Punto fermo della seconda Fiorentina targata Stefano Pioli e della nazionale di Roberto ManciniFederico Chiesa ha rilasciato nella giornata di oggi una lunga intervista al Corriere dello SportL’idolo da bambino, il suo valore di mercato, il futuro e tante altre tematiche sono state trattate dal numero 25 viola: ecco le sue parole.

“Sono venuto per la prima volta su questi campi che avrò avuto sei anni, con il solo pensiero di giocare e divertirmi. Il mio sogno, vedendo mio padre calciatore, è sempre stato quello di arrivare in Serie A. Farà lo stesso mio fratello? Per me è più bravo del sottoscritto e si potrà togliere diverse soddisfazioni. Ora però deve semplicemente divertirsi. Non ho risposto a Gasperini dopo Fiorentina – Atalanta perché io devo parlare sul campo. Alle parole ha già pensato la mia società: ormai è passato. Il Cies mi valuta 60 milioni? Io devo sempre dimostrare il mio valore, anche se questi numeri mi sembrano esagerati. Devo scendere in campo domenica dopo domenica e dimostrare a tutti chi è Federico Chiesa. Non mi faccio distrarre dal mercato, sono felice qui e peso solo alla Fiorentina. La mia priorità adesso è la partita con il Cagliari. Chi prenderei con 60 milioni al fantacalcio? Non sono molti per prendere un top, con 200 però prenderei Mbappé.”

“Sono cresciuto con Kakà e Shevchenko”

Considerato il futuro della nazionale italiana, Chiesa non si sbilancia sul ruolo assegnatogli di capostipite“È un’Italia giovane, c’è tanta strada da percorrere. La mia priorità è quella di farmi trovare pronto da Mancini: non mi sento né un titolare né un pilastro, voglio solo dimostrare di meritare l’azzurro e lavorerò per far sì di poter festeggiare la prossima convocazione. A chi mi ispiravo da piccolo? Dopo papà ho sempre ammirato Kakà. Come attaccante mi piaceva tantissimo Shevchenko. Tanti figli d’arte nel calcio di oggi? Io guardo in casa mia e dico che il supporto di mio padre è fondamentale, così come quello di mamma. La mia famiglia è un pezzo della mia forza. Mi è vicino anche nello studio universitario, essendo scritto a Scienze e Motorie Sportive. In campo posso migliorare ancora molto, soprattutto in merito alle scelte di gioco. Il dribbling è un pregio, così come i falli che subisco fanno parte del gioco. Sto dove l’allenatore mi chiede di stare e, destra o sinistra, non fa differenza. Anche in Nazionale, a Bernardeschi ho crossato da sinistra, a Insigne da destra. Cosa mi sono detto con mio fratello dopo il gol con la Spal? Lui mi ha detto solo “Grande Fede”. Prima della gara, però, parlando con mio padre, ci avevamo quasi scherzato su, sapendo che a bordo campo ci sarebbe Lorenzo. “Se segni, vallo ad abbracciare” mi aveva detto. Quella cosa mi era rimasta dentro e l’ho fatta davvero. Pure io ho fatto il raccattapalle e mio padre, dopo un gol in Figline – Sangiovannese, mi corse ad abbracciare. È una cosa di famiglia. Il rapporto con gli allenatori avuti? Paulo Sousa è come un padre calcisticamente parlando. Ha avuto un gran coraggio, ha intravisto in me quel qualcosa in più che lo ha convinto a lanciarmi. E non mi ha mai fatto mancare la fiducia: in fondo avevo poco più di 18 anni. Pioli invece mi ha fatto capire da subito dove migliorare, in fatto di scelte e ci stiamo lavorando ancora. Nell’arco dei 90 minuti, basta anche solo una palla per vincere 1-0 e la scelta che fai in quel momento può diventare la più importante. Mancini sta dando inizio adesso ad un nuovo progetto. Ci ha sempre detto di giocare tranquilli e leggeri, senza pressioni. A Di Biagio devo invece il mio esordio in azzurro, è stato lui a portarmi agli Europei Under 21. Il primato in Nations League? Siamo pronti per affrontare il Portogallo, sia con che senza Ronaldo. La Fiorentina squadra più giovane d’Europa? Ci capiamo al volo, è la nostra forza. E poi abbiamo grande fame di arrivare. Ci divertiamo e puntiamo sempre a migliorare. Non penso alle 100 presenze che potrei toccare quest’anno. Vogliamo battere il record di Prandelli di sei vittorie consecutive in casa anche con l’aiuto dei tifosi, il dodicesimo uomo per noi.  Anche in trasferta però dobbiamo vincere, piano piano arriveranno anche quelle vittorie. L’obiettivo? L’Europa League. Il mio rapporto con Astori? Davide era IL capitano, uno da 110 e lode in campo e fuori. Legava tutto lo spogliatoio. Quando arrivò Hugo in ritiro, nonostante non parlasse una parola d’italiano, era lui, a gesti, a fargli capire che cosa chiedeva l’allenatore, così come con i francesi. Ogni volta che arrivava un nuovo giocatore, dopo essere stato aggiunto alla nostra chat su Whastapp, era sempre suo il primo messaggio con scritto, “Ciao, benvenuto”. Quando io sono entrato per la prima volta al centro sportivo, ricordo ancora che c’erano lui e Bernardeschi. Fu Davide il primo a salutarmi. A tavola, ho sempre avuto il posto accanto al suo perché lui mi fece sedere lì. Quel posto lì è rimasto il suo: Davide è sempre con noi.”

A cura di Gabriele Burini (@gabrieleburini)

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