Daniele De Rossi

Il suo trasferimento ha fatto scalpore, perchè a volte i sogni sono davvero desideri che vengono realizzati. Daniele De Rossi ha sognato per anni di giocare almeno un match alla Bombonera, e lo farà nei mesi che verranno. Dopo essere stato malamente scaricato dalla Roma ed aver vissuto settimane di riflessione, DDR ha scelto proprio di accettare la corte del Boca Juniors: firmerà un contratto fino al termine della Superliga Argentina (marzo 2019), con possibilità di estendere nuovamente l’accordo, e se tutto va bene (tradotto: se il Boca passerà contro l’Athletico-PR) giocherà la Copa Libertadores a partire dai quarti di finale. La sua avventura argentina è iniziata alle 6.45 argentine (11.45 italiane), con un’accoglienza oceanica all’aeroporto di Ezeiza: oltre mille tifosi xeneizes hanno accolto quello che è un colpo fantastico dal punto di vista tecnico, caratteriale e mediatico. Daniele De Rossi porterà al Boca Juniors tutte le sue qualità tecniche e umane, vivendo un’esperienza straordinaria, e sin dal momento del suo accordo con gli xeneizes, è scattata la corsa agli altri ”Tanos” (gli italiani vengono chiamati così, in Argentina) che hanno militato in Sudamerica. Daniele De Rossi sarà il primo italiano a giocare in Argentina e il primo italiano in Sudamerica? La risposta a entrambe le domande è “no”, perchè gli italiani in Sudamerica sono stati parecchi, anche più di quanti ci saremmo aspettati. Ringraziando i colleghi di Calcio Sudamericano per dati e statistiche, ecco le loro storie.

I “RECENTI” CERIONI E SERAFINO, E LE STORIE PASSATE TRA CILE, ARGENTINA E COLOMBIA: I TANOS IN SUDAMERICA- Per parlare al meglio di questo argomento, bisogna imporsi delle regole. Fuori ovviamente i giocatori nati in Sudamerica e naturalizzati italiani, tra cui c’è anche Pablo Daniel Osvaldo col suo recente ritorno al Boca Juniors, e spazio solo a quei italiani che sono emigrati nel calcio sudamericano. La storia più recente, in tal senso, è quella di Francesco Serafino: nato nel cosentino, vissuto per qualche anno a Milano ed emigrato in Argentina coi genitori per questioni lavorative del padre, Francesco ha militato nel vivaio del Boca Juniors. Nelle fila degli xeneizes ha diviso lo spogliatoio con Bentancur, ma non ha mai debuttato, tornando in Italia e vivendo un calvario perchè le normative FIFA sugli U18 gli hanno impedito di giocare per mesi nella Primavera del Torino: la sua crescita si è arrestata, e in seguito ha vestito le maglie di Huracan del Paso (Uruguay), Naxxar Lions (Malta), Triestina e Rimini senza imporsi. Attualmente milita in Galles, nel Bangor City. Sfortunata anche l’altra esperienza recente, che risale agli anni Novanta. Il portiere Marco Cerioni, nato nel 1970 e militante per anni in C2, compie un salto incredibile nel 1999: da Jesi vola in Sudamerica, e firma con gli ecuadoriani dell’Emelec. Per mesi fa la riserva del titolare Dennis Ibarra, ma il 14 aprile 1999 ha una grande chance: Ibarra è out per gli ottavi della Copa Libertadores, e contro l’Estudiantes de Merida gioca Marco. Che è abituato al livello della C2 italiana e non fa una bellissima figura: raccoglie tre volte la palla dalla rete senza poterci fare nulla, e di fatto gioca la sua prima e ultima sfida in Sudamerica proprio quel giorno. L’Emelec perde 3-1 all’Estadio George Capwell, e al ritorno schiera il 27enne Zambrano al suo posto: Cerioni torna in Italia, gioca un paio d’anni nell’Ancona (tre match, 12 gol subiti) e si ritira nel 2004, dopo aver fatto parte della rosa anconetana che militò in A. Ancora oggi, purtroppo, viene ricordato come un flop in Ecuador, ”uno straniero che si dimentica subito”: da lì in poi, nessun italiano ha più giocato in porta in Sudamerica.

