“Diego, Diegooo vieni a tavola che è pronto” urla mamma Simeone dalla cucina. In salone c’è un bimbo che però non si alza, forse perché neanche la sente, troppo preso dai suoi soldatini. Soldatini? Nell’infanzia Argentina di Diego Pablo Simeone c’erano i soldatini e non il pallone? Chi l’avrebbe mai detto….No no, aspettate. I soldatini erano ciò che disponeva sul campo…..di calcio non di guerra. Ora forse è tutto più chiaro. Nella sua testa, quel bimbo di cinque anni già sapeva tutto, già aveva vissuto notti indimenticabili a guidare i propri compagni di battaglia, dal campo prima, dalla panchina poi. Ma andiamo con ordine, perché se ora è sulla bocca di tutti per i suoi successi da allenatore, la sua carriera da calciatore non è stata da meno. Sempre al centro del campo, in prima linea, proprio come quel soldatino, il più forte ed il più coraggioso che da bimbo metteva per condurre gli altri alla vittoria. “Una vita da mediano, a recuperar palloni” canta Ligabue. Si. Ma non solo. Perché appena finito di sradicare palloni alla mediana avversaria aveva la capacità di cucire il gioco, di dettare i tempi come un vero e proprio regista. E poi? Basta? No, non ancora. Perché come se non bastassero polmoni da mediano e visione di gioco da regista, la natura gli aveva donato un fiuto per il gol non indifferente. In area di rigore era spesso lui ad avere la meglio sui propri attaccanti e sui difensori avversari. Proprio come quel famoso soldatino che ammirava al centro del campo nel tavolo del suo salotto, pronto a non mollare un centimetro quando si trattava di recuperare, ma altrettanto pronto a salire in avanti per offendere, attaccare, e guidare  i propri alla vittoria. Tre i paesi dove dispenserà la sua tecnica, il suo carisma e le sue indiscusse qualità da leader: Argentina, Spagna e Italia.

