Giocatore umile, che piaceva alla gente, che ha saputo far innamorare milioni di tifosi. Talento, corsa, integrità, fantasia erano le caratteristiche che contraddistinguevano la Furia Ceca, doti che seppe sfruttare alla grande e che lo portarono nell’Olimpo del calcio. Nato come ala di grande corsa e fiato, ma pian piano adattato ad un ruolo meno rigido e che più lo lasciava libero di destreggiarsi e svariare, senza alcun vincolo di copertura o marcatura, sfruttando tutta la sua naturale classe.

 

Gli inizi

 

Cheb è una piccola realtà decisamente lontana dalla capitale Praga, ma decisamente vicina al confine tedesco, compresa nella famosa regione della Boemia, che insieme alla Moravia compongono la Repubblica Ceca. In questa piccola realtà di confine nasce Pavel Nedved il 30 agosto 1972, da papà Vaclav e mamma Ana, e qui incomincia a tirare i primi calci al pallone. Quelli ufficiali, però, avvengono nella vicina Skalna, dalla quale riesce ad emergere trasferendosi allo Skoda Plzen nel 1986. Siamo in periodo comunista cecoslovacco e, come di consueto, le squadre prendono il nome da reparti statali oppure dalle grandi industrie(Metalist, Lokomotiv, Honved per citarne alcuni), inoltre era ancora obbligatorio il servizio militare per i giovanotti cecoslovacchi. La famosa multinazionale degli autoveicoli nacque proprio a Plzen e aveva dato nome alla società locale di calcio, poi trasformata in Viktoria nel 1992. Nella cittadina famosa anche per la birra, incontrò quello che sarebbe diventato un secondo padre: Josef Žaloudek. Questo curioso personaggio cambiò totalmente l’approccio al calcio del buon Pavel: insieme ai consigli del padre Vaclav, sfegatato tifoso e ardente maniaco calcistico, riuscì a condurlo sulla strada del grande calcio, allenandosi ripetutamente sia in campo che in casa, sia con la squadra che da soli durante le estati. Pavel crebbe e divenne un grande talento ma, sul più bello, arrivò la chiamata alla leva: lasciò Plzen, Žaloudek e i genitori per andare nella capitale. In quegli anni di regime, infatti, esisteva una norma che prevedeva l’acquisto di tutti i calciatori che avevano già prestato servizio militare da parte del Dukla Praga, la squadra dell’esercito cecoslovacco, illimitatamente e senza che le le avversarie potessero percepire nessun riconoscimento economico. Ovviamente Pavel, che di talento ne aveva da vendere, finì per giocare per quella particolare “selezione”, perchè definirla squadra è troppo. Per fortuna sua rimase solo un anno, perchè nel 1992 passò ai rivali dello Sparta Praga. Nel giro di 4 anni vinse 3 campionati(2 cechi e 1 cecoslovacco) e una coppa ceca, segnando 23 gol in 96 presenze e arrivando ad esordire in nazionale nel 1994. Proprio dopo un grandioso Europeo del 1996(ne parleremo dettagliatamente più avanti) venne notato e si trasferì in quattro e quattr’otto nel BelPaese, grazie ad un’intuizione di un agente in rampa di lancio e del quale ne sentiremo parlare anni dopo: Mino Raiola da Harleem, Olanda. 2 miliardi di lire lo vedevano già nella rosa del PSV Eindhoven, con tanto di dichiarazioni di accordo raggiunto, ma c’era un suo connazionale che lo desiderava a tutti i costi in Italia: Zdenek Zeman, allenatore della Lazio. Raiola fiuta l’affare ghiotto e s’inserisce tra gli olandesi e i cechi, strappando il talento alla concorrenza Oranje portandolo alla corte di Cragnotti, allora presidente delle Aquile per circa 9 miliardi di lire. In realtà Pavel aveva già stregato il tecnico boemo un anno prima, ma aveva incontrato difficoltà nel convincere il presidente a procedere con l’acquisto. Il 10 luglio, viene presentato a Roma.

Zeman lo reputa fondamentale per il suo 433 prettamente offensivo viste le sue eccellenti doti da ala sinistra, ma non riscirà ad adattarsi nello striminzito periodo in cui il connazionale siederà sulla panchina laziale. A gennaio verrà sollevato visti gli scarsi risultati per essere sostituito con Dino Zoff, che riuscirà a sfruttare meglio le sue caratteristiche arretrandolo sulla linea dei centrocampisti, facendogli chiudere la stagione con 10 centri in 38 presenze. L’annata successiva, con l’arrivo di Sven Goran Eriksson alla guida della Lazio, passerà due stagioni difficili causati da non bellissimi rapporti col tecnico svedese e un serio infortunio che lo terrà lontano dai campi per qualche mese. Nonostante tutto tra il 1997 e il 1999 segnerà 21 volte in 77 occasioni, vincendo anche una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana e mettendo a segno il gol decisivo per la vittoria dell’ultima edizione della Coppa delle Coppe nella finale contro il Mallorca(semirovesciata appena fuori area sul palo lontano).

