La passione per lo sport, la voglia di scoprire e rivivere i momenti più significativi e gli attimi che hanno segnato, una volta e per sempre, la storia di questo gioco ci hanno fatto scoprire negli ultimi mesi, alcune delle pagine più belle della storia del Calcio. Nel corso della passata stagione vi abbiamo raccontato le imprese dei campioni più osannati, vi abbiamo fatto emozionare  ricordando imprese memorabili e vittorie leggendarie dei grandi del passato. Dalla classe di Cruijff, al Milan di Sacchi, passando dalla Notte Magica del 9 Luglio a Berlino. La grinta di Gattuso, lo strapotere di Ronaldo, la tecnica del grande Barcellona di Pep Guardiola, il Divin Codino, Alex Del Piero, la disfatta del Maracanazo e la leggendaria Inter di Jose Mourinho.  La fine del nostro primo anno insieme, coincisa con il termine del campionato, non ci ha affatto fermato…

Giovedì dopo giovedì, settimana dopo settimana, abbiamo deciso di tornare indietro nel tempo e ripercorrere insieme la storia dei Campionati Europei di calcio. Un’avventura lunga 56 anni, da Francia 1960 a Francia 2016. Abbiamo deciso di prenderci una pausa, un piccolo pit stop per ricaricare le batterie e ripartire più in forma che mai per questa nuova ed emozionante annata… Adesso è tempo di ricominciare, l’attesa è finita, #GliAgentiRaccontano  torna con il consueto appuntamento settimanale, ogni giovedì alle 19.00, e cercherà  di stupirvi fin da subito. #GliAgentiRaccontano siete anche e soprattutto voi e, come nella passata stagione, vi chiediamo di interagire sempre più con noi, di partecipare al sondaggio e di scegliere in prima persona l’argomento della prossima settimana.  Ogni sabato mattina alle ore 12.00 avrete la possibilità di fare la vostra scelta, senza dimenticare di sostenerci con un Mi Piace e una condivisione. Ma adesso è tempo tornare negli anni 80/90, quando il potere, lo sfarzo, il lusso e la perdizione nati dal traffico di droga in Sudamerica segnarono il destino di un’intera Nazione…

 

Il fùtbol non può mai mancare, che tu provenga dalle più gelide tundre artiche, passando per il deserto sahariano, fino alle zone più desolate e povere dei sobborghi delle grandi metropoli occidentali. E’ una lingua universale ed è, come tanti casi che lo dimostrano, un mezzo importante di comunicazione, politico e che affascina anche chi di buone intenzioni non ne ha molte. Cocaina, denaro, armi, violenza, eccessi e soprattutto calcio, tanto calcio. Questa era la Colombia tra gli anni ’80 e i ’90, quella dei primi famosi Narcos, ispiratrice dell’omonima serie tv, uscita pochi giorni fa e prodotta da Netflix.

 

#GliAgentiRaccontano… I Narcos e il grande calcio colombiano tra gli anni ’80 e ’90

 

Grandi capitali a disposizione da ripulire. Fiducia, amore e venerazione da ottenere. Amore per il calcio. Così, in ordine, le tre principali motivazioni che spingevano i druglords ad investire nel calcio e, per pura casualità, proprio in quegli anni si registrarono i migliori risultati sia per la nazionale dei Cafeteros che per i propri club che, fino a quel momento, non venivano quasi mai menzionati quando si parlava di fùtbol sudamericano. Fu nel 1994 che la Colombia raggiunse l’apice a livello internazionale con le sfavillanti prestazioni durante le qualificazioni al mondiale, con l’epica manita sganciata all’Argentina a Buenos Aires. Coincidenza, o meglio convergenza delle infinite vie del destino, vorrà che la fine di questa grande Colombia avvenga proprio negli Stati Uniti, proprio contro i padroni di casa, proprio contro coloro che li hanno aiutati a sconfiggere chi li ha resi protagonisti nel calcio. Ma diamo tempo al tempo, presto ne saprete molto di più…

