L’entusiasmo

28 Gennaio 2020, sbarca a Milano il nuovo acquisto del mercato invernale dell’Inter: Christian Eriksen.
Pagato 27 milioni dal Tottenham, il trequartista danese era considerato dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica il top player in grado di portare la squadra di Antonio Conte alla conquista di un trofeo.
Dopo neanche un anno dal suo approdo in nerazzurro, il 10 danese rappresenta la più grande incognita per la società, tanto che si si rincorrono le voci di una cessione già nel mercato di Gennaio.
L’inserimento nel rigido 352 di Conte, infatti, si è dimostrato molto più difficoltoso del previsto e ciò ha comportato la sua sistematica esclusione dall’undici titolare relegandolo a un ruolo marginale nella rosa.

Numero 10

Tutto ciò sembra quasi impossibile se si pensa che parliamo di un giocatore che, nell’Ajax prima e nel Tottenham poi, si era imposto come uno dei migliori centrocampisti al mondo.
In 5 anni e mezzo con la maglia degli Spurs, Eriksen aveva messo a segno ben 69 reti in 305 presenze. A questi numeri aggiungiamo anche i 61 assist e gli oltre 70 tocchi di media a partita. Facile comprendere quanto sia stato il fulcro del progetto tecnico-tattico del club del nord di Londra.
La sua capacità di dialogare con la squadra, unita a una visione di gioco sopra la media lo rendevano l’armatore perfetto per servire negli spazi giocatori veloci e abili a attaccare la profondità come ad esempio Kane, Son e Alli.

Oltre alla capacità innata di mandare in porta i compagni (quasi 3 passaggi chiave a partita), Eriksen risultava fondamentale per le lunghe fasi di possesso palla del Tottenham di Pochettino. A questo dobbiamo aggiungere la presenza di giocatori fisici e rocciosi come Dier e Sissoko che lo liberavano da compiti difensivi troppo gravosi per un giocatore così poco incisivo in fase di pressing.

The Danish man

I migliori pregi del trequartista vengono alla luce in modo evidente anche con la nazionale danese.
Eriksen è in maniera inequivocabile il giocatore di riferimento della squadra e nel 4231 di Haraeide è colui che è in grado di fornire qualità alla manovra in una squadra un pò carente sotto questo punto di vista.

Con la Danimarca ha da poco raggiunto le 100 presenze condite con ben 34 reti che lo rendono il miglior marcatore in attività.
Malgrado il suo rendimento con i club sia calato nell’ultimo anno e mezzo, nelle 4 partite di Nations League giocate nel 2020, ha segnato 2 gol risultando sempre uno dei migliori in campo.
Difeso alle spalle da Hojbjerg e Delaney, Eriksen non deve coprire troppo campo ed è libero di gestire la manovra offensiva, non solo suggerendo le punte (2,3 passaggi chiave a partita), ma anche mettendosi in proprio e provando la conclusione. I 2,3 tiri a partita in una squadra con un gioco non certo votato all’attacco sono un dato significativo.

Il sentirsi leader tecnico della squadra in cui gioca è sempre stato un aspetto fondamentale nella carriera di Eriksen. Laddove non era messo in dubbio il suo ruolo (Ajax, Danimarca, Tottenham con Pochettino), il danese ha risposto con prestazioni di valore mondiale. Quando invece è stato messo in discussione (Tottenham con Mourinho e Inter) il suo rendimento in campo ne ha risentito e lui non è riuscito a mettere in mostra le sue immense qualità.

Un 10 per Conte

I difetti che il danese aveva mostrato (forse per la prima volta) con il Tottenham di Mourinho si sono acuiti sensibilmente nell’Inter di Conte.
Malgrado fosse stato accolto con grande entusiasmo dal popolo nerazzurro, i primi 11 mesi dell’avventura di Eriksen in Italia sono stati contraddistinti da tanti bassi e pochissimi alti.
Sin dal suo arrivo si è creato un grosso rebus su quale potesse essere la posizione più congeniale nel 352 di Conte, scatenando un dibattito tra chi contestava al giocatore una scarsa incisività, e chi invece attaccava il tecnico nerazzurro per il poco spazio concesso a un fuoriclasse del calibro del danese.
Questa dicotomia, già presente nel girone di ritorno della scorsa stagione, si è addirittura estesa all’inizio del nuovo campionato rendendo il numero 24 dell’Inter un vero e proprio oggetto del mistero.

Inizialmente, Conte sembrava dover cucire addosso a Eriksen il ruolo che era stato di Sensi nella prima metà di stagione: la mezzala sinistra con compiti di rifinitura. La convinzione era che sarebbe stato il surplus di qualità che tanto era mancato alle spalle del tandem d’attacco Lukaku-Lautaro.
Già dalle prime partite però si capì che l’adattamento al calcio italiano (e agli schemi di Conte) sarebbe stato più difficile del previsto: Eriksen si era mostrato sin da subito un pesce fuor d’acqua.
Essendo un giocatore senza un netto cambio di passo, è andato in difficoltà nel ricoprire grandi aree di campo limitando ciò che lo ha reso famoso: la qualità.

