Ma anche no. Anche se è facile illudersi: d’altronde, vedere un classe ’99 e un classe ’98 titolari nel Milan fa specie, anzi, proprio non eravamo abituati, soprattutto se questi due sono italiani. E non me ne vogliano il Milan o i milanisti, si parla a livello generale di calcio italiano. Soprattutto considerando che anche la Juve ha, negli ultimi anni, quasi invertito la rotta iniziando a puntare sugli stranieri (Dybala, Higuain, Pjanic, Pjaca e chi più ne ha più ne metta). Il problema è che oggi come ieri è difficile avere pazienza. E ne è la prova l’Inter, che ha di punto in bianco esonerato Mancini, affidato una squadra messa non troppo benissimo a De Boer che ha dovuto salutare la Pinetina dopo nemmeno tre mesi: non c’è stata la pazienza di aspettare, di vedere il suo gioco, che per quanto ne sappiamo avrebbe potuto anche scombinare il calcio italiano essendo diverso da quello tradizionale. Ed ecco che si ritorna all’idea conservatrice di calcio italiano con Pioli. Basti vedere De Zerbi che, nonostante la rivoluzionarietà del suo gioco, è stato in bilico sulla panchina del Palermo. Probabilmente la novità tattica andava contro l’idea di squadra che lotta per la salvezza catenacciando ogni partita.

La verità è che oggi come ieri, a discapito di quanto si possa pensare, solo le squadre di livello medio possono permettersi di sperimentare. Per le grandi, tifosi e società vogliono i risultati subito; per le piccole, invece, la salvezza anno per anno è una prerogativa. Manca il coraggio di azzardare perché si sa che il rischio di finire sulla gogna pubblicamente è molto alto. Al nostro calcio manca questa idea di rischio rivoluzionario, di potersi giocare un anno in A per poter far bene i successivi 5, di poter non finire in Europa per iniziare un nuovo ciclo, un nuovo progetto con la calma di chi sa che un anno male può significare 4 anni bene. La pazienza è la virtù dei forti: e noi, siamo forti?

Nicola Cavagnetto