Copa Libertadores 2019

38 anni dopo, riecco il Flamengo: la squadra con l’organico più forte nel complesso dell’intera competizione, nonchè quella che ha investito di più, ha vinto con merito la Copa Libertadores 2019. L’ha fatto in modo rocambolesco: il River Plate di Marcelo Gallardo ha segnato subito con Borré, ha controllato e forse si è piaciuto troppo, credendo d’averla già vinta. La sostituzione di Nacho Fernandez ha tolto campo e forza alla manovra offensiva del River Plate, gli errori nel finale l’hanno condannato: da una palla persa da Pratto è nato il contropiede che ha portato al tap-in vincente di Gabigol, da uno svarione di Pinola l’azione in solitaria dello stesso Gabriel Barbosa, che ha poi fulminato Armani con una rasoiata imprendibile. 2-1 e Copa Libertadores al Flamengo, la seconda della sua storia: il Mengão ha meritato il successo giocando un ottimo calcio sotto la guida di Jorge Jesus, e ha conquistato anche il Brasileirao. Tanto Flamengo, tanto River Plate e non solo nella nostra top-11 della Copa Libertadores 2019: andiamo a scoprirla insieme, l’abbiamo disposta con un 4-1-3-2 in omaggio alla tattica usata da entrambe le finaliste.

IL PORTIERE: 

Franco Armani (River Plate) – Quello che a nostro avviso è il miglior portiere del Sudamerica, e tranquillamente nella top-10 mondiale, si guadagna il titolo di arquero della Copa Libertadores 2019. Con le sue parate, sempre puntuali e spesso decisive, ha salvato il River Plate in un paio di momenti difficili. Maestro delle parate multiple, riflessi da gatto, mai un errore: il portiere che tutti vorrebbero in squadra, e che se fosse più giovane (classe ’86) sarebbe sul taccuino di tutte le big europee. Sabato ha perso la prima finale della Copa Libertadores, dopo le vittorie con Atletico Nacional (2016) e River (2018).

I DIFENSORI: 

Marcelo Weigandt (Boca Juniors) – La sorpresa di Alfaro nella Copa Libertadores del Boca Juniors. Terzino vecchio stampo, che spinge meno dei colleghi ed è ruvido nella fase difensiva, ha disputato un ottimo torneo: uno dei pochi a reggere il colpo nella disfatta xeneize in semifinale. Per chi non lo sapesse, è un classe 2000.

Lucas Martinez Quarta (River Plate) – Era già un grande difensore prima della squalifica per doping e dello stop che ne ha fermato la crescita, ma nel 2019 si è definitivamente ripreso il River Plate. Centrale dalla rara pulizia d’intervento, bravo anche coi piedi e nella prima costruzione, è ormai un elemento imprescindibile nello scacchiere di Gallardo. Scommettiamo che presto arriverà in Europa?

Pablo Marí (Flamengo) – La storia da libro Cuore della Copa Libertadores 2019, la maggior rivelazione della competizione. Cinque mesi fa, il 23 giugno 2019, Pablo Marí giocava la finale dei playoff per la promozione nella Liga col Deportivo La Coruña, perdendo 3-0 contro il Maiorca. Cinque mesi dopo, il 23 novembre 2019, ha conquistato la Copa Libertadores (primo spagnolo) da assoluto protagonista. Jorge Jesus ha cambiato la carriera dell’ex difensore, “bloccato” per anni nella sequela di prestiti a club amici imposta da quel Man City che ne deteneva il cartellino. Centrale fisico e potente, è stato uno dei fattori della vittoria del Flamengo, e ha anche segnato in semifinale, nella demolizione del Gremio.

Milton Casco (River Plate) – Un’altra delle armi, spesso sottovalutate, del River Plate di Gallardo. Terzino che sa difendere e creare superiorità, Casco è rientrato da un brutto infortunio (l’aveva sostituito Angileri) e non è più uscito dal campo. Nella finalissima era uno dei più nervosi e ha rischiato il rosso, ma è proprio dopo la sua uscita che il River è definitivamente affondato, lasciando il controllo degli spazi e il temuto “campo aperto” a Bruno Henrique e Gabigol.

