Da piccolo ogni bambino che ama il calcio sogna di fare gol. Questo è il desiderio più grande, essere un attaccante, perché l’attaccante è l’uomo più importante, quello che ti fa vincere le partite. Anche per Stefano Sorrentino era quello il sogno, ma poi qualcosa lo ha portato a mettersi i guanti.

Sorrentino nasce a Cava de’ Tirreni il 28 marzo 1979 e il suo sogno è fare il calciatore. Nasce come attaccante, ma come spesso accade nella vita, un giorno di sana pianta per necessità viene mandato in porta e il suo destino cambia. Alla vigilia di un torneo l’allenatore andò da Stefano e gli disse: “C’è un torneo importante e non ho nessuno da mettere tra i pali, tutti ko. Tuo padre è portiere, avrai qualcosa di lui!’ Mi venne in testa: va bene, se mi dai la fascia di capitano”. Dopo quel torneo il bambino che amava fare gol, decise di seguire le orme del padre e di proteggere la porta. Roberto Sorrentino non ha mai dato consigli al figlio, solo una volta gli spiegò la bisettrice, ma non quella meramente geometrica, quella applicata al campo: la posizione che il portiere deve assumere rispetto alla distanza e alla posizione del pallone. Da quel momento il giovane Stefano si è rimboccato le maniche e ha cominciato a tirare fuori, come lui stesso ammette, gli occhi della tigre.

Dopo le giovanili passate fra Lazio e Juventus, la prima occasione per Sorrentino arriva, nell’allora Serie C1, con il Padova. Ma è nel 2001 che arriva il definitivo salto di qualità ed esordisce, con la maglia del Torino, in Serie A. Dopo varie esperienze, anche all’estero, Stefano arriva nella sua Verona, la città che lo consacrerà. Qui con le sue parate diventa l’idolo dei tifosi e anche all’interno dello spogliatoio è il capitano di fatto. Tutti lo rispettano, tutti lo ascoltano. Spesso dei portieri si dice che se sono bravi in azione non sono para-rigori e viceversa, Stefano è l’eccezione che conferma la regola. Ottimo senso della posizione, grazie anche all’insegnamento del padre circa la bisettrice, è molto abile nello stregare gli avversari dagli undici metri. Solo uno però lo ha lasciato senza speranze, Diego Perotti: “Non guarda la palla ma i tuoi occhi, decide all’ultimo. Al primo che gliene para uno, bisogna fargli un monumento”. Ma dietro la sua personalità molto forte e limpida, cosa che lo non lo fa essere simpatico a tutti, si nasconde un pazzo, che vive la propria vita al massimo, senza rimpianti. Nonostante le sue qualità e i mancati trasferimenti in una big, Sorrentino è fiero della sua ventennale carriera e la rifarebbe tutta. Da sempre si considera il più scarso di tutti, per questo in campo dà il massimo tirando fuori gli occhi della tigre, ma non bastano gli occhi per arrivare al top.

Dopo gli anni al Chievo, durante un brutto periodo della sua vita, sia a livello che personale cambia maglia, va al Palermo. In Sicilia la situazione non è delle migliori, la squadra si deve salvare e il presidente Zamparini non ha bisogno di presentazioni. Però a Stefano piacciono le sfide e Palermo sembra quella giusta per lui. Con la sua personalità non ci mette molto a conquistarsi la fiducia della gente e dei suoi compagni e così sarà anche capitano dei rosanero. Con la fascia al braccio, Sorrentino detta le sue regole, prontamente accettate dai suoi compagni. Chi arriva in ritardo deve pagare una multa di 10 euro per ogni minuto di ritardo; vietati i cellulari nello spogliatoio e per gli stranieri non ci sono regole, solo degli avvertimenti: “Siamo in Italia, bisogna parlare italiano, è giusto che imparino in fretta per semplificare i contatti. Se non capiscono è un problema che non mi riguarda. Sono andato in Grecia e c’era il greco e in Spagna lo spagnolo, o ti adatti o sono affari tuoi”. Leggi ferree che però hanno portato la squadra all’obiettivo fissato: la salvezza. Questa è arrivata contro la più grande rivale per Stefano, l’Hellas Verona. Quella partita, a causa di uno scontro con il tecnico Ballardini, l’ex portiere del Chievo ha rischiato di non giocarla. Ci ha pensato il patron Zamparini a chiarire tutto e a decidere di mandare in campo il suo capitano. Dopo aver vinto la sfida ed essersi fatto conoscere e apprezzare in Sicilia con le sue parate fondamentali, Stefano fa una scelta di cuore e torna a Verona.

A 38 anni è normale pensare al futuro e il portiere gialloblu ancora non sa quello che vuole fare, visto che per adesso il suo unico desiderio è quello di continuare a giocare. Però una cosa è praticamente certa: non farà l’allenatore: “Fare l’allenatore è come fare il genitore: uno dei mestieri più difficili al mondo. E io ho ancora la testa da giocatore, non mi ci vedo, al 99% non lo farò”. Con 4 figlie si sente di essere già allenatore, per 4 volte: “È difficilissimo. Quattro femmine, quattro caratteri diversi, le prime tre vivono a Torino con la mamma: sono separato e non è semplice perché la legge italiana i papà separati non li tutela. Ma tutti i giorni liberi li passo con loro. Cene, colleghi e quant’altro non esistono, nel mio tempo libero ci sono solo le mie figlie”.

Tanti auguri Stefano Sorrentino per i tuoi 38 anni, di cui oltre 20 passati a difendere la tua porta con le unghie e con i denti. Andare in un top club non determina la carriera di un giocatore e tu con la tua, hai dimostrato quanto sia importante il sacrificio e l’impegno. L’età avanza, ma la classe rimane e allora perché smettere?!

Tommaso Prantera (@T_Prantera)

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