 

El cartel de Medellìn – El Pàtron e El Mexicano

 

Partiamo dalla capitale Bogotà. Ma cosa ha a che fare la città politicamente ed economicamente più importante di questa nazione sudamericana con Medellìn e i suoi narcotrafficanti? Presto detto, infatti i Millonarios F.C. di Bogotà appartenevano a José Gonzalo Rodriguez Gacha, soprannominato El Mexicano, noto trafficante di smeraldi, uno dei più temuti e violenti criminali di tutta la Colombia. Gacha nutriva una grande ammirazione per la cultura messicana, tanto da possedere ranch in tipico stile centroamericano e vestirsi con abbigliamenti tipici di quella zona e, ovviamente, la passione per il calcio e la voglia di emulare coloro che ospitarono due finali dei campionati del mondo all’Azteca di Città del Messico(1970 e 1986). Nonostante la residenza e il lavoro fossero a Medellìn, scelse la squadra della capitale per via, soprattutto, del nome: in effetti “I Milionari” rappresentava perfettamente lo stato di un uomo che era finito nella classifica annuale di Forbes degli uomini più ricchi al mondo, posizionandosi, però, dietro al suo socio più famoso e importante a livello internazionale. Sì è lui, Pablo Escobar. Aveva una sorta di emulazione per El Pàtron soprattutto da un punto di vista sportivo, siccome anche questo possedeva una squadra di calcio(l’Atletico Nacional di Medellìn), e si instaurò una grande rivalità sportiva tra le due compagini(riuscendo a tesserare un certo Valderrama), nonostante i Los Millonarios non riuscirono mai ad arrivare al livello della squadra rivale, vista la crisi economica sopraggiunta negli ultimi anni 80, quando i beni di Gacha vennero congelati e bloccati dal governo. Soprattutto non riuscirono mai a ricostruire il periodo “The Blue Ballet“: il sogno di Gacha e dei tanti tifosi della capitale era quello di ritornare agli anni ’50 dove decine di giocatori argentini migrarono verso la Colombia(tra cui si registra un certo DiStefano), vista l’esclusione della federazione dalla FIFA e la grande disponibilità economica per attrarre grandi calciatori. Tale grandioso punto della storia dei bianco blu, però, non verrà mai raggiunto siccome nel 1989 venne assassinato dalla polizia il proprietario Gacha, segnando la fine de I Milionari e l’inizio del declino del calcio colombiano.

Sopravvisse, ma ancora per poco tempo, l’Atletico Nacional de Medellìn appartenente a colui che è diventato il simbolo del narcotraffico colombiano. Ovviamente stiamo parlando di El Patron Pablo Escobar Gaviria. Acquisito il club nei primi anni 80, negli anni riuscì a creare una buona squadra che divenne assai importante, anche al di fuori della Colombia. La felice tradizione della squadra voleva che giocassero solo giocatori colombiani cresciuti nel club, usanza abbandonata poco prima dell’avvento di Escobar, per la difficoltà di trattenere i giocatori più talentuosi vista la scarsità di mezzi economici a disposizione. Fortuna volle che, proprio a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90, i Los Verdelagas conobbero la generazione più talentuosa della storia del calcio colombiano: HiguitaAspriliaAndrés Escobar(lo vedremo più avanti) sono tra i principali, ma tanti altri calciatori che andranno a comporre la squadra tragicamente famosa per i Mondiali “Gringos” del 1994. Questa squadra, oltre che per due campionato vinti nel 1981 e 1991, divenne famosa come la prima compagine colombiana a trionfare in Copa Libertadores quando, il 31 Maggio 1989, alzò il trofeo dopo la vittoria ai calci di rigore contro l’Olimpia di Asunciòn. Vittoria, e biglietto aereo per Tokyo, dove ad attenderli c’è il grande Milan di Arrigo Sacchi, fresco campione d’Europa. Un sogno per i tanti tifosi colombiani ma soprattutto per uno. Esatto per colui che più di tutti tiene a questa vetrina per mettersi in mostra e dimostrare ancora una volta il suo potere e incrementare quella figura da Robin Hood che tanto gli affibbiano i suoi concittadini. Ma il sogno si interruppe sul più bello: dopo lo 0-0 dei tempi regolamentari, infatti, una punizione di Evani consegna ai rossoneri la vittoria e il trofeo. E per l’Atletico Nacional, il lento inizio della fine…