IL MEDIANO: 

Gerson (Flamengo) – I non avvezzi al calcio sudamericano si stupiranno di vederlo in questa posizione, ma l’ex Roma è stato semplicemente strepitoso. Jorge Jesus, come aveva fatto in passato con Enzo Perez (da ala a mediano), ha visto in lui qualcosa di diverso e l’ha reinventato come centrocampista centrale. Gerson ha risposto applicandosi al meglio, avviando l’azione e difendendo come un Rino Gattuso qualunque: recupero palloni e qualità per quello che è stato uno dei migliori centrocampisti della Libertadores. Scegliamo lui, e non il suo collega Willian Arao, che pure è stato strepitoso da frangiflutti e ultimo baluardo prima della difesa.

IL CENTROCAMPO: 

Nacho Fernandez (River Plate) – Per tecnica e visione, l’ha detto anche un certo Juan Roman Riquelme, il miglior centrocampista del calcio sudamericano. Arma tattica imprescindibile di Gallardo, che lo piazza all’esterno nel suo 4-1-3-2, oppure sulla trequarti, col medesimo risultato: Nacho taglia e cuce, ispira e segna. L’ex Gimnasia LP è ormai un giocatore di qualità e testa superiore, che nella finalissima si è tolto il lusso di un assist. Non appena è uscito lui, il River ha perso il controllo del match: inspiegabile quella sostituzione al 64′, Gallardo si starà ancora mangiando le mani per la scelta sbagliata.

Alexis MacAllister (Boca Juniors) – Alexis, il più forte dei fratelli MacAllister, aveva già dimostrato tanto all’Argentinos Juniors, ma si è confermato devastante nelle fila del Boca Juniors. Il Brighton, che ha comprato il suo cartellino a gennaio, ha preferito prestarlo nuovamente in patria, e Alexis ha spinto per vestire la maglia degli xeneizes, già onorata dal papà Carlos e vestita quest’anno anche dal fratello Kevin (terzino destro). Il risultato è stato fantastico: giocando sia sulla trequarti che da ala sinistra, MacAllister ha trascinato il Boca Jrs alla semifinale persa contro il River Plate. Una Libertadores che lo consacra a livello internazionale: sembra pronto per l’Europa.

Everton (Gremio) – Il 2019, Cebolinha, non se lo scorderà mai. Prima la Copa America vinta da trascinatore del Brasile e assoluto protagonista (3 gol), poi l’ennesima conferma nella Libertadores. Quest’anno, con Luan sempre più a mezzo servizio e un Gremio “depotenziato” rispetto al passato, era più che mai lui la stella dell’Imortal Tricolor. Un ruolo che ha interpretato alla perfezione, segnando 4 gol e sfiorandone almeno altrettanti nell’intera competizione: trascinatore di un Gremio modesto, arrivato in semifinale (dove ha perso 5-0 nel ritorno col Flamengo), ma ormai vicino alla fine di un ciclo. Everton è stato uno dei pochi a salvarsi nel doppio confronto col Mengão. Ora, finalmente, sbarcherà in Europa? La sua parabola brasiliana sembra conclusa.

GLI ATTACCANTI: 

Gabigol (Flamengo) – L’attaccante più incisivo del calcio sudamericano. 40 gol in 54 partite nel 2019, capocannoniere del Brasileirao e della Copa Libertadores vinti dal Flamengo con 22 e 9 reti rispettivamente, e la doppietta che ha ribaltato la finalissima del torneo nel recupero. A questo si aggiunge il fatto che ha segnato in ogni singola fase (gironi, ottavi, quarti, semifinale, finale). Da punta che attacca la profondità e sguazza nel “campo aperto”, meriterebbe una seconda chance all’Inter.

Bruno Henrique (Flamengo) – L’MVP della Libertadores, e con assoluto merito. Jorge Jesus l’ha avvicinato alla porta nel suo 4-1-3-2, togliendolo dal mero attacco della fascia sx (dove però si allarga sempre, per “deformazione professionale”), Bruno Henrique ha risposto con la miglior stagione della sua carriera: 18 gol nel Brasileirao, 30 reti complessive e una Copa fantastica. Il suo rendimento è cresciuto esponenzialmente nella fase a eliminazione diretta: con quattro reti nelle ultime cinque partite, e la doppietta nei quarti all’Internacional, ha trascinato il Flamengo lì dove arrivato. Con Gabigol ha riformato, con esiti strepitosi, la coppia già ammirata al Santos. Ha 28 anni e difficilmente vivrà una seconda giovinezza europea (aveva fallito al Wolfsburg), ma è stato semplicemente fantastico.

