“Quando ero ragazzo mio padre mi diceva di allenarmi al cento per cento, come se ogni allenamento fosse la partita”

Federico Chiesa, classe ’97 e talento cristallino della Fiorentina, ha concesso una lunga intervista al Corriere dello Sport nella quale ha ripercorso la sua infanzia ma non solo. Il figlio del grande Enrico, attaccante di squadre come Sampdoria, Parma e Fiorentina, ha parlato inoltre della Nazionale e di come il calcio voglia dire fare delle rinunce.

ORIGINI – “Io ho iniziato immediatamente. Appena mio padre mi ha dato un pallone in mano ho subito giocato con i piedi, questione di dna. Papà mi ha passato la passione nel sangue, evidentemente. A casa mia si respirava calcio. A cinque anni ero già iscritto alla Settignanese e da lì è iniziata la mia cavalcata, fino ad arrivare in Serie A. Ma, devo essere sincero, il fatto di essere figlio d’arte non mi ha mai veramente interessato. L’ho sempre vissuto bene, non l’ho sentito né come un privilegio particolare né come un peso. Al calcio non ti fanno giocare perché sei figlio d’arte, ti fanno giocare se sei forte. E’ uno dei luoghi della vita in cui non ci sono, non ci possono essere, raccomandazioni o titoli ereditari. Conta il merito, solo il merito”.

STUDIO – “Ho studiato all’International School of Florence, una scuola bilingue dove ogni giorno si fanno sette ore d’inglese e un’ora di italiano. Nella scuola ci sono l’ottanta per cento di ragazzi stranieri, vengono da tutte le parti del mondo. Per me è stata molto utile, mi ha fatto crescere. Ora sto facendo scienze motorie all’università”.

ALLENATORE PIU’ IMPORTANTE – “Per me sarà sempre mister Paulo Sousa perché è quello che mi ha dato fiducia e mi ha fornito l’opportunità di esordire in Serie A e di formarmi come calciatore. Sono partito dalla Primavera fino a ritagliarmi uno spazio importante dentro la Fiorentina”.

AVVERSARIO PIU’ DURO – “Ce ne sono stati tanti…Se devo dirne uno scelgo Alex Sandro che è un giocatore veramente fortissimo. Dico lui ma ce ne sono stati tanti, perché il campionato di Serie A ogni domenica è fatto di avversari pronti che ti studiano tutta la settimana. Quindi sono duelli veramente difficili, bisogna prepararsi sia fisicamente che mentalmente. Alex Sandro, con le sue qualità tecniche e atletiche, è stato veramente tosto, soprattutto l’anno scorso”.

A CHI VORRESTI ASSOMIGLIARE? – “Sanè mi piace molto. Gioca nel Manchester City insieme ad altri grandi campioni del calibro di De Bruyne. Fanno un calcio molto bello e mi piace come lui interpreta il ruolo. Sané ma anche Robben, Ribery, esterni che con il lavoro sono arrivati a raggiungere obiettivi veramente alti. Però dico Sané perché ha solo un anno in più di me e vedere un giocatore che a questa età gioca così bene in una squadra che punta a vincere la Champions League e il campionato è molto bello“.

CHI VINCERA’ IL CAMPIONATO? – “Faccio fatica a dirlo perché quest’anno è veramente una battaglia. Sono due contendenti molto forti: il Napoli gioca un bel calcio, la Juve è già sei anni che vince. Sarà veramente difficile per il Napoli tenere questo passo ma diciamo che il Napoli per il gioco che esprime, per l’aggressività che mette in campo ha stupito tutti. Alla fine della stagione ci potremo divertire vedendo continuare questa sfida fino alle ultime giornate. Si vedrà solo nelle ultime partite chi potrà vincere. Oggi sembra uno scontro alla pari, in cui dunque conteranno tanti elementi: episodi, forma fisica, infortuni…”.

NAZIONALE – “E’ stato non solo un dispiacere per me ma per tutti gli appassionati di calcio italiani, per il nostro movimento calcistico italiano. E’ triste vedere un Mondiale senza Italia, in generale”.

BERNARDESCHI – “Per me è stato un amico e un compagno di squadra prezioso. L’anno scorso mi ha aiutato ad inserirmi dentro uno spogliatoio fatto di grandi uomini e grandi giocatori. Mi ha dato saggi consigli e quindi io lo vedo come un amico, non solo come un collega”.

FIORENTINA – “Abbiamo già iniziato un nuovo ciclo con ragazzi giovani stranieri, che certamente si devono abituare al calcio italiano. Stiamo facendo un percorso di crescita che ci porterà sicuramente a raggiungere i risultati che vogliamo“.

SACRIFICI – “Ci sono tante rinunce che iniziano da quando hai dieci anni. Mi ricordo quando ero alla Settignanese, alla scuola calcio, se perdevi un allenamento per la scuola non era un problema. Da quando sono arrivato alla Fiorentina avrò saltato in tutto dieci allenamenti, forse una settimana di allenamenti li ho saltati per malattia. Per me è un impegno assoluto e prioritario. Bisogna rinunciare alle uscite con gli amici la sera, alle discoteche, alle cose che fanno tutti i ragazzi. All’esterno non si vede, però tutti quelli che sono arrivati a giocare in Serie A hanno fatto questi piccoli ma grandi sacrifici. A quattordici anni non è bello rimanere in casa quando i tuoi amici vanno fuori, si divertono. Perdi la bellezza di quegli anni. Però io l’ho fatto perché volevo diventare un calciatore. Era il mio sogno di bambino e l’ho realizzato. Il talento non basta. Ci vuole rigore, fatica. E anche sacrifici“.

a cura di Antonio Alicastro