La notizia è corta e semplice, semplicemente ho deciso di smettere di fare il calciatore”. Incipit in medias res, lo chiamano. Comporta un rovesciamento parziale dell’ordine cronologico degli eventi. La narrazione parte da un fatto che si compie a storia già avviata, il lettore viene catapultato nel centro della vicenda senza punti di riferimento. Purtroppo però, in questo caso, la frase con cui apro l’articoo è la stessa con cui Marco Van Basten ha chiuso la carriera. Pochi giornalisti, una conferenza “da uomini” come vuole Marco. Odia gli addii, ancor di più i piagnistei. Quella conferenza durò un amen. Shock ed incredulità, mista a lacrime e disperazione. Non del diretto interessato, ma dei cronisti presenti. Si chiudeva la carriera di uno dei più grandi giocatori di sempre. Geniale, affascinante. Elegante e superbo nei movimenti. Bello e dannato. Anzi, bello e dannatamente fragile, come un cigno, appunto. Non tutti credono nel destino, forse una persona come Marco no, ma certi segnali sono inequivocabili. L’esordio nel calcio professionistico avviene nel 1982, a partita in corso. Esce Cruijff entra Van Basten. Una sorta di passaggio di testimone che vale più, molto di più, di mille parole o titoli sui giornali. Tanto per aggiungere qualcosa di ancor più speciale Van Basten va in gol, ma quasi non vale la pena di raccontarlo. Nasce ad Utrecht e da bambino si chiamava Marcel, ma i genitori immediatamente ne accorciano il nome in Marco, all’italiana. Tanto per rimanere in tema di segnali, o destino fate voi. E’ proprio a Milano che si consacra come uno dei più grandi di sempre. Il neo presidente Berlusconi lo vuole fortemente per arrivare sul tetto d’Europa, mai scelta fu tanto azzeccata. Gol capolavoro, che uniscono classe, astuzia, fisicità e coordinazione. Quello in finale dell’Europeo contro la Russia poi, è storia. Sembrerebbe immortale, invincibile. Invece no. La natura che tanto ha dato, qualcosa ha tolto. La caviglia, il suo tallone d’Achille. Ora si può credere o meno al destino, più difficile credere alle leggende piuttosto che ai racconti di Omero. Ma anche qui, poco importa. Van Basten a differenza di Achille non venne immerso nel fiume Stige. Le acque infernali non lo avevano reso immune da qualsiasi rischio eccezion fatta per quel tallone con il quale la madre Teti, dea del mare, lo teneva. Ma anche lui aveva del divino. Regale. Nei movimenti e nelle dichiarazioni. Una carriera chiusa troppo presto, nella quale comunque ha scritto pagine indelebili del calcio mondiale. A tratti fiabesche, degne, appunto, del miglio poeta greco. Un giro di campo a San Siro per salutare tutti. Una lenta camminata col sapore di addio. In tanti con gli occhi lucidi, lui no. Odiava i piagnistei, proprio come un eroe dell’antica Grecia. Ci ha provato, ha combattuto contro l’unica cosa in grado di fermarlo, la sua caviglia. Ha perso, dopo anni di operazioni e trattamenti al limite fra chirurgico e magico, non ce l’ha fatta. E allora, da grande uomo, ha saputo ammettere i propri limiti, lasciando il calcio orfano di un personaggio fuori dal comune, ma incredibilmente semplice. Semplice, come quella conferenza, quei jeans e quel giacchetto di renna che indossava quando disse “La notizia è corta e semplice, semplicemente ho deciso di smettere di fare il calciatore“. Explicit ciclico, lo chiamano.

Tanti auguri Marco Van Basten. Regale e superbo, fragile e schivo, proprio come un cigno.

Stefano Gaudino (@stefanogaudino)

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