Ci sono quei giocatori che sono indissolubilmente legati ad un numero di maglia. Il 7, fino al 2010, era simbolo unicamente di Andryi Shevchenko.

Come lui, nessuno mai. Anzi, dopo di lui. Chiedete a un qualsiasi tifoso del Milan, club con il quale ha fatto la storia. Quella maglia, la numero 7, ha avuto parecchi proprietari dopo di lui. Pato, Luiz Adriano e chi più ne ha più ne metta. Ma nessuno e ripeto, nessuno, la indosserà come lui, amandola, onorandola, possedendola.

Capello biondo, carnagione chiara, destro secco e corsa rotonda: in una parola, Shevchenko. Gol da rapinatore, giocate da numero 10, sacrificio e tanto rispetto guadagnato.

Quando vedeva la Juve, Andryi si infiammava. Era una sentenza, come un toro quando vede rosso. Ecco, per lui funzionava col bianco e il nero. Quel bellissimo tiro-cross che entra beffardo alle spalle di Buffon ha fatto la storia, così come quell’altro gol. Quello di Manchester, quel rigore. Ma più che il tiro dal dischetto, a tutti rimarranno impressi gli occhi di quel 27enne prima di calciare il rigore della vita. Lo sguardo gelido, un po’ preoccupato, furbo e forse con un tocco di consapevolezza che quella palla andrà dentro.

Champions, scudetti e anche un pallone d’oro. Un simbolo per il Milan, quello che dominava in Italia, in Europa e nel Mondo.

Unica pecca di un matrimonio perfetto? Il giorno del suo passaggio al Chelsea.  Mourinholo volle a tutti i costi, nonostante l’apice della carriera fosse passato. “Vado a Londra, voglio che i miei figli imparino l’inglese“. Fa nulla Sheva, hai credito (quasi) inesauribile verso la parte rossonera di Milano

Tanti auguri Shevchenko, usignolo di Kiev tra un pallone d’oro e la lingua inglese.

Gabriele Amerio (@gabrieleamerio)

PER TUTTI GLI AGGIORNAMENTI SEGUICI SU AGENTI ANONIMI