Per il resto, le altre storie dei Tanos che hanno sfondato in Argentina risalgono all’era ”pionieristica” del calcio, oppure a prima degli anni Settanta e del periodo nero del Sudamerica, funestato in quegli anni dalle dittature. In Cile vengono ricordati con grande piacere i fratelli Bruno e Gino Iacoponi: nati a Livorno, militarono per anni nelle fila labroniche, giocando uno da portiere e l’altro da interno di centrocampo. Gino si tolse anche la soddisfazione di giocare titolare a 18 anni in Serie A, segnando 10 gol in 16 partite, e il 20 giugno 1920 i due giocarono da titolari la finalissima del campionato contro l’Inter, che vinse 3-2. Nel 1923, la svolta sudamericana: dei contatti comuni portano i fratelli Iacoponi a sbarcare in Cile e vestire la maglia dell’Audax Italiano, club che deve le sue origini proprio ai nostri connazionali. Bruno sarà uno dei primi portieri a indossare i guanti nel paese (lo chiameranno ”El Gato”), Gino invece diventerà uno dei calciatori più ammirati in Cile per eleganza e capacità di finalizzare e dirigere il gioco: con l’Audax Italiano i due vinceranno la Liga Metropolitana (campionato di Santiago), mentre Bruno Iacoponi segnerà il primo gol del club nella neonata Primera Division cilena nel 1933. Militò nell’Audax Italiano anche Giuseppe “José” Rosetti, nato a La Spezia ed emigrato in Cile negli anni Venti: si affermò nel club, ed ebbe anche l’onore (mentre stava ancora giocando) di guidare il Cile nel Sudamericano casalingo del 1926, chiuso al secondo posto alle spalle dell’Argentina. Vestì anche la maglia del Colo Colo, e lo allenò appena prima di tornare in Italia: fu il primo allenatore straniero nella storia del Cacique. Un pasito in Cile anche per Giuseppe Messina, nato a Roma nel 1952 e trasferitosi giovanissimo in Argentina con la famiglia: dopo qualche anno nel Club Atletico San Lorenzo de Mar de La Plata (omonimo del Ciclon), nel 1976 si accasò al Green Cross di Temuco, per poi tornare in Argentina al “suo” San Lorenzo e giocare con Kimberley e Los Andes. La sua carriera si chiuse nel 1985, e allenò l’Atletico Mar del Plata tra il 1987-88 e il 1988-89.

Messina ci consente di aprire il capitolo argentino, perchè ci sono altre storie legate al futbol locale. I fratelli Pacifico e Rino Storgato, veneti di Treviso, negli anni Venti giocarono col Quilmes e sono ricordati tuttora. Nicola Novello, invece, è probabilmente l’italiano che ce l’ha fatta ad imporsi maggiormente in Sudamerica, proprio con la maglia del Boca Juniors. Nato a Fuscaldo (Cosenza) il 20 maggio 1946, emigra coi genitori in Argentina e cresce nel vivaio del Boca Juniors, debuttando il 26 giugno 1966: centrocampista tecnico, dall’ottima visione di gioco e dalla giocata lucida ed efficace, Nicola/Nicolas (storpiatura locale) Novello gioca nel Boca Jrs fino al 1972, vincendo anche un campionato: emigra poi all’Atlanta nel 1973, giocando un altro anno negli xeneizes nel 1974 e lasciandoli definitivamente per il Banfield nell’annata seguente. Nel 1976 passa all’Union Española e sbarca in Cile, segnando 12 gol in quella stagione e vincendo il titolo nazionale cileno nell’anno seguente: chiuderà lì la carriera, e dopo il ritiro lavorerà per anni (1989-1995) come allenatore delle giovanili del Boca Juniors. Un Tano che ce l’ha fatta, anzi due, perchè Dante Mircoli ha vissuto una sontuosa carriera in Sudamerica: emigrato da bambino dopo essere nato a Roma, deve le sue fortune all’Independiente, con cui ha vinto due campionati e la Copa Libertadores 1972. 127 presenze col Rojo, e vestì anche le maglie di Platense ed Estudiantes: dopo tre anni italiani tra Sampdoria, Catania e Lecco, tornò in Sudamerica giocando col Racing e, in Colombia, con l’Atletico Bucaramanga. Ha poi allenato varie squadre minori del futbol argentino. Molto interessanti anche le altre storie che giungono dal calcio colombiano: Luigi/Luis Di Franco, nato a Roma nel 1918, militò a partire dal 1949 nel Deportivo Pereira, recitando anche il ruolo di giocatore/allenatore. Qui chiamò con sè il portiere Angelo Bellotto, veneto che vestì la maglia da titolare nel Deportivo Pereira nel 1950, trasferendosi poi all’Huracan di Medellin. Il 1952 ci regala invece le storie del Deportivo Samarios (futuro Union Magdalena) e di due italiani protagonisti: Corrado Contin (che vestì in Italia le maglie di Lazio e Roma) fu titolare per tutto l’anno in difesa, Bruno Gerzelli invece giocò in attacco e segnò cinque reti, una di queste all’Atletico Nacional. Negli anni seguenti sbarcarono in Colombia anche Remo Minatti (Deportivo Cali e Deportes Quindio, 1955-1959) e il già citato Dante Mircoli.

