Questa che vi andremo a raccontare è una storia particolare, il racconto di un ragazzo di umili origini, che ha saputo sempre mantenere i piedi per terra nonostante abbia fatto innamorare migliaia di persone. Certi calciatori si autoproclamano “dio in terra”, anteponendosi alle divinità o ad una qualsiasi creatura mitologica o eccedendo del peccato di superbia. In un calcio dove troppi calciatori o finti tali si credono superiori, una storia come questa fa riapparire il sole dopo la burrasca. La storia di un ragazzo che non si rifiutava mai di firmare autografi perchè “Ci restavo male quando non mi davano l’autografo, per questo adesso mi fa molto piacere firmarli, soprattutto ai bambini!“. Tecnica sopraffina, classe purissima ed eleganza fuori dal comune. Un piede dolcissimo in grado di regalare in qualsiasi momento, un assist decisivo ai compagni. Soprannominato “O Maestro”, è stato una delle icone della Serie A negli anni 90, un campione in grado di far sognare lo scudetto a Firenze e capace di vincere ogni trofeo disponibile in maglia rossonera. Un esempio per portamento, educazione e carisma, dentro e fuori dal campo…

 

#GliAgentiRaccontano… Rui Manuel Cesar Costa, “O Maestro”

 

Gli inizi 

Mamma Manuela e papà Vitor danno alla luce il piccolo Rui Manuel Cesar Costa il 29 marzo 1972. Abitano nella piccola frazione di Damaia, appena fuori la capitale del Portogallo, ed è proprio nella squadra del suo piccolo paese(il Damaia Ginásio Clube) che, all’età di cinque anni, il piccolo Manuel inizia a dare i primi calci. Stupefacente a dir poco, una classe che per un bambino così piccolo è quasi impossibile da immaginare, un tocco di palla e una visione che neanche giocatori più “grandi” possono sognare lontanamente, un talento che di certo non sfugge a uno che del talento ne ebbe tanto da vendere, Eusebio. Sì, il grande centravanti campione d’Europa nel 61/62 lo vedette all’età di nove anni e non ci pensò due volte a portarlo nel club per il quale lavorava, quella squadra per cui tanto aveva sudato e vinto, il Benfica.

12 anni sarà la durata complessiva della parentesi nelle Aquile di Lisbona. Si affacciò in prima squadra nel 1991, dopo aver esordito tra i “grandi” appena una stagione prima nei dilettanti del Fafe, e conquistò immediatamente la fiducia dei tifosi e quella del tecnico, che lo confermò per la seguente stagione. Incominciò ad imporsi grazie alle sua fantasia, per gli assist, le invenzioni, le giocate, preferiva far segnare gli altri, anzichè lui stesso. Tutto sommato è la mera rappresentazione del suo carattere, un ragazzo umile, disponibile e assai gentile. Alla fine riuscì ad aiutare i suoi a ritornare campioni di Portogallo(1993/94), dopo due anni di astinenza, e ad alzare la Taça de Portugal nel 1992/93. Nell’estate 1994, però, quando ormai i fan avevano tatuato il suo nome nel cuore, fu ceduto alla Fiorentina di Cecchi Gori per circa 11 miliardi di Lire. Un colpo al cuore, ma è necessario per far rifiatare le scarse finanze dei portoghesi. O Maestro, come lo hanno iniziato a chiamare i suoi connazionali, sbarca dunque in quel paese che rappresenterà l’altra metà della vita.

 

L’approdo nel BelPaese

 

Rui, baila la Portuguesa, passa la pelota a Nuno, segna e poi facci cantar…

La curva Fiesole ogni partita era solita intonare questo simpatico coro ogni volta che indossava la numero 10 viola, e tanti altri ancora. Perchè Manuel, per nome lo chiamavano i fiorentini tanto era amato, li aveva conquistati anche con piccoli gesti: era solito, ad esempio, lasciare parcheggiata la sua macchina di fronte allo stadio, in un noto bar ritrovo per i sostenitori della Fiorentina per godere dell’affetto delle persone attorno alla squadra nel post-partita. Soprattutto lui, per qualche minuto, percepiva di ritornare ad una condizione di essere mortale, svincolandosi da quella creazione ideologica dei fan che lo immortalavano come l’Immortale quando deliziava i loro occhi sul prato del Franchi. E proprio su quel manto erboso, insieme all’inseparabile compagno di reparto Batistuta, vinse 2 Coppa Italia(1996/97 e 2000/2001), una Supercoppa Italiana(sempre nel 1996/97) e riportò la Viola in Champions League, non riuscendo però a passare i gironi nella stagione 1999/2000. Globalmente riuscì a segnare 50 gol nell’esperienza toscana. Con l’addio del grande amico Re Leone, acquisì il ruolo di unico leader anche nello spogliatoio, dopo che le venne assegnata la fascia da capitano. La mantenne purtroppo per solo una stagione: vista la crisi finanziaria che, ancora una volta, affliggeva il club, fu venduto al Milan nell’estate del 2001.

