L’Italia si qualifica agli Europei, e lo fa in grande stile. Decisiva la vittoria per 0-2 contro una Bosnia-Erzegovina troppo passiva nei confronti degli azzurri, viste anche l’assenza di Edin Dzeko (ancora positivo al COVID-19) e la poca incisività di un Miralem Pjanic forse troppo incerto. Ma un grande risultato, come sappiamo, è spesso frutto di un’ancora più grande percorso. Ne sa qualcosa Roberto Mancini, che, in poco più di due anni, ha portato l’Italia dal guardare il mondiale dal divano di casa al poter addirittura competere per vincerlo. Italia che vanta anche una striscia di imbattibilità di 22 partite consecutive, l’ultima sconfitta nel 2018 contro il Portogallo, davvero non male.
Tutto quindi nasce da quel fatidico Italia-Svezia, dove tutto è finito, come tutto è iniziato.

 

La notte degli sconfitti

È stato un semplice fischio, quello risuonato tre volte per tutto lo stadio San Siro di Milano. Ma, per quanto apparentemente insignificante per chi, fuori dallo stadio, lo ha udito senza capirne il senso, ha rappresentato in tutto e per tutto il fallimento della nostra nazionale. La mancata qualificazione al Mondiale del 2018, che ha avuto luogo in Russia quella stessa estate, ha scatenato un’ondata di critiche, spesso anche pesanti, per l’allora Italia di Ventura. Il clima di irritazione e rammarico è stato fomentato certamente dall’ormai abitudine di tutti, ogni quattro anni, di vedere la loro Italia combattere ai mondiali, anche se dovesse uscire ai gironi. Invece niente più magiche notti estive inseguendo un gol, niente più sfide epocali tra storiche nazionali, niente più attese per le sfide decisive. Insomma, niente più Italia ai Mondiali. Non accadeva dal 1958, quando la nostra nazione si arrese per 1-2 contro l’Irlanda del Nord. Una disfatta epocale come questa non poteva che generare in tutti, giocatori compresi, un forte sentimento di rinascita. Bisognava ripartire, ricreare, dare un nuovo scopo alla nazionale appena decaduta. L’addio agli azzurri di Ventura, considerato uno dei principali responsabili del fallimento, ma non solo, è stato solo il primo di tanti passi, che hanno portato oggi l’Italia a competere come un tempo, se non meglio.

Mancio Mancio Man

Ed è stato lì che questa triste storia ha trovato un grande punto di svolta.
Roberto Mancini, storica figura ben nota in Serie A ma non solo, ha assunto il ruolo di Ct della Nazionale italiana, o quel che ne rimaneva. Il lavoro da fare è stato indubbiamente molto, e molti addetti ai lavori, pur confidando nelle capacità del tecnico, già si erano rassegnati ad un lunghissimo percorso di ripresa.
Invece, quasi contro ogni aspettativa, le nuove idee del tecnico, i nuovi schemi di gioco ed altre novità hanno travolto una nazionale spenta e smarrita, che è rinata dalle sue fondamenta come nuovo simbolo della qualità calcistica del “bel paese”.
I numeri, come già detto, sono molto positivi e da tempo sotto gli occhi di tutti. Infatti, con la decisiva vittoria contro la Bosnia-Erzegovina sono 22 i risultati utili consecutivi ottenuti dal “Mancio”. Piccola ma grande soddisfazione anche per Alberico Evani. Il vice-commissario tecnico, a cui va anche parte del merito per il grande percorso della nazionale, è stato anche grande protagonista di queste ultime settimane di sfide per la sua Italia. Complice l’assenza di Mancini per positività al COVID-19, Evani si è dovuto sedere in panchina da solo per ben tre gare, rispettivamente contro Estonia, Bosnia-Erzegovina e Polonia. Tutte e tre vinte. Tutte e tre senza subire gol ed anzi, mettendone a segno ben 8. Chapeau.

Il cambio di rotta

Lavoro impeccabile. Successo meritato. Ma, nello specifico, cosa e soprattutto come ha fatto Mancini a far rinascere l’Italia? Quale grande conoscenza ha portato per risollevare quell’ambiente spento? C’è un’ipotesi che ha dell’incredibile: Niente. O meglio, non ha inventato nulla, nessuna straordinaria idea di gioco in grado, in pochissimo tempo, di cambiare completamente le sorti di un match. Ma nonostante ciò l’Italia si è ripresa. Perché, pur non stravolgendo completamente gli azzurri, Mancini ha portato sicuramente il suo gioco, la sua esperienza, le sue abilità, e dall’altra parte non ha trovato certo un terreno arido. Molti giocatori erano validi, le qualità c’erano tutte, mancava solo una miccia e tutto sarebbe potuto ripartire. Ed è stato proprio il “Mancio” quella miccia.

Il post-Ventura

Le differenze di formazione con l’ultima “vecchia Italia” sono molte, a cominciare dal grande impiego di profili più giovani e promettenti (vedi Locatelli o Bastoni), e l’incredibile valorizzazione dei giocatori già presenti, migliorati sia in nazionale che con il loro club (vedi Immobile o Belotti). Molti sono stati anche gli addii, anche importanti, come quelli di Gianluigi Buffon, ed Andrea Barzagli, che hanno deciso di concludere il loro percorso in nazionale per consentire all’Italia di evolversi.

Il risultato? Gioco che convince, squadra solida, sogni sempre più grandi.