Dovendosi inserire spesso e volentieri sulla fascia per consentire l’allargamento del gioco sugli esterni di centrocampo, come mezzala sinistra, il danese è sembrato spesso obbligato a ricoprire zolle di campo non di sua competenza: ciò ha convinto Conte al cambio modulo passando al 3412.
Ciò nonostante, la situazione non è migliorata. Eriksen è sempre sembrato un corpo estraneo alla manovra nerazzurra ed è stato ben presto relegato a un ruolo di secondo piano. Lo testimoniano le sole 8 presenze da titolare in Serie A su un totale di 17 partite giocate.
Anche il minutaggio non è stato all’altezza del calibro del giocatore: 42′ di media a partita con 1 solo goal a referto (peraltro inutile) nel tennistico 6-0 con il non irresistibile Brescia.

Malgrado il passaggio al 3412, i principi del gioco di Conte non sono mai cambiati. La presenza del trequartista in squadra sembrava togliere certezze alla fase difensiva e ben presto la sua presenza nell’11 titolare è stata soppiantata da Gagliardini (con ritorno all’amato 352) che, sprovvisto della qualità tecnica di Eriksen, riusciva però a dare alla squadra quell’equilibrio tanto richiesto dal tecnico leccese.
Tutto ciò è testimoniato soprattutto dai 76′ giocati in 4 partite nella fase finale di Europa League a Colonia in cui la sfiducia nei confronti del danese si è palesata totalmente quando, nella finale con il Siviglia, è subentrato solo all’81esimo nonostante la squadra fosse in difficoltà.

Tuttavia l’estro di Eriksen nella passata stagione è venuto fuori in alcuni sprazzi e i numeri ce lo dimostrano: 2,83 passaggi chiave p90′ e 0,33 expAssist p90′ sono dei dati in linea con le precedenti stagioni del fantasista ex Tottenham.
Inoltre i 3,09 tiri ogni 90′ sono il manifesto di un giocatore sempre pericoloso negli ultimi 30 metri di campo.
Le statistiche però non mostrano tutto e l’incompatibilità con il nuovo ambiente e con l’allenatore è stata molto più evidente di quanto non dicano certi dati.

Nuova Stagione, Vecchio Conte

Nella nuova stagione, la frattura tra Eriksen e l’Inter invece che ricomporsi si è addirittura allargata e i dubbi che ne avevano accompagnato il percorso tra gennaio e settembre sono diventati certezze.
L’acquisto di Vidal e l’esplosione di un giocatore tanto caro a Conte come Barella, ne hanno ridotto ulteriormente l’utilizzo in campo, limitato alle sole 3 presenze da titolare in Serie A.

Il paradosso più grande è che il modulo che era stato cucito addosso al danese è stato comunque utilizzato in questa prima parte di stagione. Nella posizione a ridosso della LuLa, tuttavia, la preferenza del tecnico ex Juve è andata sistematicamente a un giocatore dinamico e di quantità come Niccolò Barella.
Quest’anno il baricentro della squadra si è notevolmente alzato rispetto allo scorso anno e la quantità di occasioni da gol a favore è cresciuta di pari passo. Nonostante ciò, con l’ingresso in squadra di giocatori come Hakimi, Perisic, Kolarov e Vidal, un centrocampista come Barella si è dimostrato fondamentale per cercare di mantenere l’equilibrio grazie alla sua capacità di ricoprire grandi aree di campo sempre con la stessa intensità.

Un giocatore come Eriksen, invece, nella nuova versione dell’Inter 20/21 si è dimostrato ancora di più marginale rispetto all’anno scorso non riuscendo né a mantenere i ritmi alti del resto della squadra né a fornire qualità alla manovra offensiva.
Nonostante siano cresciuti i tocchi a partita rispetto alla scorsa stagione (da 32,3 a 42,2) è crollata la produzione offensiva del danese che nelle prime 7 partite della nuova stagione non ha tirato nemmeno una volta verso la porta avversaria.

Se il contributo in campo è diminuito, all’opposto è aumentato notevolmente il malumore fuori. Non si sono fatte mancare infatti, ad ogni convocazione in nazionale, le schermaglie con il tecnico Conte, responsabile a detta di Eriksen, del basso minutaggio e del conseguente scarso rendimento.
Che abbia ragione il danese o che invece ce l’abbia il suo tecnico, la convivenza tra i due ormai sembra impossibile e le chances che a gennaio ci possa essere una cessione del talento 28enne di Middelfart sono in costante ascesa.
In ogni caso, un suo addio rimarrebbe comunque una sconfitta di entrambi: Conte, che non è riuscito a esaltare le sterminate qualità di uno dei migliori giocatori al mondo e Eriksen, che non ha avuto l’incisività e forse l’umiltà per lasciarsi plasmare da uno dei più rinomati tecnici del panorama mondiale.