Sabato 24 ottobre, presso la Sala Appiani dell’Arena Civica Gianni Brera di Milano, si è tenuto un interessante dibattito sul tema “Giovani promesse: dove va a parare il gioco del calcio moderno”.

A guidare la riflessione c’erano alcuni nomi autorevoli del settore, tra cui Felice Accame, Sanzio Anzani, Pippo Russo e Luca Vargiu. Da citare anche Elisabetta Bucciarelli e Chiara Beretta Mazzotta, nel ruolo di moderatrici del dibattito.
Ancora una volta, Bookcity Milano si conferma essere un progetto dalla forte connotazione culturale: luogo d’incontro e dialogo, il cui obiettivo precipuo è il confronto tra adepti e novizi di una determinata materia – tra tecnici del settore e tutti coloro che vi si interessano con passione.
Quello sulle giovani promesse è un argomento delicato, nonché perfetto spunto da cui partire per indagare il mondo del calcio, e il significato (fuorviante) che questo ha assunto nell’immaginario collettivo odierno di ognuno di noi.

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Ad aprire le danze ci pensa Pippo Russo – sociologo, saggista e giornalista impegnato nel settore – il quale intavola un’interessante analisi sulla commercializzazione del calcio. A tal proposito, cita Cristiano Ronaldo: dei 127 milioni pagati dal Real Madrid al Manchester per l’acquisto del due volte pallone d’oro, 22 milioni sono stati ripartiti in commissioni e percentuali dovute ai vecchi club del calciatore – tra cui, soltanto 12 milioni allo Sporting Lisbona. Pippo Russo traccia un perfetto ritratto di come il calcio sia inteso come strumento di business fin dalle giovanili.
Felice Accame – saggista, docente di teoria della comunicazione a Coverciano – affronta tutta la problematica correlata ai diritti televisivi. Speculazione e strumentalizzazione dell’immagine sono i concetti che più sembrano rappresentativi di questo aspetto: se la tecnica per affiliare nuovi abbonati (rif. target specifico dei tifosi di calcio) di una piattaforma televisiva commerciale deve ridursi alla promessa di mostrare in esclusiva le immagini degli spogliatoi dei calciatori, forse esiste davvero un problema di fondo. Felice spende ulteriori parole di denuncia in relazione alla pratica di ripartizione dei debiti di quelli che riconosciamo come veri e propri vip, ai danni del popolo. Il professore calca abilmente la mano sulla definizione di calcio in quanto “ascensore sociale” – il cui concetto non lascia spazio a valori quali passione, divertimento o etica sportiva.
Sanzio Anzani – responsabile tecnico della pre-agonistica del Cimiano – reindirizza il discorso verso il settore giovanile. Spesso i genitori dei giovani talenti, commettono l’errore di sovraccaricare di responsabilità i ragazzini. Deviano la loro passione, li invitano inconsciamente ad essere mainstream, a simulare il doppio passo e altre performance da calcio spettacolo che trascendono completamente dai reali valori educativi e formativi all’origine di questo sport. Troppi pseudo-allenatori affollano le tribune e trasmettono ai propri figli quanto sia importante apparire, destreggiarsi in numeri da fuoriclasse, lasciando completamente in ombra l’aspetto ludico e lo spirito di squadra.
Elisabetta Bucciarelli – nota scrittrice e saggista – entra nel cuore di questo problema, portando a testimonianza la lettera scritta da Andrea, un bimbo che alla tenera età di 10 anni ha abbandonato il calcio in quanto sport agonistico, poiché deluso – nel suo piccolo – dal sistema. Le parole di Andrea sono molto semplici, eppure paiono riecheggiare in uno stridente retrogusto amaro. La lettera si chiude con una scelta – una consapevolezza nuova: l’appartenenza ad un mondo le cui sconfitte personali superano di gran lunga le vittorie, non vale il piacere di una partita a calcetto con gli amici dell’oratorio.
Luca Vargiu – ex procuratore e autore – si riallaccia al concetto di “ascensore sociale”, introdotto da Felice Accame, e conduce una riflessione sul punto di vista che i ragazzi di oggi (possibili talenti di domani) hanno sul calcio. Il modello da raggiungere è quello del calciatore milionario, con una vita agiata ed una carriera spianata. Tutti i ragazzi puntano alla serie A, snobbando le leghe minori e, mossi da questo spirito, tendono a circondarsi di mercanti di promesse – fabbricanti di sogni di plastica che li illudono che per raggiungere la vetta non occorre scalare la montagna. Che sia un titolo o un eufemismo, il termine “pallonari” rimane quello più consono a questi abili fautori della compravendita di talento vero e passione.
Ci si muove in un territorio pericoloso quando si parla di calcio: una gabbia d’oro, dietro la cui patina aurea si nasconde tanta sporcizia. A tal proposito, cito il libro Procuratore? No, grazie! – scritto da Luca Vargiu. Pregnante testimonianza di chi il calcio lo ha osservato da bordo campo ed ora ha voglia di denunciare tutta l’immoralità che affolla la realtà calcistica italiana, senza sconti o abbellimenti.
Solo verità grezza.

A cura di Alexia Altieri