Cara Italia ti scrivo, anzi ti ringrazio. Si, ti ringrazio, perché alzare trofei spesso può non coincidere con “vincere”, o almeno le due cose non vanno sempre di pari passo. Ci sono tipi e tipi di vittorie, alcune prettamente calcistiche, altre che esulano dal semplice merito sportivo, e forse sono le più significative. Ci sono squadre che pur non vincendo lasciano qualcosa di importante, qualcosa che rimane, e credo che questa sia una di quelle squadre.

Durante questi mesi di avvicinamento lo scetticismo la faceva da padrone, poi sono arrivate le convocazioni….ed è stato il putiferio. “Italiani un popolo di ct” si sa. Ognuno ha detto la propria, sempre guardando questa selezione con occhi quasi di vergogna. I tempi di Nesta, Cannavaro, Maldini, Totti e Del Piero sono passati, questa è un’altra squadra, un’altra storia. Poi piano piano il gruppo si è cementato, chiudendosi a riccio quando piovevano le critiche, traendo forza da esse per risultare ancora più unito e compatto. Pronto però ad aprirsi in un abbraccio tanto grande da accogliere tutti quanti lo desiderano con il passare delle partite. L’immagine del capitano Buffon che abbraccia, letteralmente, i tifosi prima di lasciare l’ultimo ritiro, è emblematica. Lo hanno detto tutti, lo ribadisco io: questa più che una nazionale sembrava una squadra di club. Per il modo in cui stavano in campo, e per il modo in cui vivevano il ritiro. Li abbiamo visti vedere serie televisive e giocare a Ping pong come fosse una classe in campo scuola, con la stessa voglia di divertirsi e stare assieme. Ed allora…ci siamo innamorati di loro. Li abbiamo visti cantare l’inno a squarciagola, non per rito o per obbligo, ma con voglia ed orgoglio, un orgoglio patriottico di cui, onestamente, si sentiva la mancanza. E noi con loro ci siamo riscoperti tutti “Fratelli d’Italia”.

Questi ragazzi hanno avuto la capacità di riunire sotto un’unica bandiera, rigorosamente tricolore, una nazione intera. Non c’erano attriti di dislocazione geografica o di fede calcistica che potessero minimamente scalfire questa passione che ci ha unito. Ho visto manager affermati seduti al tavolo del bar con gli stessi dipendenti ai quali spesso impartiscono ordini con rigore assoluto, parlare di schemi tattici o formazioni ideali allo stesso identico livello. Ho visto anziani scoprire il mondo degli smartphone prima, e dei social network poi, solo per postare le proprie impressioni sul match, rimembrando i momenti più gloriosi del calcio italiano, ed iniziare conversazioni virtuali con adolescenti che determinate scene le hanno viste solo in tv. Ho visto bambini dipingersi la bandiera italiana sulla faccia, con il trucco della mamma, fieri di mostrare al mondo intero la propria nazionalità, senza pensare neanche un attimo, beata innocenza, ai problemi socio-politici del nostro paese. Ho visto gli stessi bambini piangere per un rigore che esce, ed uno dopo che entra, disperati perché il loro sogno europeo finiva lì. Quelle lacrime che provavano a trattenere sono poi uscite senza alcuna vergogna quando hanno visto i proprio idoli, Buffon su tutti, piangere in campo e non vergognarsi di farlo. Perché questa nazionale ha unito davvero tutti. Il grande ed imperturbabile Buffon come il suo compagno Barzagli che vanno davanti le telecamere e, per un motivo o per un altro, non trattengono le lacrime, perché loro in primis erano portatori di questo sogno estivo che ha emozionato tutto il paese. E poi però ho visto mamme e papà consolare i loro stessi figli in lacrime, spiegandogli che il calcio è un gioco, che tra due anni ci saranno i mondiali in Russia e tra quattro un altro europeo da provare a conquistare. Ed infine, cosa più importante di tutte, ho visto un paese unito difronte alle innegabili difficoltà che questa squadra sapeva di avere. Ecco, questo credo sia l’aspetto più importante di questa kermesse francese. Non eravamo i più dotati tecnicamente, forse neanche i può forti fisicamente, ma lo sapevamo. Ci siamo messi in campo con le armi che avevamo, sfruttando al massimo ogni nostra qualità, anche la più nascosta, ed abbiamo fatto grandi cose. In un momento in cui, il contesto socio-economico, in Italia ma non solo, richiede unione di intenti e forza di spirito penso che questa nazionale debba lasciare qualcosa dentro ognuno di noi. La voglia di unirsi difronte alle difficoltà, l’amore verso la propria nazione e la capacità di adattarsi alle difficoltà strutturali sono state delle qualità che la nazionale italiana dovrebbe trasmettere alla nazione intera. Perché si, il calcio è un gioco, ma spesso può essere anche il più grande elemento di aggregazione, e questi ragazzi ci hanno servito su un piatto d’argento un’occasione da non sprecare.

Siamo pronti alla morte l’Italia chiamò!

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Stefano Gaudino