 

Rui Costa

 

Fu la prima richiesta del neo-allenatore dei milanesi Fatih Terim, suo ex-allenatore la stagione precedente. 85 miliardi del vecchio conio al presidente Cecchi Gori, che tentò di piazzarlo in tutti i modi, contro la sua volontà. L’allenatore turco non durò molto a Milano, però rimase giusto il tempo per designarli un ruolo che lo farà ancora più grande al Milan: meno gol, più arretrato ma tanta tanta fantasia nella posizione dietro le punte in quel “centrocampo a rombo” che il suo successore porterà alla vetta del calcio mondiale. Funzionò molto bene grazie anche ai suoi interpreti, con un centrocampo con Gattuso e Seedorf che permetteva di tirare il fiato, tanto corrono loro, e un Pirlo che sapeva sempre dove trovarti ma, soprattutto, un Inzaghi e un Shevchenko che sapevano già che pallone attendersi. Nel giro di due stagioni il Milan conquistò la Champions League(quella della famosa notte di Manchester contro la Juve) e la Coppa Italia, oltre che la Supercoppa Europea e quella Italiana. Arriverà lo Scudetto la stagione successiva, anche se la trequarti incominciò a risultare più stretta, visto l’arrivo del giovane trequartista Kakà. Nonostante l’arrivo e la crescita esplosiva del brasiliano, Ancelotti dovette applicare il cosiddetto “Albero di Natale“, sacrificando un attaccante in favore della coppia di fantasia, e quanta fantasia, sulla trequarti. Non arrivarono trofei nelle due stagioni successive, compresa l’immensa delusione di Istanbul, ma il Milan riuscì a mantenersi ai vertici e ad imporsi come “squadra da battere”. Il Musagete, come venne soprannominato da Pellegatti, non riuscì ad essere scritto sul tabellino dei marcatori molte volte(appena 11 gol in 192 presenze) ma in compenso sfornò la bellezza di circa 70 assist per la rete dei compagni, una media di 14 passaggi decisivi all’anno. Alla fine della stagione 2006 dichiarò la sua intenzione di rescindere il contratto con i Rossoneri per tornare nella sua amata Lisbona. Anche a Milano lasciò una parte di cuore e riuscì a ricreare anche qui un rapporto fantastico con i tifosi, tanto che nella partita Milan-Benfica di Champions(18/09/2007), l’intero stadio SanSiro continuò ad applaudire il suo-ex beniamino per tutti i 90 minuti di gioco, come se indossasse ancorala maglia rossonera.

 

Il Milan però ti entra nelle vene e non ne esce più…

Rui Costa

 

Gli anni in nazionale, la generazione d’oro e la disfatta di Lisbona!
Rui Costa inizia la sua carriera in nazionale maggiore nel 1993, dopo la vittoria con la selezione Under 20 del mondiale  di categoria, giocato proprio in Portogallo nel 1991.Insieme a Peixe, Joao Pinto, Abel Xavier, Fernando Couto e naturalmente Luis Figo, è considerano degli astri nascenti del calcio portoghese, europeo e mondiale. Nel corso del mondiale Under 20, Rui Costa brilla e trascina i suoi alla vittoria segnando il gol decisivo in semifinale contro l’Australia e l’ultimo rigore nella finalissima contro il Brasile.
Nonostante le premesse eccellenti il cammino della nazionale portoghese e di Rui Costa negli anni 90 fu amaro di successi e ricco di delusioni. Gli iberici fallirono la qualificazione ai Mondiali Americani del 1994 e anche quattro anni più tardi a Francia 98.  I portoghesi raggiunsero invece agli Europei in Inghilterra i quarti di finale ma furono eliminati dalla Repubblica Ceca, e la semifinale nel 2000, anno in cui la Francia riuscì ad eliminarli nuovamente ad un passo dalla vittoria.
Finalmente arrivò anche il primo Mondiale per l’asso portoghese. Nel 2002 infatti il Portogallo di riuscì a qualificarsi alle fasi finali del torneo ma l’esperienza durò molto poco a causa dell’eliminazione al primo turno con il terzo posto nel girone con Polonia, Stati Uniti e Corea del Sud. La parentesi più amara però fu l’Europeo casalingo del 2004. I sogni del Portogallo, dopo un grande torneo, svanirono proprio nella grande finale, persa clamorosamente contro la modesta Grecia. Giocare un europeo tra le mura amiche da grandi favoriti, in una squadra composta anche da Cristiano Ronaldo, Deco, Ricardo Carvalho, Simao e Figo fu la goccia che fece traboccare il vaso, una delusione troppo grande anche per Rui Costa che decise di ritirarsi dalla nazionale maggiore per dedicarsi solamente ai colori rossoneri.
L’addio al calcio e la carriera da dirigente!
L’ 11 maggio del 2008, Rui Costa gioca la sua ultima partita con la maglia del Benfica e si ritira ufficialmente dal calcio giocato abbracciando, qualche mese dopo, la carriera dirigenziale. “O maestro” è tuttora il direttore sportivo del Benfica, rappresentante della società che lo ha cresciuto e lanciato nel grande palcoscenico del calcio, in giro per l’Europa. Vederlo giocare e accarezzare il pallone non appagava soltanto gli occhi ma l’intelletto, in Portogallo, a Firenze, o alla Scala del calcio una sola parola ha accompagnato il suo addio al rettangolo verde… Obrigado Rui…
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 A cura di Gianluca Zanfi(@GianlucaZanfi) e Vito Lecce

 

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