Demolire o non demolire, questo è il problema… Magari una ristrutturatina.

Così potrebbe enunciare un Amleto originario della capitale economica d’Italia, assiduo frequentante di uno degli impianti più conosciuti nel mondo del calcio. Un discorso che si trascina dal’inizio del nuovo millennio, quando gli strascichi dei lavori di Italia ’90 si mostravano al pubblico, scoprendo le prime crepe ad un lavoro svolto appena 10 anni prima. Opera dal costo stimato fra i 90 e i 100 miliardi di Lire (dati ufficiali non ne abbiamo a disposizione), una cifra a dir poco folle per il tipo di intervento svolto.

Ora i due club che gestiscono e vivono lo Stadio Meazza di Milano stanno incominciando a lavorare per decidere quale sarà la loro prossima casa: rimanere a San Siro o spostarsi altrove? Un focus tecnico-econimico sui ragionamenti che perversano fra le scrivanie dell’Inter, del Milan e del comune di Milano.

 

Aspetti tecnici: l’ingegneria al servizio del calcio

Succede spesso che discipline così diverse entrino per forza in collisione, e in questo capitolo affronteremo brevemente cosa comportano entrambe le scelte da un punto di vista edile/ingegneristico. Innanzitutto, per costruire lo stadio è necessario un terreno e, cosa non da meno, il permesso di costruire. Rilasciato dal comune, questo deve rispettare i piani urbanistici decisi dalla stessa amministrazione, nonchè tutte le disposizioni per il trasporto pubblico (uno di quelli che ha attanagliato Roma). Dunque, ad una prima analisi iniziale, l’amministrazione locale deve per forza sedersi al tavolo delle trattative, essendo strutture di interesse pubblico.

Focalizziamoci poi sugli aspetti propedeutici legati alla struttura: costruito nel lontano 1926, ha subito più ristrutturazioni nel corso dei suoi 93 anni di onorata carriera, rendendola un impianto sì solido ma raffazzonato. Appunto, questa serie di interventi così scanditi nel tempo e nelle modalità, rende i nuovi progetti più complessi e più costosi. Già solo la sovrapposizione degli elaborati grafici è complesso e richiede tanto tempo, figurarsi una progettazione sia degli spazi che delle finiture. La costruzione finita infatti richiederà la perfetta intersezione fra il nuovo e il vecchio, dove gli elementi dovranno collaborare all’unisono, indipendentemente dall’età di realizzazione. Questo comporta maggiori difficoltà rispetto ad una soluzione ex-novo, vincolando enormemente le possibilità di progettazione e realizzazione delle nuove parti.

Si consideri inoltre il vincolo imposto dalla Sopraintendenza sull’Ippodromo, in particolare sui box che affacciano su San Siro: la causa del mancato “terzo anello arancione”, sono archittettonicamente un bene da non perdere, ed impediscono l’allargamento dello stadio verso questa area (attualmente di proprietà Snai).

Uno stesso allargamento sul famoso terreno adiacente è un opzione che è già stata vagliata sia dalle due società milanesi che dalle diverse amministrazioni negli ultimi anni, senza però trovare un accordo. Sarebbe probabilmente la scelta migliore, anche se la Snai frena sulla dismissione e sulla riqualifiazione di uno dei più importanti (se non il cardine) dell’Ippica italiana ed europea. Dunque si dovrà cercare un terreno al di fuori del quartiere San Siro.

Durante gli ipotetici lavori tuttavia il Meazza non potrà essere utilizzabile, dunque si dovrà avere un’altra struttura a disposizione per ospitare almeno Inter e Milan. Parlando infatti di tempistiche per la realizzazione, realisticamente si potrebbe presupporre in 1-2 anni per riammodernare la Scala del Calcio, mentre almeno 3 per realizzare una nuova struttura di una dimensione standard (circa 60 mila spettatori). Ovviamente, più ci saranno aggiunte, e più le tempistiche per la realizzazione si allungheranno, costringendo il Meazza a fare gli straordinari per aspettare la nuova struttura.

Altrimenti, vista l’indisponibilità di un impianto di tale dimensioni in Milano, dove si sistemeranno momentaneamente le due squadre? Un dettaglio non da poco, che preclude la costruzione di una nuova casa prima di “posare la prima pietra” per il nuovo “San Siro”.

 

Aspetti economici: il calcio è ormai tutta questione di businnes plan

Bilanci, businnes plan, introiti, merchandising, Fair Play Finanziario. Termini consoni ormai nel gergo calcistico, al pari di gol, rigore o traversa. Non esiste giorno infatti senza un discorso che riguardi l’aspetto economico/finanziario di un club piuttosto che un altro, sia per la gestione ma anche in periodo di calciomercato. Anche lo stadio è questione importante per la salvezza del club ed è il cardine per la programmazione del futuro.

I ricavi infatti sono la fonte principale per il mantenimento del club, che in sua assenza deve ricorrere a cessione (più o meno dolorose), impiegando più fatica per rimanere al livello con le avversarie dovendo limitare gli investimenti. Una stadio nuovo, soprattutto di proprietà, permetterebbe di aumentare i ricavi, di poter sfruttare una porzione destinata al commercio di teri e soprattutto di ridurre le spese di affitto al comune e ridurre quelle di gestione.

