Una settimana esatta dalla finale di Champions, una settimana esatta da quei fattacci di Piazza San Carlo. E noi eravamo là. Per godere e per divertirci. Per assistere ad una possibile gioia sportiva assieme a tanti altri tifosi come noi. Una gioia sportiva che non è arrivata, ma in quei momenti il pensiero era un altro: scappare, senza un motivo. L’onda di tifosi che all’improvviso ti travolge e ti fa rimanere impietrito. Ma poi pensi a fuggire perché è quello che fan tutti. Vetri rotti, macchie di sangue sparse per il pavé della piazza e delle vie circostanti, facce impietrite e sotto shock, mamme che urlano e bimbi che piangono. Abbiamo voluto attendere una settimana prima di raccontarvi le nostre esperienze per assorbire definitivamente l’accaduto.

LA MIA STORIA

La situazione non è delle migliori sin da quando la finale inizia. C’è chi come me non ha nemmeno fatto in tempo a vedere la rete di Mandzukic che si è ritrovato letteralmente strattonato e sbattuto qua e là dai tifosi in festa. Ma quello era solo un piccolo momento di gioia. Sono circa le 22.10, pochi minuti dopo la terza rete di Ronaldo. Io ero posizionato esattamente a circa metà piazza, sulla sinistra, a poche decine di metri dai portici laterali e da dove l’orda è iniziata. Stavamo guardando la partita in religioso silenzio perché ormai c’era poco da festeggiare. Ad un tratto giro la testa e inizio a vedere i tifosi cadere uno sopra l’altro e un enorme vuoto crearsi davanti a me. Ho subito pensato ad un attentato: con lo sguardo stavo cercando la macchina o il camion che fosse entrato in piazza, ma non l’ho trovato. Ho cominciato a correre e a scivolare sui vetri già rotti. Sono caduto una prima volta rischiando di essere travolto da altri tifosi in fuga. Non si sa come, ma riesco a rialzarmi mentre tengo stretto i miei averi. Ho un taglio alla mano, ma vado avanti a correre. Mi dirigo verso Piazza Castello alternando corsa e camminata. Guardandomi in giro vedo gente che urla, smarrita, cocci di vetro e macchie di sangue sull’asfalto, oltre che tantissimi feriti! Giro a destra in una via laterale, cercando rifugio da qualche parte, ma ecco che vedo nuovamente una folla di persone correre verso la mia direzione. Cado una seconda volta, mi giro e mi fuggo verso Piazza Castello, trovando rifugio in un cortiletto interno. Vedo almeno una decina di feriti che si premono ferite a gambe e braccia, tra cui una ragazza con una maglia bianca diventata tutta rossa per il sangue. Attendo cinque minuti ed esco dal cortiletto alla ricerca delle altre persone che erano con me. Mi curo le piccole ferite e ne noto altre sulla gamba, niente di grave per fortuna! Giungo in Piazza Castello dove noto un padre che urla a gran voce il nome della figlia e un bambino nel passeggino che non trova più i genitori. Iniziano a circolare le prime voci: uno scherzo, una bravata, una valigetta, degli spari sentiti. Dopo una ventina di minuti, ritrovo le altre persone e lasciamo immediatamente Torino. Vengo a sapere soltanto a notte inoltrata del quarto gol del Real e dell’espulsione di Cuadrado. Noto la mattina dopo macchie di sangue non mie sulle scarpe che indossavo. Tanto spavento e quel rumore del pavimento tremante difficile da scacciare. Conscio del fatto di esserne uscito quasi illeso, un abbraccio profondo va a Kevin e a tutti i feriti. Un grosso applauso a tutti coloro che commentano sui social pensando di giudicare con la stessa elasticità mentale di una mensola chiunque fosse presente in piazza e ha rischiato la vita “soltanto per una partita di pallone”. Un grosso dito medio a chi ancora nel 2017 augura le peggio sciagure a chiunque tifi una squadra diversa, soprattutto se in questo caso è bianconera e ha appena perso l’ennesima finale di Champions.

DALLA FESTA ALLE LACRIME, PASSANDO PER LA TRAGEDIA

Proverò a raccontare in qualche riga la mia esperienza in piazza San Carlo del 3 giugno 2017

Domenica 4 giugno, ore 17.44. Salutando i miei compagni di viaggio una frase mi è uscita spontanea: “Ragazzi, lo rifarei altre 150 volte!”. Potrebbe sembrare strano ma è vero, per più motivi. Però ripercorriamo tutto partendo da 24 ore prima.