L’ALLENATORE: LA STORIA DI VESSILLO BARTOLI, IL TANO VINCENTE– Abbiamo citato tanti giocatori, ma c’è anche un allenatore italiano che viene ricordato tuttora in Sudamerica. Il suo nome è Vessillo Bartoli, e dopo una discreta carriera da giocatore vissuta tra Vado Ligure e Savona col ruolo di mediano, passa dall’altra parte della panchina e sceglie la strada dell’allenamento. Il suo sbarco in Sudamerica risale al 1950, quando viene chiamato dallo Sportivo Luqueño: tatticamente è un innovatore, perchè di fatto porta in Sudamerica il ”sistema” di Chapman, e dopo un anno e mezzo di duro lavoro per far assimilare la novità tattica ai suoi, Vessillo Bartoli esulta. Lo Sportivo Luqueño vince il campionato 1951, rifilando 4pti al Cerro Porteño detentore del titolo: un anno di stanca, e poi nel 1953 Vessillo Bartoli si ripete, battendo Cerro e Libertad. La Federazione paraguaiana lo chiama, affidandogli il ruolo di ct del Paraguay per le qualificazioni ai Mondiali di Svizzera 1954 e affiancandolo al tecnico locale ed ex preparatore atletico Salvador Pane Casco: l’Albirroja deve giocare contro Cile e Brasile, e dilaga battendo due volte la Roja. Deve però ancora affrontare il Brasile, che vince 1-0 ad Asuncion e perde 4-1 al Maracanà, di fronte a 175mila spettatori. Niente Mondiale per Vessillo Bartoli, che nel 1955 ha un tremendo incidente: il volo della Panair do Brasil, sul quale si trovava per andare ad Asuncion e convincere il suo pupillo Josè Parodi a sbarcare in Italia (al Torino) colpisce un albero con l’ala sinistra e prende fuoco. L’incendio causa la morte di 16 passeggeri su 24: Bartoli riporta gravi ustioni, ma resta in vita e decide di tornare in Italia e non pensare per qualche anno al Sudamerica. Il richiamo del Continente è però forte, e nel 1961 Vessillo Bartoli torna in Paraguay e al Cerro Porteño: vince nuovamente il campionato e debutta in Copa Libertadores (istituita nel 1960), dove però il Ciclon de Barrio Obrero perde 9-1 col Santos di Pelé. L’onta è troppo grande, e il tecnico di Vado lascia il Paraguay (dove allenò negli anni Cinquanta anche Mario Rossini: guidò il Sol de America) e vola a Quito, Ecuador, per allenare l’Universidad Catolica, con cui vince il campionato provinciale utilizzando per la prima volta nel paese il ”sistema”. L’organizzazione di gioco, carattere che contraddistinse tutte le squadre di Bartoli, attira gli occhi dell’El Nacional, la squadra dell’esercito, che per statuto impiega solo giocatori ”criollos” (nati in Ecuador). Non aveva mai vinto il titolo, lo fa con Vessillo Bartoli nel 1967. È la sua ultima avventura sudamericana, perchè il tecnico italiano torna a Vado Ligure e ci resta fino al decesso avvenuto nel 1981.

Daniele De Rossi ha dunque molti esempi di giocatori e/o allenatori italiani che l’hanno preceduto in Sudamerica, ma è il pioniere della nuova era e magari spingerà altri giocatori italiani a seguire le sue orme: sarà protagonista nel Boca Juniors che inseguirà la vittoria nel campionato e in Copa Libertadores. Lo farà con la maglia numero 16, lo farà realizzando il sogno di una vita.

(di Marco Corradi, @corradone91)

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