Infatti la proprietà privata di uno stadio innazitutto snellirebbe le pratiche di manutenzione dell’impianto, inoltre farebbe risparmiare fior fior di euro alle casse del club, eliminando contributi e tasse dovuti all’amministrazione sia per l’utilizzo della proprietà comunale che per la concessione del terreno su cui si erge la struttura. Soprattutto, l’ente locale non avrebbe diritto di mettere becco nelle decisioni in merito allo stadio, fatto salvo argomenti legati alla pubblica sicurezza o all’urbanistica. Dunque ci sarebbe più libertà da parte della dirigenza di poter agire secondo il proprio gusto, apportando tutte le modifiche/aggiunte che si preferisce.

C’è da considerare inoltre che un bene patrimoniale di tale portata, porterebbe enormi vantaggi all’atto della redazione di un bilancio esecutivo, e un importante surplus negli anni a venire (gli ammortamenti ai costi). D’altro canto l’interesse dell’assessorato dietro un nuovo stadio non è solo politico, bensì una costruzione del genere è importante non solo l’economia del privato…

Bilancio a parte, importante testimonianza di uno stadio di proprietà è sicuramente la Juventus: nel giro di pochi anni la Vecchia Signora è riuscita quasi a raddoppiare il fatturato, in parte anche grazie agli introiti generati dai biglitti e da tutto il circuito legato allo Juventus Stadium (o Allianz che sia). Una strategia seguita anche dai maggiori club europei, che gli hanno permesso di poter investire importanti cifre sul rinforzo della rosa e sull’espansione del marchio sul mercato. “I soldi generano soldi.

Ritorniamo allo stadio e parliamo materialmente di quanto può costare: mediamente un impianto da 60 mila posti, il minimo per rappresentare la città (a giudizio del sottoscritto, sono anche pochi), il costo potrebbe aggirarsi intorno ai 300/400 milioni, ad esclusione delle aree commerciali, le urbanizzazioni di ogni genere e le infrastrutture viarie. Il costo di queste ultime voci che crea la differenza: infatti un’area più estesa da dedicare ai servizi extra-calcio può anche raddoppiare i costi quantificati per il solo stadio. Dunque, è ipotizzabile una spesa complessiva finale di circa 600/700 milioni di €, a fronte di una costruzione nella media rispettosa dei più alti standard di modernità. Più di uno stadio, più di un centro commerciale.

In edilizia vale una regola: maggiori sono i vincoli e maggiori sono i costi; per questo motivo una ristrutturazione così massiccia di San Siro potrebbe essere meno conveniente della costruzione di una nuova casa. Sui vari media si è letto di una stima realizzata dai club che si aggirerebbe intorno ai 150 milioni di euro, cifra che risulta realistica vista la portata dell’intervento, e che potrebbe addirittura essere maggiore: attualmente infatti non vi sono aree potenzialmente sfruttabili per aree commerciali, così devono essere previsti costi extra per un allargamento sull’attuale area dell’Ippodromo, oppure adottando soluzioni totalmente o parzialmente interrate. Una spesa inferiore, secondo il parere di chi vi scrive (che è il suo mestiere), non porterebbe l’effetto voluto e sarebbe uno spreco di denaro.

 

Quale soluzione scegliere?

Un aspetto secondario da non escludere da questo approfondimento è l’Olimpiade Invernale del 2026: la Scala del calcio infatti è l’impianto ospitante le cerimonie di apertura e chiusura dell’evento, scelto dal Coni per la propria candidatura. Questo preclude di fatto ad una demolizione completa dello stadio entro quell’anno in caso di assegnazione all’Italia, dovendo attendere almeno la fine della manifestazione (la struttura spegnerà 100 candeline in quell’anno). I fondi messi a disposizione dal governo italiano potrebbero però essere utilizzati per una revisione dello stadio, sgravando Inter e Milan da questo compito. Una possibilità che combacerà poi con le idee delle due squadre milanesi o dovranno sottostare completamente all’amministrazione di Milano? Partite dall’idea che questo monumento del calcio italiano attualmente è una delle punte di diamante della candidatura.

In termini pratici, è più conveniente pensare ad una nuova costruzione piuttosto che ad un refurbishment (all’epoca, ristrutturazione) di San Siro: come già ribadito, durante i lavori lo stadio sarà pressocchè inutilizzabile, e non potrebbe ospitare più le 50 partite l’anno e i concerti estivi. Insomma, una perdita economica non indifferente sia per le due milanesi che per il Comune.

Dunque la soluzione più logica è senz’altro quella di costruire un nuovo impianto, prima di demolire o ristrutturare l’impianto simbolo del calcio milanese. Si arriva al punto cruciale: con un impianto nuovo ed adatto alle nuove esigenze del calcio europeo, a cosa potrebbe servire un San Siro “tirato a nuovo”?