simeone-atletico Da calciatore lascia il segno in tutti i posti dove allena, tanto che da allenatore ripercorrerà (quasi) la stessa rotta. I primi calci al pallone li da al Velez Sarsfield, per poi dirigersi a Pisa, dove arriverà la prima delusione: la retrocessione. Uomo prima che calciatore, leader prima che capitano,  non è certo il tipo da lasciare la barca che sta affondando, e decide, nonostante le richieste di club più blasonati, di continuare a combattere per gli stessi colori, anche in serie cadetta. Si comincia a fare un nome, anzi una vera e propria nomea e allora la società Toscana è quasi costretta a lasciarlo andare, direzione Spagna. Siviglia per la precisione. Dopo due stagioni però, si dirige nella capitale, sponda Atletico. In tre anni conquista tutti, diventa un centrocampista totale in grado di fare tutto, e forse anche qualcosa di più. Arrivano i primi titoli: storico double per i colchoneros. Dopo tre anni e quasi 100 presenze ha gli occhi di mezza Europa addosso, e Moratti, che stravede per il suo carisma, lo porta a Milano. In Italia conquista l’Europa, vincendo la Coppa UEFA in finale con la Lazio, che dopo qualche anno diventerà “la sua Lazio”. Nella capitale arriva in maniera quasi rocambolesca. Eriksson gli preferiva Paulo Sousa, ma ben presto i tifosi laziali ringrazieranno che la trattativa con l’attuale allenatore della Fiorentina saltò. A Roma trova una squadra in grandissima crescita,  con una forte colonia Argentina che ne facilita il suo inserimento, ma mancava un leader, un allenatore in campo….un condottiero. Mai avuto problemi a prendersi responsabilità, mai temuto le luci della ribalta, sempre però con l’obiettivo di gruppo anteposto a quello personale. Diventa il leader, senza essere capitano, di una squadra che vince in Italia e in Europa. Uno dei campionati più rocamboleschi degli ultimi 20 anni di Serie A è targato proprio Diego Pablo Simeone. La Lazio è seconda staccata di 9 punti dalla Juve, e fa visita proprio alla vecchia signora, a Torino. La partita è tesa ed equilibrata, serve un episodio. Punizione dalla trequarti, cross di Veron e stacco di testa del Cholo: 0-1 e Lazio di nuovo in corsa per lo scudetto, che arriverà in maniera incredibile con la Juve impantanata, in tutti i sensi, sul campo di Perugia all’ultima giornata. Al termine della stagione Cragnotti dichiarò “Ho comprato tanti campioni, ma per vincere serviva Simeone“. Dopo quattro anni all’ombra del Colosseo il richiamo di Madrid è troppo forte, e fa ritorno nella capitale spagnola prima di chiudere la carriera in Argentina, al Racing. Chi ha condiviso lo spogliatoio con lui non ha mai avuto dubbi su cosa avrebbe fatto una volta appesi gli scarpini al chiodo. “Si sapeva che il Cholo avrebbe fatto l’allenatore, si vedeva da come stava in campo” parola di Javier Zanetti. In effetti neanche il tempo di mettere insieme gli amici di una vita e fare una partita di addio al calcio che già è sui banchi a studiare da allenatore e subito dopo in panchina, proprio al Racing. Le grandi si accorgono delle doti da allenatore e allora in rapida successione vince prima all’Estudiantes e poi al River Plate. Tappa italiana, al Catania per poi arrivare lì dove comincerà a fare la storia: sempre quella Madrid che aveva tanto amato da calciatore. Partenza, pronti, via…ed è già Europa League. L’Europa intera si accorge del suo modo di allenare. Niente tiki-taka, niente preziosismi tattici, questo Atletico è la reincarnazione vivente del Cholo calciatore: tanta corsa, tanto cuore, tanta organizzazione tattica…e tante vittorie. Liga, Coppa del Re, Europa League già in bacheca, ed una Champions sfumata davvero all’ultimo secondo. La sua squadra non è una macchina perfetta, è qualcosa in più. È una vera e propria armata. Ricordavate all’inizio, quando raccontavamo del suo subbuteo speciale fatto di soldatini e non calciatori? Ecco, ora davvero il cerchio è chiuso. Con una piccola, ma enorme, differenza. Non c’è mamma a chiamarlo dalla cucina, pregandolo di smettere con quella cura maniacale dei dettagli, c’è il mondo intero che lo ammira, ed un popolo che è in estasi per lui. In un calcio fatto oggigiorno di possesso palla e passaggi orizzontali fino al (quasi) sfinimento, lui ha inventato un nuovo modo ci concepire il calcio. O forse non lo ha inventato, lo ha solo trasmesso ai suoi uomini. Un capopopolo in grado di farsi seguire dai suoi ragazzi, dai suoi calciatori. Chissà se si sente ancora bambino, chissà se quell’area tecnica spesso troppo piccola che quasi lo ingabbia gli ricorda le grida della mamma dalla cucina. Sicuramente lui certe notti le ha sognate, ha comandato uno ad uno i propri soldatini fin da quando aveva 5 anni. Prima dalla sedia di un tavolo, poi dal centro del campo, ed ora lo fa dalla panchina. “El Cholismo” è quasi una religione, un modo di pensare diverso dagli altri. “Non vince sempre il più forte, vince chi lotta”, una delle sue frasi più celebri e che meglio lo rappresentano. Oggi, nel giorno in cui compie 47 anni, è sul campo a lavorare, insieme ai suoi ragazzi. Non c’è tempo per la festa, non c’è tempo per rilassarsi. Lui, da capopopolo sa che c’è un obiettivo da centrare, un derby da giocare  una rivincita, da non fallire.

E allora tanti auguri Cholo, però stavolta “grazie” te lo diciamo noi, incollati alla TV da oltre 20 anni ad ammirare il tuo modo di essere un soldato semplice quando c’è da correre, un generale quando c’è da farsi rispettare.

Stefano Gaudino

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