ospita 300 ragazzi selezionati dai vari Paesi limitrofi, pescando anche in Africa. La scuola è finanziata dallo sceicco al Thani e la scuola è la Aspire Academy. 4 milioni di ragazzi provenienti da 17 Paesi fanno parte dei questa grande accademia del calcio che dà la possibilità ai meno fortunati di mettersi in gioco. La sede dell’Aspire è in Qatar, ma le filiali sono sparse in tutto il mondo. Scopo? Far debuttare i selezionati in un vero campionato europeo. Ecco, allora, che nel 2013 lo sceicco ha comprato la squadra belga del Kas Eupen, che milita in serie B. Da lì, poi, i giocatori possono mettersi in evidenza e realizzare il sogno di giocare nei massimi campionati. E’, però, il campionato saudita ad essere celebrato come il “migliore”. Tanto che detiene il record di Asian Championship vinte da una squadra mediorientale, vale a dire 4. Tuttavia, quello che è mancato finora alle squadre dei paesi più ricchi del Medio Oriente è stata la programmazione e la creazione di sistemi equilibrati in grado di mantenere una certa stabilità anche senza la presenza di una proprietà molto ricca spiega il Post.

In Iraq, invece, la situazione è minacciata dall’ISIS, che occupa il nord del Paese. Il campionato continua regolarmente, ma nessuna squadra ha sede in quella zona, ma a sud, tra il Kurdistan iracheno e la capitale Baghdad. In Siria, addirittura, l’ISIS per qualche anno non ha permesso il regolare svolgimento del campionato, che attualmente conta 14 squadre. Sorte peggiore è toccata all’Iran: i cambiamenti politici hanno bloccato la crescita del calcio locale, innescando una serie di problematiche relative al campionato stesso. Nell’arco di 30 anni, sono tre i campionati nati dalle ceneri di quello precedente: Takhte Jamshid League, interrotto nel 1978 per la rivoluzione islamica, la Azadegan League dal 1990 e infine la Iran Pro League dal 2001.

CONCLUSIONE

E’ un fatto politico-culturale. Da questa desamina, pur breve e priva di dati statistici rilevanti, si può comunque notare come l’apertura al calcio europeo ed occidentale sia un diktat che proviene dal governo. Se non ci sono direttive, campionati illustri come quello nipponico o coreano rischiano di isolarsi, oppure quello indiano di essere fine a se stesso. La Cina ha deciso di giocarsi le sue carte con un progetto su larga scala, investendo e intervenendo in prima persona nella vita dei club e delle aziende che li controllano. Tuttavia, non mi sento di dire con certezza che sia il modello perfetto. Paesi come il Giappone, con una filosofia e una storia nazionale millenaria non hanno preso questa via. Il calcio non è tutto, il calcio non è per forza l’ombra di una nazione.

a cura di Matteo Tombolini (@MatteoTomb)

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