Metti un bimbo, un pallone, e due felpe a fare da palo. La mente viaggia, corre veloce. Tra voli pindarici e piedi ben poco saldi a terra, l’immaginazione la fa da padrona. C’è chi sogna di vincere una Champions League con la squadra del proprio cuore, chi sogna un gol all’ultimo minuto nello scontro diretto che vale uno scudetto. C’è chi sogna in grande, o forse in “Grosso” sarebbe meglio dire….e tra la scrivania e il letto di camera posiziona la palla (rigorosamente di spugna sennò la mamma chi la sente) conta i passi all’indietro, chiude gli occhi e….goooool , scivolata sul parquet e campioni del mondo! Da qualche anno però, il modo di pensare il calcio è cambiato. Grazie alla tecnologia, alle televisioni? No, grazie a qualcosa di molto più vero, molto più genuino. Semplice, ma incredibilmente speciale. Buffon. Da Gianluigi a Gigi Nazionale, non è mai cambiato. Schietto e sincero. Vincente, ma il palmares, in questo caso, è il minimo. Si, perché grazie a lui il modo di vedere il ruolo del portiere si è trasformato. Parliamoci chiaro, chi di noi, da piccolo, voleva essere chiamato per fare il portiere ? Nessuno, o quasi. Da quando c’è lui invece…. Lui, portiere Volante, con la V maiuscola e  nel vero senso del termine, ha insegnato che anche in quel ruolo così difficile da interpretare e così beffardo si può fare la storia. Si può diventare l’idolo dei tifosi, anche lì dove basta una piccola distrazione per entrarci nella storia, ma nel modo sbagliato. E allora negli “store”, perché nel mondo della globalizzazione e dell’era 3.0 non si chiamano più negozi, le maglie del portiere sono in vetrina, proprio accanto a quelle con il magico numero 10.

C’è chi numero uno ci nasce e chi ci diventa, chi ci si propone o chi in porta ci viene messo, “nel suo caso né l’una né l’altro, lui lo faceva per passione” potremmo dire citando De Andrè. Tempo fa sul suo sito ha postato (anche qui non azzardatevi più a dire pubblicato che vi guarderanno come se foste degli oggetti di antiquariato) una splendida lettera dove spiega il suo rapporto, viscerale, con la porta. La frase più rappresentativa era “Io, che ti ho dato le spalle, promettendoti di proteggerti sempre, da tutti”. Un ossimoro. Come lui, come quel ruolo che, per anni, è stato lasciato nei campetti amatoriali ai meno bravi o, più avanti con gli anni, ai meno “in forma”. Con le sue parate ha scandito le nostre estati da ormai un ventennio a questa parte. Colorando d’azzurro le cene e le notti d’estate, o rendendo più soave il rumore della sveglia nel mondiale asiatico. In nazionale da quando aveva 20 anni, con la maturità di un veterano. Ed ora, che di candeline ne spegne 40, ha la voglia di tornare a difendere quella porta che tanto ama di un ragazzino della primavera. Insomma, Buffon, numero uno dei numeri uno, deciderà nei prossimi mesi quando smettere, ma una cosa è certa: il suo colpo di reni su Zidane, a Berlino, non lascerà mai i ricordi della nostra generazione. Una sorta di Monnalisa dipinta d’oro, come la medaglia, su verde, come quel prato perfetto dell’Olympia Stadium. Ma stavolta, di questo capolavoro nessuno ce ne priverà mai. Soprattutto in Francia nessuno vuol sentirne parlare. Vorrebbero scordarlo, impossibile. Il nostro, personalissimo, muro di Berlino, oggi compie 40 anni. E allora tanti auguri Gigi, monumento del calcio italiano, impossibile da scalfire, proprio come un muro.

 

Stefano Gaudino