Dopo l’incarcerazione ne La Catedràl, dove si dice si sostennero match tra calciatori dell’Atletico e sicarios dedicati alla santa protettrice dei carcerati Virgen de las Mercedes, ci fu una lenta diaspora dal club verso i club europei più famosi, anche alla luce dell’aumento della violenza in tutta la nazione. Fino al 2 dicembre 1993, quando Pablo Escobar venne assassinato dalla polizia locale, decretando la fine effettiva dell’Atletico Nacional.

Poco tempo fa sono emersi dettagli importanti sul rapporto tra i Los Verdelagas e Escobar, svelati direttamente dal figlio di quest’ultimo. Sembra infatti che El Patron tifasse originariamente per l’Independiente de Medellìn, squadra “cugina” e concittadina della più famosa Atletico, ma decise comunque di puntare su quest’ultima visto un più alto tasso tecnico. I rossoblù, comunque, appartenevano ad altri esponenti del cartello, quindi indirettamente erano controllati dal Robin Hood di Medellin.

 

 

El cartel de Calì – I fratelli Rodriguez Orejuela

 

Calì, terza città per popolazione dopo la capitale Bogotà, ma seconda nel computo di traffico internazionale di cocaina dietro, logicamente, Medellìn. Il cartello di Calì era comandato dai fratelli Gonzalo e Miguel Rodriguez Orejuela, che erano arrivati al top grazie ad ottime alleanze con gli altri cartelli e soprattutto essendo in possesso del dominio su NewYork. Ovviamente, come tutti i comuni cittadini colombiani, anche loro sognavano di diventare proprietari delle squadre che tifavano fin da bambini: tentarono l’acquisizione dapprima del Deportivo Calì, ma gli fu posto il veto per la gestione maggioritaria del club, rimanendo solamente come soci paritari, mentre riuscirono a comprare gli acerrimi rivali dei verdibianchi nella stessa maniera. Visto il tifo che aveva Miguel verso l’América de Calì(ovviamente il fratello simpatizzava per i cugini), alla fine riuscirono a prenderne il pieno possesso, grazie alla crisi economica che afflisse il club a metà degli anni 80. Furono gli anni d’oro del club dei diavoli rossi: infatti furono 8 volte campioni di Colombia(3 vice-campioni), e fecero ottime prestazioni in Copa Libertadores senza mai, però, arrivare alla vittoria(tre finali perse tra l’85 e l’87). Questo glorioso periodo della storia dell’América durò fino al 1995: gli USA attuarono il lista Clinton, ovvero impedivano ai club di avere rapporti di natura economica con nessun narcotrafficante. Di fatto, condannavano l’esistenza stessa del club che precipitò, come tanti altri, in crisi finanziaria la quale fu aiutata anche dall’incarcerazione dei fratelli Rodriguez Orejuela nel 95 e la scomparsa del cartello di Calì.

 

Il patto con il diavolo – La scomparsa di Ortega e Escobar(l’altro)

 

Il denaro ha portato un periodo florido e di grande ricchezza sia a livello finanziario che a livello tecnico al movimento calcistico colombiano ma quando stringi un patto con il diavolo, alla fine vince sempre lui. E se il tuo si chiama cocaina, allora non può che vincere la violenza sullo sport.

