Ci risiamo. E’ difficile analizzare una gara che non ha avuto storia e che inevitabilmente rimanda ad un’altra partita approcciata con lo stesso modo di fare, cioè quella dello scorso 22 aprile, giorno in cui la Juventus era in piena lotta per lo Scudetto con il Napoli. E quel 22 aprile c’erano proprio i partenopei da affrontare allo Stadium, in uno scontro da match point da non sbagliare, da non lasciarsi sfuggire per mettere la firma sul settimo successo consecutivo in Serie A.

Quella sera tutti sanno cos’è accaduto a prescindere dal risultato finale, perchè senza quello stacco perentorio di Koulibaly a ridosso del novantesimo si sarebbe andati negli spogliatoi con un pareggino scialbo, che magari avrebbe portato squadra e tifosi a minori sofferenze e ad un finale di stagione più sereno, ma che non avrebbe messo in evidenza dei limiti per lo più caratteriali che quel gruppo aveva dimostrato di avere.

La Juve manca quando non deve mancare. Così, dopo aver minimizzato le sconfitte con Manchester (“sconfitta che non fa male”), Young Boys (“se c’era una partita da poter perdere era questa”) e Atalanta (“l’incastro della Coppa Italia”), è arrivato un tonfo clamoroso che rischia di compromettere l’intera stagione, nonostante quell’ottavo Scudetto di fila che sì è un traguardo ambito, ma – senza girarci troppo attorno – non sazia completamente la fame di successi dei tifosi così come della dirigenza, che quest’anno ha posto la Champions League come obiettivo reale, realizzabile, raggiungibile.

Ed allora cos’è mancato alla Juventus vista ieri a Madrid? Rispondere tutto a questa domanda sarebbe fin troppo facile e scontato. Dichiarazioni a raffica prima della gara di Champions che all’unisono lasciavano intendere, forse con un filo di arroganza, quale mossa aspettarsi da Simeone: Atletico arrembante nella prima mezz’ora a caccia della rete del vantaggio e a pressare alto come se non ci fosse un domani; Juventus paziente, lucida, che avrebbe ripreso in mano il pallino del gioco dopo la sfuriata dei Colchoneros per affondare al momento opportuno. E’ accaduto l’esatto opposto. Il Cholo ha messo in campo la solita squadra indirizzandone però le movenze e l’atteggiamento come un saggio direttore d’orchestra: nessuna isteria, nessuna ansia, nessuna esagerazione. L’Atletico ha fatto la sua gara da gruppo compatto, ordinato in difesa e temibilissimo davanti, con i “gregari” a far la legna ed i “solisti” a splendere; è solo un caso che i gol siano arrivati da due arcigni difensori, perchè sarebbero potuti benissimo esser stati Diego Costa, Griezmann o Morata stesso ad infliggere colpi quasi fatali ad una spenta e sfiduciata Vecchia Signora.

E’ parsa palese quella condizione di confusione che ha pervaso Allegri, il quale di certo non si aspettava questa impostazione di gioco da parte dell’Atletico, così come non poteva addirittura immaginare quei cambi dichiaratamente offensivi da parte di Simeone, che, al minuto 67 aveva bruciato tutte le sostituzioni inserendo due calciatori dalle doti spiccatamente votate all’attacco (Lemar e Correa) per due mediani con caratteristiche più di contenimento e d’impostazione (Thomas e Koke). L’immobilismo, il non saper come ribattere a tale situazione ha fatto il resto; il Cholo ha sentito l’odore del sangue, ha capito che poteva mettere KO la sua preda e non ha esitato un solo istante, venendo giustamente premiato non solo per la grinta ed il coraggio, ma anche per la pregevole intuizione tattica.

Ma il 22 aprile 2018 e il 20 febbraio 2019, oltre al risultato negativo che obbliga la squadra ad uno sforzo sostanzioso per rimediare a quanto accaduto, ha in comune la spropositata mancanza di personalità in circostanze decisive, così come la leggerezza con cui ai microfoni poi si è cercati di render meno pesante del dovuto la questione. A fronte di prestazioni del genere – non di sconfitte, perchè il calcio insegna che quelle possono arrivare anche a seguito di partite giocate molto bene – può esser più consono valutare quali errori siano stati commessi, senza nascondersi dietro la retorica dell’esistenza in campo anche degli avversari, o al fatto di esser contenti per la prestazione di limitati tratti di gara, o, ancora, recriminando per l’assenza di episodi fortunati al momento opportuno.

Così, come nella stagione passata, la Juventus è costretta a rincorrere, è chiamata a sfoderare prestazioni di altissimo livello qualitativo ed a misurarsi con situazioni che non lasciano spiragli, che non possono consentire una scelta di comodo per tirare avanti, ma che, a differenza dell’anno scorso, non comprendono un inconsapevole lavoro sporco da parte di altre compagini per sopperire a quelle mancanze che ne avevano messo in discussione la leadership. La remuntada, il recuperare lo svantaggio, il rimettere a posto la questione è possibile, non è un’utopia ma serviranno carattere e convinzione in primis ad Allegri, che poi dovrà esser bravo a trasmettere lo stesso stato d’animo agli uomini che manderà in campo.

a cura di E.Menegatti (@44gattdernesto)