Sarri Chelsea

La finale di Europa League ha avuto un solo padrone: dopo mezz’ora di studio il Chelsea ha alzato il ritmo e messo sotto un Arsenal impaurito, che è pian piano sparito dal campo ed è stato meritatamente sconfitto. 4-1 finale con almeno tre palle-gol salvate da Petr Cech, l’ex di giornata, e primo grande successo per Maurizio Sarri, che con la vittoria dell’Europa League a Baku potrebbe aver scacciato l’ombra di Frank Lampard, sostituto designato secondo i media britannici: un eventuale esonero dopo il 3° posto (seppur staccato dalle prime) e la vittoria in EL sarebbe clamoroso, anche se a Sarri non mancano le offerte (Juventus su tutte) e dunque potrebbe anche profilarsi una separazione in ogni caso. Ma cosa ci ha detto la gara di ieri? Andiamo ad analizzare un match che è davvero ricco di tematiche e ”punti di vista”.

EUROPA LEAGUE: MAURIZIO SARRI, LA RIVINCITA DEL ”COMANDANTE” E IL TABÙ SFATATO– La rivincita del Comandante, la rivincita di Maurizio Sarri. Difficile riassumere la finale di Europa League con una frase diversa da questa, perchè nella gara di Baku ci sono tante rivincite in una per il tecnico toscano, che ieri sera ha conquistato il primo grande trofeo a 60 anni. L’approdo di Maurizio Sarri a Londra è stato tutt’altro che agevole: ufficialità il 7 luglio per la querelle legale tra Conte e il Chelsea, poco tempo per lavorare (”abbiamo lavorato pochissimo sulla difesa”, ha ammesso Sarri) e inculcare un gioco totalmente differente da quello inglese, che infatti non ha raccolto i plausi di tifosi e stampa. Dopo alcune settimane d’esaltazione, è iniziata la fase del ”rigetto” della nuova idea calcistica, sprezzantemente chiamata ”Sarriball” (con annesse critiche a Jorginho e al possesso palla), e il Chelsea di fatto è cresciuto nuovamente da febbraio-marzo in poi, proprio mentre iniziavano a salire di tono le voci sull’esonero di Maurizio Sarri. Il ”trapianto” dell’idea calcistica di Sarri in Inghilterra non è stato totalmente fruttuoso, questo va detto: il Chelsea dà ancora l’impressione di essere una squadra a metà, metà inglese e metà di Sarri, una sorta di ibrido malriuscito. Però, il Chelsea ha ottenuto i risultati: 3° posto in rimonta davanti a Tottenham e Arsenal, finale di Europa League contro i Gunners dopo aver eliminato ai rigori l’Eintracht. È vero che Sarri non ha affrontato grandi club prima della semifinale (BATE, MOL Vidi e PAOK nel girone, Malmo-Dinamo Kiev-Slavia Praga tra sedicesimi e quarti), ma è altrettanto vero che ha letteralmente distrutto l’avversaria nell’atto conclusivo a Baku, preparando alla perfezione la partita. Sarri sapeva che Lacazette e Aubameyang possono essere letali anche con un solo pallone, soprattutto se gli si dà la possibilità di effettuare quelle combinazioni tra attaccanti che sono state decisive contro il Valencia, e guarda caso entrambi non hanno visto praticamente palla, complice anche la ”sparizione” di Ozil: non è un caso che le occasioni dei Gunners siano arrivate con Iwobi (che gol!) e Willock, armi a sorpresa dalla panchina. Ma soprattutto Sarri sapeva che Torreira e Xhaka avrebbero giocato per pressare e asfissiare Jorginho, e ha saputo aggirare quel pressing sulla sua creazione, il giocatore più criticato dai supporters dei Blues in questa prima stagione al Chelsea: il Chelsea ha studiato l’Arsenal per mezz’ora, ha sfiorato la rete a fine 1° tempo e ha ”ammazzato” la partita nella ripresa. Maurizio Sarri ha vinto così, con un 4-1 che lascia poche repliche, la sua Europa League.