Ho annullato un gol domenica, a Cali, all’Independiente Medellin che stava perdendo due a uno. Alla fine hanno perso per tre a due. E allora qualcuno ha chiamato e m’ha detto che mi ammazzeranno…

Questa è l’amaro e al tempo stesso terrificante racconto che Alvaro Madero Ortega fece ad un conoscente qualche tempo dopo la partita tra Independiente de Medellìn e America de Calì. Commercialista nella vita e con grande passione per il calcio, in particolare per l’arbitraggio delle partite. Era entrato da poco tempo nel circolo dei direttori di gara della Categorìa Primaria A, la massima divisione colombiana, riuscendo a rimanere nella stretta cerchia di quelli che non erano stati corrotti dai poteri forti del calcio(sapete a chi ci stiamo riferendo) portando avanti sani principi e scelte(arbitrali si intende) giuste. Purtroppo per qualcuno quel fuorigioco, non fu una scelta giusta. Nella partita di ritorno del Quadrangular Inicial, lo stesso Ortega venne scelto per essere uno dei 3 arbitri del match: in sostanza, prima dell’inizio del match veniva estratto il nome dell’uomo che avrebbe diretto la gara, mentre gli altri avrebbero occupato il ruolo di guardalinee. Tutto ciò fu creato per evitare la possibilità di combine e di favoreggiamento arbitrale. Ortega non fu estratto(fu l’internazionale Jesus Diaz il designato) e comunque non commise errori, ma qualcuno in città si ricordava ancora quel gol annullato. La sera, al ristorante seduto con il collega Diaz, venne raggiunto da due sicarìos che lo freddarono con 9 colpi d’arma da fuoco. Era il 15 Novembre 1989, Ortega aveva 32 anni e lasciava una moglie e due bambini di 8 e 5 anni. Questa tragedia scosse l’opinione pubblica e il calcio colombiano e incominciò a creare sempre meno attaccamento della gente verso i narcos. Il campionato fu sospeso e l’indagine non portò a nessun risultato valido. Da diversi racconti di pentiti, si evinse che a Escobar non piacque la decisione contro il “suo” Independiente e volle porci rimedio, anche perchè si dice che perse una fortuna con le scommesse clandestine.

 

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Da un’Escobar, Pablo, ad un’altro, Andrès passando per un destino comune, la morte. A distanza di pochi mesi entrambi vengono uccisi: il primo nel dicembre 93, il secondo appena 7 mesi dopo. E’ il 2 luglio 1994 quando un sicarìos lo uccise in un noto ristorante di Medellìn, sua città natale e sede della squadra in cui è nato e cresciuto, l’Atletico Nacional. Solo un anno allo Young Boys non hanno macchiato l’immagine di un calciatore amato prima da i Los Verdolagas, poi da tutta la Colombia, fino ad arrivare ad una proposta del Milan prima del Mondiale americano del 1994. Già, USA94 fu proprio la causa della sua morte: la Colombia partiva con un grande favor di cronaca(lo abbiamo accennato all’inizio) ma, sciaguratamente, proprio l’uomo che divenne il simbolo di quella nazionale, la bandiera, condannò la sua nazionale all’eliminazione, contro quegli statunitensi che li avevano aiutati nella lotta al narcotraffico, per colpa di un dannato autogol. Un dannatissimo, banale, e anche stupido autogol; un cross basso, ininfluente, semplice che nessuno si aspettava potesse finire nella propria porta. I Cafeteros vennero sconfitti per 2 a 1 e misero fine alla speranza di qualificazione agli ottavi. Il suo nome non venne mai infangato dai tifosi, che lo cercarono di rincuorare per i mesi successivi, ma la stampa mise in croce e condannò aspramente il suo gesto involontario, alimentando le pressioni sul calciatore. Pochi giorni dopo, in quella sera di luglio, una ex-guardia del corpo associata alla famiglia Gàllon Henao(soci dell’altro Escobar) lo freddò con 12 colpi. La fine di un mito, un grande mito, il Gentiluomo del calcio che tanto era amato e seguito.

Il diavolo ha vinto, ancora una volta…

 

A cura di Gianluca Zanfi e Vito Lecce.

 

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