 

 

La stagione successiva sarà quella della gloria per la Lazio: lo Scudetto inaspettatamente vinto dopo la famosa domenica pomeriggio di Perugia. Sarà un’annata da protagonista per Nedved, che darà una grossa mano ai suoi per conquistare la Supercoppa Europea ai danni del Manchester United e a far riaprire il campionato col gol vittoria nel derby di ritorno.

L’ultima stagione in biancoceleste sarà il 2000/2001: Eriksson non riesce a dare continuità agli ottimi risultati dell’anno precedente e decide di dimettersi, anche perchè aveva già un accordo con la nazionale inglese, venendo sostituito dal traghettatore Zoff. Stagione difficile in tutte e tre le competizioni che vedrà la Lazio alzare solo la Supercoppa Italiana e non riuscendo a difendere il titolo italiano conquistato l’anno prima. Nedved riuscirà comunque a mettere a segno 13 reti in 45 presenze. Nell’estate del 2001, causa la crisi che si faceva sempre più sentire in casa Cirio(azienda proprietaria della Lazio), i migliori talenti vennero ceduti: Veron, Salas, e appunto Nedved. Sul ceco c’era l’interesse di mezza Europa, ma l’intervento decisivo della premiata coppia Moggi-Raiola fece sì che Pavel si trasferì sotto la Mole per 70 miliardi di Lire, nonostante l’ala avesse pronto il rinnovo del contratto e lui stesso non avesse troppa voglia di muoversi da Roma. Dopo la cessione di Veron allo United, il presidente Cragnotti non aveva più la necessità di cederlo, ma qualcosa si ruppe tra i due. Nonostante un rinnovo pronto di firma, Nedved si trasferisce in Bianconero.

 

Anche lui non voleva lasciare la Lazio. Per i tifosi era un idolo, lui non avrebbe voluto tradirli. Soprattutto, non voleva abbandonare la sua casa all’Olgiata. Era irremovibile. Gli dissi: “Ma almeno vieni a vedere l’abitazione che ti vorremmo dare, il posto”. All’ennesimo no, rilancio: “Ti metto a disposizione un aereo privato. Non saprà niente nessuno, vieni in segreto a Torino, ti fai un’idea e poi decidi”. Fu colpito dalle parole “in segreto” e allora disse di sì.

Luciano Moggi

 

Quel sogno sfumato nella notte di Manchester…

 

Una Juve che voleva vincere lo Scudetto, un Lippi in panchina e una corrazzata pronta a seguirlo per portare a casa l’ambito trofeo e forse cercare qualcosina di più… L’inizio non è semplice: con il nuovo modulo di Lippi molto più coperto e difensivista rispetto ai suoi predecessori, Nedved perdeva tutte le caratteristiche di fantasia, sacrificandole con il consueto raddoppio sul terzino dietro di lui nel 442 lippiano. Notata la fatica ad esprimersi nel ruolo, l’allenatore toscano lo reinventò trequartista dietro alla coppia tremenda DelPiero-Trezeguet. La posizione non gli permetteva comunque sventagliate offensive come nei tempi laziali(infatti mise a segno solo 4 gol), ma diventò un beneficio per i suoi compagni. A fine stagione la Juventus tornò campione d’Italia dopo 4 anni.

 

Nedved, Milan-Juventus

Fonte Facebook – @Juventus

 

Il 2003 sarà una stagione molto proficua, ma che comunque verrà ricordata come una delle più amare nella storia bianconera: campionato dominato e cammino in Champions League da spettacolo(sconfitte Barcellona e Real Madrid) con una finale tutta italiana che avrebbe potuto portarli nell’Olimpo del calcio. Ma forse avevano sognato troppo, d’altronde con un Nedved così in forma durante tutto l’anno, la speranza di riuscire ad alzare un altro trofeo continentale era alta, forse un po’ troppo alta… Proprio ad un passo dalla finale di Manchester il ceco, già in diffida, prese un dannato cartellino giallo per un fallo totalmente evitabile negli ultimi minuti di gara e a risultato in cassaforte, che gli costerà la partita più importante della storia della Juve, del campionato italiano, del calcio. Le lacrime a fine gara passeranno alla storia: Pavel come tanti altri bambini sognava di alzare quella “Coppa dalle grandi orecchie” e quel fatale stupido errore gli proibiva di realizzare un sogno che si portava dentro fin dalla tenera età. Avere una macchina del tempo per tornare indietro…

Vista la stagione comunque ai massimi livelli per il ceco, a Dicembre del 2003 France Football gli assegnò il Pallone d’Oro, amara consolazione per la mancata vittoria della Champions League.