Un trofeo che ha il sapore di rivincita: contro i critici, contro i tabù, contro la frenesia del calcio moderno. Un allenatore italiano non vinceva questa coppa dal 1999, quando si chiamava ancora Coppa UEFA e il Parma di Malesani battè l’Olympique Marsiglia a Mosca, e nessun allenatore italiano l’aveva mai vinta con un club straniero. Vent’anni dopo, ecco Sarri (che aveva buttato via la chance col Napoli) a sfatare questi tabù, e a vincere un trofeo che ricorderà per sempre, perchè arriva dopo anni di sudore e fatica. La carriera da tecnico di Maurizio Sarri, toscano nato a Napoli, inizia trent’anni fa: allena in 2a categoria la Stia, e nel mentre fa l’impiegato in banca. Questa professione, esercitata alla Montepaschi di Siena, lo porterà a occuparsi di transazioni tra grandi istituti a Londra, in Germania, Svizzera e Lussemburgo: dopo aver letto questa frase, capite che le perplessità su ”Sarri che non sa l’inglese” valgono come la Corazzata Potemkin nel noto film di Fantozzi. Sarri lavora e allena Stia, Faellese, Cavriglia, Antella, Valdema e Tegoleto, poi nel 1999 deve prendere una decisione: allenare in Eccellenza il Sansovino e vedere se è davvero bravo, oppure scegliere la banca. Racconta così quella scelta:Ho scelto come mestiere quello che avrei fatto anche gratis. Ho giocato e allenato per una vita, non sono arrivato per caso: mi chiamano ”quello dei 33 schemi” o ”l’ex impiegato”. Come se aver fatto altro fosse un male…”. Sarri, col Sansovino, scala le gerarchie: nel 2000-01 vince l’Eccellenza, nel 2002-03 vince quella Coppa Italia di Serie D che fino a ieri era il suo secondo trofeo conquistato, tra l’altro quando aveva ancora una folta chioma e una barba da rivoluzionario. Perchè, fino a ieri, Sarri non aveva vinto nulla tra i professionisti, nonostante il suo gioco offensivo, e ora si è liberato anche di quel tabù/appiglio per i critici: dopo il Sansovino, ecco Pescara, Arezzo, Avellino, Verona, Perugia, Grosseto, Alessandria e Sorrento. Viene esonerato nel 2011 e probabilmente, dopo i tanti esoneri, sta per mollare tutto, ma un osservatore lo segnala all’Empoli: conquista la Serie A e disputa un’ottima stagione coi toscani, si guadagna il Napoli e dopo anni fruttuosi dal punto di vista del gioco, ma non dei trofei, approda al Chelsea. Il resto è storia recente, e chissà come sarebbe andata se l’Empoli l’avesse esonerato dopo quei 4 punti in 9 giornate nel 2012. Come dice giustamente Federico Casotti, ”in un mondo che brucia in fretta e pretende tutto e subito, la storia di Maurizio Sarri che in 30 anni scala dalla Seconda Categoria all’Europa League è a maggior ragione qualcosa di straordinario”. Anche perchè la vittoria è arrivata con zero sconfitte nella competizione: 12 vittorie, tre pareggi. Ed è valsa un piccolo sgarro: un sigaro acceso in campo durante la premiazione, perchè Sarri e il fumo hanno un rapporto indissolubile.

I PROTAGONISTI: DA GIROUD AD HAZARD, PASSANDO PER SUPER-PEDRO E LO SCONFITTO CECH– Sarri ha così interrotto la serie vincente di Emery in Europa League (3 EL consecutive col Siviglia), e il suo Chelsea ha giocato una grandissima partita in quella che sarà l’ultima di Eden Hazard, destinato al Real Madrid per 130mln: il belga ha chiuso con una doppietta, giocando malino nel 1° tempo e facendo una super-partita nella ripresa, ma non è stato l’MVP di Baku. Il titolo di MVP, a nostro avviso, è tutto di Olivier Giroud, l’attaccante più sottovalutato della storia: ha trascinato il Montpellier a vincere la Ligue 1, segnato svariati gol con l’Arsenal ed è diventato il centravanti titolare (o quasi) del Chelsea, mandando in panchina Higuain. Questa Europa League porta la sua firma indelebile: 11 gol in 14 partite, una ”tripletta perfetta” (gol di destro, sinistro, testa), la rete che ha aperto le marcature con un movimento geniale e l’assist per Hazard nella rete che ha chiuso la partita. Degna di nota anche la gara di un altro big del Chelsea, ”il mago delle finali” Pedro: il primo giocatore al mondo capace di vincere tutti i maggiori trofei tra club e nazionale, dalla Champions League al Mondiale, passando per Europeo, Mondiale per Club e da ieri Europa League. 25 trofei per Pedrito (5 Liga, 3 Copa del Rey, 4 Supercoppe spagnole, 3 Champions, un’Europa League, 3 Supercoppe UEFA, 2 Mondiali per Club, una Premier League, una FA Cup, un Mondiale, un Europeo), molti dei quali bagnati con un gol in finale.

