Chi, scherzando tra amici, non ha mai preso in giro la lingua tedesca mettendosi a urlare con cattiveria inaudita “SCHWEINSTEIGER”?

E anche se apparentemente potrebbe essere una frase buttata lì a caso, non lo è. Perchè Bastian Schweinsteiger e la Germania sono una cosa sola. Indossolubilmente legati, la perfetta riproduzione umana di cosa significhi essere tedeschi e della pura essenza crucca.

Biondo, alto, piazzato e cattivo al punto giusto. Un classico bavarese. Un classico tedesco. Schweini (“maialino” in italiano) veniva chiamato così per due motivi. Punto primo per la sua voracità a tavola o davanti a un buon boccale di birra, ma questo centra poco. Il secondo ma più rilevante motivo è legato alla sua foga in campo, al suo non mollare mai e al suo moto perpetuo, proprio come quando un maiale “sbrocca” e inizia a correre imbizzarrito.

Centrocampista centrale, mediano, trequartista e addirittura esterno destro: Schweini in campo fa sempre il suo, senza mai eccellere e fare il definitivo salto di qualità. Ma il momento chiave della carriera di Schweinsteiger è la finale di Champions del 2012: rigore che potrebbe essere decisivo, batte Schweini: palo. Chelsea vincitrice della Champions League, proprio a casa sua, nella Allianza arena.

Da quel momento lì scordiamoci Schweini. Lì nasce il vero Schweinsteiger. Giocatore intelligente, insuperabile, che davanti alla difesa giganteggia e lascia agli avversari solo le briciole. Un mondiale, otto Bundes nel palmares e molto altro ancora. Poi, dopo una vita al Bayern, il passaggio allo United. Forse anche per un complicato rapporto con Guardiola.

Ma a Manchster a Schweinsteiger non va tanto meglio. Mou non lo vede, lo fa giocare poco o nulla. Alla prima presenza, però, segna in semi rovesciata e mette a tacere chi lo dava per finito. Dopo Manchester, l’avventura negli States, perchè Bastian non ha bisogno del calcio americano. Ma la MLS ha un disperato bisogno di un ambasciatore come Schweini. Pardon, di Schweinsteiger.

Tanti auguri Basti: le lacrime al tuo addio alla nazionale dimostrano che anche i guerrieri piangono.

Gabriele Amerio (@gabrieleamerio)

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