 

nedved

 

Le tre stagioni successive, con Capello alla guida della Vecchia Signora, non riuscirono a riportarla là dove meritava e dove fino a poco tempo prima era, nonostante Nedved continuò imperterrito a giocare a livelli molto alti. Questo triennio culminò, purtroppo, con lo scandalo Calciopoli con la conseguente retrocessione della Juventus in Serie B nella torrida estate 2006(con Serie A vinta nel 2004/05 e 2005/06). Nonostante la terribile situazione, lo stesso Pavel decise di rimanere per cercare di riportare in alto la squadra per la quale si era innamorato, rifiutando le assidue e assai proficue corti di molti club italiani ed esteri. Campionato vinto in scioltezza nonostante la penalizzazione di 17 punti(che diventarono 9) e pronto ritorno in A dopo appena un anno di tugurio. Altre 2 stagioni in A nelle quali aiuterà i compagni e la Juventus a qualificarsi in Champions League, e che gli farà raggiungere le 500 presenze ufficiali in carriera. Annunciato il ritiro nel febbraio 2009 all’età di 37 anni, appenderà definitivamente gli scarpini al chiodo alla scadenze naturale del suo contratto nel maggio successivo, nonostante le intense avance dell’Inter di Muorinho per portarlo a Milano. Destino vuole che la sua ultima partita al Delle Alpi la giocherà proprio contro la squadra che lo ha lanciato nel grande calcio, lo ha fatto conoscere alla penisola e fu partecipe nel grandioso percorso della sua carriera. Il 30 maggio 2009 un’imponente standing ovation partirà dalle tribune, unendo i tifosi di casa a quelli della Lazio. Solo Carrizzo quel giorno si interpose tra lui e il sogno di realizzare il gol nell’ultima sua partita in carriera.

 

Ci sono rinunce faticose e ce n’è di naturali e non difficili, dire no all’Inter è stato giusto e alla fine abbastanza naturale, nonostante la tentazione. Loro hanno vinto la Champions, io mi sono tenuto la dignità e l’amore degli juventini.

Pavel Nedved

Gli anni in Nazionale ad un passo dal sogno!

L’avventura di Pavel Nedved nella nazionale cerca inizia nel 1994 ma la primo grande manifestazione arriva qualche anno più tardi. La Furia Ceca viene convocata per i Campionati Europei disputati in Inghilterra, in un periodo molto fortunato per la sua nazione: la squadra è infatti ricca di talenti e di giovani potenziali campioni.

Nonostante la sconfitta nel primo match contro la Germania la Repubblica Ceca diventa una delle sorprese del torneo. Nedved, in forma smagliante, segna il gol decisivo nella seconda gara contro gli azzurri vice-campioni del mondo e riceve il premio come migliore in campo nella semifinale vinta contro la Francia. La squadra arriva fino alla finale, ma deve arrendersi ancora una volta alla Germania e si ferma ad un passo dal sogno.

Arriva dunque un secondo posto e una medaglia d’argento per il giovane Nedved che, dopo aver fallito la qualificazione ai Mondiali del 1998, si presenta gli Europei del 2000 non in perfette condizioni fisiche a causa di un problema alla caviglia. La Repubblica Ceca non riesce ad esprimere il suo potenziale e viene eliminata al primo turno. Qualche mese più tardi Pavel diventerà il nuovo capitano della squadra.

Nedved nazionale, fonte Wikipedia

Nedved in nazionale, fonte Wikipedia

Gli Europei 2004 arrivano nell’anno della definitiva consacrazione dell’esterno ceco. La Repubblica Ceca, anche grazie alle prestazioni superlative dell’attaccante Milan Baros e del portiere Cech, raggiunge nuovamente le semifinali. Stavolta però a sbarrarle il passo prima della finale contro il Portogallo, c’è la sorprendente Grecia. Arriva di nuovo una sconfitta ad un passo dal sogno per Pavel Nedved che decide di ritirarsi dalla nazionale e di dedicarsi completamente alla sua amata Juventus. Le pressioni dei tifosi e della stampa sono però troppo forti per il campione, che, dopo qualche mese dal suo addio alla nazionale, ci ripensa e si rimette in gioco vista anche la qualificazione della squadra ai Mondiali 2006.

Il girone è duro e complicato e la Repubblica Ceca, nonostante la vittoria nella gara inaugurale, viene nuovamente eliminata al primo turno. Al termine del torneo Nedved saluta per sempre i colori e la maglia della nazionale, un’avventura interrotta sempre ad un passo dal traguardo.

Bianconero nel destino

Dopo il ritiro Pavel Nedved entra quasi subito nel nuovo ruolo da dirigente e nel 2010 diventa un membro del consiglio di amministrazione della Juventus. L’influenza nella scelte di mercato e nella gestione dello spogliatoio lo rendono, insieme naturalmente a Marotta e al resto della dirigenza, uno dei principali artefici della resurrezione bianconera.

Campione sul rettangolo verde, idolo di migliaia di tifosi e grande dirigente, Nedved diventa nel 2015 il vice presidente della Juventus, bianconero fino in fondo, bianconero nel destino…

 

“A volte questa mentalità sorprende chi viene alla Juve. La Juventus è qualcosa di diverso dalle altre squadre, è uno stile di vita che parte dal modo con cui ci si allena, sempre al massimo, sempre con la concentrazione altissima, e arriva anche al comportamento fuori dal campo. Alcuni giocatori vengono a dirci: adesso capisco perché la Juventus vince sempre, da fuori è difficile capire certi meccanismi, quando sei dentro tutto appare chiaro.

Pavel Nedved

 

A cura di Vito Lecce e Gianluca Zanfi(@Gianlucazanfi).

 

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