Un nuovo record per l’ala destra, che col Barça aveva raggiunto quello di unico giocatore capace di segnare in sei competizioni differenti in un’unica stagione. Mezzo record anche per Kovacic, che ha vinto tre Champions League e un’Europa League senza interruzioni: le ha vinte tutte da comprimario e senza giocare particolarmente bene (anzi), questo forse è il vero primato del croato. Chi non sorride, in un Arsenal nettamente sconfitto e andato in tilt nella ripresa (i gol potevano essere 7-8), complici alcune controprestazioni (Ozil) e i cambi tardivi, è Petr Cech. Il portiere giocava la sua ultima partita contro il suo Chelsea, e da rivale nella finale di Europa League: ha giocato un grandissimo match, salvando la porta in almeno 4-5 occasioni. Alcuni quotidiani oggi gli hanno rifilato assurde insufficienze, ma senza Petr sarebbe finita anche peggio: nei prossimi giorni, tra l’altro, tornerà al Chelsea da dirigente (direttore tecnico?). Fa ridere pensare a come avrebbero reagito in Italia a questi rumours: si sarebbe parlato solo di questo e non della partita, ma per fortuna nel resto del mondo non sono così stupidi/limitati.

EUROPA LEAGUE: BAKU E QUELLA SERIE DI FIGURACCE ”MONDIALI”– Quando Baku è stata annunciata come sede della finale di Europa League, in tanti avevano sternato le loro perplessità: avevano tutti ragione, perchè quella azera è stata probabilmente una delle finali peggio gestite della storia. Tutto è partito male dal principio, quando gli organizzatori e l’UEFA hanno destinato solo 12mila biglietti a testa alle finaliste in uno stadio da 69mila spettatori: i tifosi dell’Arsenal hanno risposto facendo sold-out, il Chelsea ha restituito metà dei biglietti perchè i Blues non sono stati altrettanto ”reattivi”. Un po’ per protesta, un po’ perchè non tutti possono permettersi una trasferta verso Baku: 4500km tra Londra e la capitale dell’Azerbaijan, all’incirca 7h d’aereo oppure, per i temerari, quattro/cinque giorni di treno, per i folli 56 ore di auto o un annetto di cammino. Una finale a 4.500km tra due squadre che hanno i loro stati distanti 8 miglia, un paradosso. Dopo i problemi coi biglietti, sono nati quelli politici: il conflitto perenne tra Armenia ed Azerbaijan è tutt’altro che sopito, e così l’Arsenal non ha potuto convocare Mkhitaryan per motivi politici, perchè in quanto armeno era ”persona indesiderata” e a rischio nel paese azero. Vi illustriamo un possibile cambio di Emery col Chelsea avanti 2-0: fuori Ozil e dentro Mkhitaryan per dare la scossa. Per motivi politici, quel cambio non si è potuto fare, e tra l’altro abbiamo assistito ad atti ”squadristi” della polizia locale: chiunque avesse la maglia dell’Arsenal con nome Mkhitaryan veniva fermato e controllato. Forse per controllare che non fosse il numero 7 dei Gunners, o forse semplicemente per intimorire chi vestiva la maglia del ”nemico proveniente dall’Armenia”. Dopo il caos dei giorni precedenti, i problemi durante la finale: lo stadio di Baku, chiamato ”Olimpico” perchè è stato costruito per ospitare i Giochi Europei 2015 (ospiterà anche alcune gare di Euro2020), è tutto tranne che adatto al calcio e alle riprese calcistiche. Chi si trovava in prima fila, di fatto era comunque a 3-4m dal campo, una cosa che ha generato meme e ironia sui social. E che ha ”danneggiato” le riprese ravvicinate: tantissime riprese dall’alto, che ai più hanno ricordato il caro vecchio FIFA98. Insomma, un esperimento da non ripetere, ma che in un’UEFA sempre più ”soldocentrica” verrà sicuramente ripetuto.

(di Marco Corradi, @corradone91)

PER TUTTE LE NEWS E GLI AGGIORNAMENTI SEGUICI SU: AGENTI ANONIMI.