Sabato 3 giugno, ore 17.44. Io e i miei amici siamo per strada, in autostrada, in direzione Torino. Parliamo di come passeremo la serata e dei possibili festeggiamenti nel caso in cui tutto vada per il meglio, il classico “non succede, ma se succede…”. Siamo partiti da circa tre ore da Padova con un po’ di birrette nello zaino e tanta voglia di festeggiare e tifare la Juve in mezzo a tanti juventini. Presi i contatti con amici e parenti che abitano nella città della Mole, l’unica cosa che aspettiamo è arrivarci, frementi e desiderosi di iniziare a cantare i cori bianconeri. Circa due ore dopo arriviamo, parcheggiamo la nostra fidata Opel Corsa vicino il Politecnico e ci incamminiamo verso il centro-città. Per strada tutto piano piano diventa sempre di più a tinte bianche e nere, compaiono sempre più bandiere e magliette della Juve. Dybala, Higuain, Pjanic e Bonucci i nomi più comuni. Arrivati in piazza ecco la brutta notizia: “ragazzi, con le birre di vetro non potete entrare!”. Li per lì pensi ad una ingiustizia, però poi ripensandoci ti viene spontaneo dire che è una cosa giusta: la presenza di vetri all’interno di un luogo chiuso con così tanta gente è obbiettivamente pericolosa. Perché ho pensato così? Perché ancora non sapevo che degli altri amici erano entrati nel pomeriggio con nove birrette a testa e nessuno li aveva bloccati, perché ancora non sapevo che dei ragazzi con delle grandi vasche piene d’acqua congelata vendevano dentro San Carlo delle Becks esattamente come le mie, perché ancora non sapevo che quelle bottiglie di vetro avrebbero “aiutato” a ferire ben 1527 persone.

Siamo fuori dalla piazza ma la partita ancora deve iniziare. Decidiamo di cercare un bar dove guardare il primo tempo e poi trasferirci in mezzo al delirio (ovviamente di cori e tifo) per il secondo. E così facciamo. Entriamo a San Carlo, cerchiamo la posizione ideale per guardare la partita e incominciamo a ragionare su come tutto possa andare a finire. Inizia la seconda frazione e manco faccio a tempo a girarmi una sigaretta che il Real mette a segno un uno-due che vale il 3-1 Blanco. Le ultime cose che ricordo sono la sostituzione Barzagli-Cuadrado e il giocatore colombiano che parte palla al piede sulla fascia e io che spero che sia lui a risolvere la partita. In quel momento giro la testa verso destra e mi vedo un domino di teste venirmi incontro e in un secondo dieci persone cadermi di sopra. Cuadrado non c’era più, era coperto da un cumulo di ragazzi, la partita non c’era più, le mie scarpe non c’erano più. Da lì, due minuti di cui ricordo gran poco (o non voglio ricordare). E mi ritrovo in mezzo alla piazza, a piedi nudi sopra i vetri, con attorno gente che urla e scappa, con la sirena delle ambulanze che era diventata una cosa normale alle nostre orecchie, con i miei occhi impegnati nella ricerca delle mie Air Jordan. Ma nulla, sono andate perdute per sempre. Un signore mi aiuta a ragionare e mi dice di mettermi un paio di scarpe a caso perché era pericoloso camminare a piedi scalzi. Ne trovo una, un 46 dell’Adidas multi-color. E poi un’altra, bianca, la infilo e subito noto che era tutta impregnata di sangue. L’abbandono, non ce la facevo. E continuo a camminare, mi rifugio in una sala laterale per mettermi al riparo dalla “mandria” di persone impaurite. Li un ragazzo mi vede e mi dice “shoes!” e me ne lancia una: una Nike tutta nera, taglia 40. Prendo una decisione, era giunto il momento di allontanarmi dalla piazza e cercare gli amici. Lungo la strada ho visto cose non adatte ai deboli di cuore. E poi? Solo scarpe, scarpe e scarpe. Capisco che non sono l’unico che le ha perse.

 

Una volta trovati gli amici, decidiamo di tornare in piazza. