”Ciao, sono la Champions League. Vi ricordate di me? Duro da settembre a maggio, ho due grandi orecchie e vi ho dato la gloria tante volte: l’ultima volta, mezza Italia ha esultato per una squadra nerazzurra. Sono passati nove anni ormai, tanti, e due dall’ultima volta che ci siamo visti in finale. Due anni fa, a Cardiff: eravamo a inizio giugno, e quei ragazzi in bianconero avevano creduto all’impresa, salvo poi cedere ai blancos. Ora vi ricordate di me? Sapete, io esisto ancora, e a partire da domani quattro squadre si giocheranno l’accesso alla finalissima di Madrid: proprio come nove anni fa, ma stavolta in uno stadio ”Atletico” (voi lo chiamate Wanda Metropolitano). Eppure, nessuno ne parla: diamine, vi siete dimenticati di me. E dire che ne abbiamo passate tante, assieme…”.

Se la Champions League potesse parlare, probabilmente scriverebbe questa lettera a cuore aperto ai tifosi italiani. O forse solo ai media italiani. Per loro, ma non per noi, la Champions League è sostanzialmente finita con l’eliminazione della Juventus nei quarti di finale contro l’Ajax: alcuni di voi resteranno sorpresi quando scopriranno, tramite queste righe, che domani si gioca la prima semifinale della Champions, tra Tottenham e Ajax. Abbiamo fatto un test nel più classico dei bar ”calciofili”, e le persone che se lo ricordavano si contano… su un dito. I media hanno un potere enorme, quello di esaltare le gesta calcistiche, ma anche di farle dimenticare completamente: in questo caso, la Champions League senza Juventus sta subendo una sorta di damnatio memoriae mediatica. Nessuno ne parla, nessuno la cita, la stessa emittente che ha i diritti tv finisce con l’ignorare le semifinali e non pubblicizzarle. Viviamo in una sorta di bolla, nella quale si parla di tutto tranne che della Champions League: sfogliando la Gazzetta dello Sport, non troverete una riga sulla UCL, guardando la tv difficilmente ne sentirete parlare. Al punto che noi stessi eravamo arrivati a dubitare che le semifinali si giocassero in questo weekend: è come se, mediaticamente, la Champions League ”italiana” fosse finita con l’eliminazione della Juventus, e si evitasse l’argomento per non ”infettare” nuovamente la ferita.

Il lugubre mortorio nello studio Sky dopo l’eliminazione bianconera (”È una serata triste, tristissima”), col senno di poi, era un’iniziale indicazione programmatica. Di Champions League, dunque, si parlerà solo domani, magari poche ore prima della partita che aprirà le semifinali: prima, però, un silenzio che fa rumore. Lo stesso Ajax ”che tremare il mondo fa”, coi suoi giovani terribili e la fantastica idea di calcio di ten Hag, non è più un argomento da trattare, e con lui le altre tre semifinaliste. Eppure, siamo di fronte a due semifinali decisamente emozionanti e ricche di contenuti: da una parte il nuovo calcio totale dell’Ajax, capace di mettere sotto Juventus e Real Madrid nel loro stadio e passare con merito contro due corazzate, contro il calcio misto di tecnica e attenzione difensiva del Tottenham di Pochettino. Dall’altra il Liverpool a tutto pressing di Klopp contro la nuova versione del Barcellona, trascinata dai soliti Messi e Suarez, ma anche da nuovi interpreti (Arthur ecc). Due squadre-rivelazione di qua, due delle assolute favorite della vigilia di là: il sogno generale sarebbe la finale tra Ajax e Barcellona, ma ci attendiamo quattro match (2+2) spettacolari. Eppure, lo ripetiamo, nessuno parla dei match che si giocheranno martedì (Tottenham-Ajax) e mercoledì (Barcellona-Liverpool) alle ore 21. E il mondo dei media sportivi italiani, per l’ennesima volta, si dimostra fuori… dal mondo.

”AHI, SERVA ITALIA” ”Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”. Dante Alighieri stigmatizzava così la situazione dell’Italia medievale, e di una nazione divenuta terra di conquista/passaggio per le potenze nemiche: un’Italia divisa, e dunque facilmente attaccabile e conquistabile dall’esterno. Stavolta l’Italia non è ”serva”, ma semplicemente prigioniera di sè stessa a livello mediatico, e non solo nello sport: siamo talmente ”ottenebrati” da quello che accade entro i nostri confini, da ignorare tutto il resto, sia a livello sportivo che politico. E poi, viviamo in un paese nel quale da un lato si difende a spada tratta la libertà di stampa e di espressione (spesso anche in modo grottesco), e dall’altro si attacca regolarmente chi la esprime. L’unico paese nel quale gli allenatori litigano sistematicamente con gli opinionisti e li criticano perchè… esprimono la loro opinione. Quella per cui sono pagati, tra l’altro.

Così facendo, capitano cose surreali. L’allenatore che è uscito ai quarti di Champions League con Cristiano Ronaldo e una rosa fortissima, venendo messo sotto per 150′ su 180 dall’Ajax, si rifiuta di essere criticato perchè ”ha vinto sei scudetti” e ”chiede rispetto”. Lo stesso rispetto che non concede all’interlocutore, intimandogli di stare zitto perchè non ha mai allenato. Oppure, Rino Gattuso viene dipinto come un imbelle alla prima sconfitta, per poi essere esaltato dopo un periodo vincente e nuovamente criticato alla prima sconfitta: come se il Milan, pur avendo una rosa di medio livello, dovesse accedere alla Champions League per diritto divino, non giudicando tutto ciò che il buon Ringhio ha fatto sin qui con una squadra povera di qualità. D’altronde, viviamo anche nel paese in cui Eusebio Di Francesco, semifinalista in Champions League con la Roma (!) eliminando il Barcellona (!) pochi mesi dopo veniva bollato come incapace, oppure dove a Claudio Ranieri tecnico della Roma viene chiesto di commentare le notizie su Conte come suo successore: per fortuna Ranieri è un signore, e prima che l’allenatore giallorosso è soprattutto un tifoso romanista, dunque risponde da Sir Claudio qual è. E pensate, nello stesso paese si riempiono pagine e trasmissioni su Inter e Milan, e si concede pochissimo spazio alle stagioni fantastiche di Atalanta e Torino: di loro, si parla diffusamente solo quando battono le big. Perchè in Italia è questo che conta, il risultato fine a sè stesso. Non il gioco offensivo, non tecnica e tattica, ma il risultato: si parla solo di quello, si giudica tutto in base a quello senza pensare all’eredità futura. Salvo poi chiedersi perchè la Nazionale non si qualifica ai Mondiali.

Una mentalità ”vecchia”, che ormai permea tutte le trasmissioni e/o i giornali sportivi e che, quando dopo l’andata all’Amsterdam ArenA ci fa leggere delle pagelle con un 5 a Tadic e un 5.5 a Tagliafico che ha ”arato” la fascia, ci fa cadere le braccia. Onestamente non sopportiamo più questo modo di pensare, e una gestione mediatica che si ”dimentica” (volutamente?) di parlare delle semifinali di Champions League. No, non ne possiamo più, ma forse siamo noi ”sbagliati”. Forse, come direbbe qualcuno, abbiamo letto troppi libri

(di Marco Corradi, @corradone91)

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