Rio invasa dai tifosi del Flamengo

L’ALLENATORE:

Jorge Jesus (Flamengo) – Chi avrebbe vinto la finalissima, si sarebbe conquistato il titolo di allenatore dell’anno della Copa Libertadores. Difficile altrimenti scegliere tra Marcelo Gallardo e Jorge Jesus, che hanno svolto entrambi un grandissimo lavoro e avrebbero meritato il titolo. Alla fine l’ha spuntata Jorge Jesus, che coi suoi cambi iperoffensivi ha aiutato Gabigol e il Flamengo a ribaltare la finalissima. Ha il merito di aver portato, insieme ai veterani (Rafinha, Filipe Luis, Diego Alves), una mentalità vincente e più europea in un club che troppo spesso si era fermato sul più bello. Il Flamengo, con lui, ha dominato il Brasileirao e conquistato la sua seconda Libertadores dopo 38 anni: in 33 match, uno score di 25 successi, 6 pareggi e due sconfitte, media punti 2,45 e 77 gol segnati, più di due a partita. Non diventa però il primo tecnico europeo capace di vincere la Copa Libertadores: l’aveva preceduto il croato Mirko Jozic, che la vinse nel 1991 col Colo Colo dopo un ciclo straordinario (quattro campionati vinti).

Jorge Jesus, il condottiero europeo del Flamengo: è diventato il secondo tecnico del continente capace di alzare la Libertadores

LE SETTE RISERVE:

Esteban Andrada (Boca Juniors) – Nel miglior anno della sua carriera, nel quale ha sfondato i 1100′ d’imbattibilità nel Boca Juniors e giocato un paio di gare da titolare in Nazionale, perde d’un soffio il duello tra i pali con Armani. Il dualismo durerà ancora per molto, ma Andrada cresce di anno in anno.

Rodrigo Caio (Flamengo) – L’altra metà della mela della difesa flamenguista. Con Pablo Marí ha composto una coppia forte fisicamente e ordinata, della quale lui è la parte “tecnica”: bravo a far ripartire l’azione, bravo nelle azioni offensive da palla inattiva, è stato un’arma importante del Flamengo. E, soprattutto, dopo un paio d’anni stagnanti al San Paolo, è tornato il giocatore che era finito sul taccuino di mezza Europa con la nomea da predestinato.

Gonzalo Montiel (River Plate) – Come terzino, per la nostra panchina scegliamo il destro del River. Montiel cresce di anno in anno, ed è sempre più incisivo nella fase offensiva. Un terzino che meriterebbe una chance nel Vecchio Continente, vista anche l’età.

Willian Arao (Flamengo) – Degno compare di Gerson nella mediana del Flamengo, è lui l’1 davanti alla difesa. Un ruolo che interpreta alla perfezione, non sentendo la mancanza di Gustavo Cuellar: frangiflutti perfetto e rubapalloni d’altri tempi, impossibile non menzionarlo.

Exequiel Palacios (River Plate) – Dopo l’infortunio che aveva frenato la sua escalation, è ripartito come un diesel, arrivando al punto giusto proprio per le fasi conclusive della Copa Libertadores. Qualità e piedi buoni al servizio di Gallardo, un giovane talento che sarà determinante anche in Europa, ma prima proverà a vincere l’agognato campionato col River.

Nicolas De La Cruz (River Plate) – Un giocatore trasformato e plasmato da Gallardo, che l’ha reso una delle armi chiave del 4-1-3-2 del River Plate. Ha trovato campo in maniera continuata ed è diventato definitivamente imprescindibile dopo l’infortunio di Quintero a inizio 2019, e non è più uscito dal campo. Parte dalla sinistra della mediana per accentrarsi e agire da trequartista, con animo da incursore e ispiratore delle punte al tempo stesso. Il giocatore forte e fumoso al tempo stesso ammirato nei Mondiali U20 è un lontano ricordo: Gallardo l’ha trasformato in uno degli elementi più incisivi del calcio sudamericano.

Rafael Santos Borré (River Plate) – Il River Plate ha una particolarità: gli attaccanti contribuiscono a costruire gioco e aprire spazi per i centrocampisti, ma non segnano gol a grappoli. Borré si identifica alla perfezione in questo schema, e ha disputato un’ottima Libertadores: solo tre reti, ma tutte al punto giusto per la seconda punta scartata anni fa dall’Atletico Madrid. Ha segnato lui la rete del vantaggio, che aveva illuso il River.

(di Marco Corradi, @corradone91)

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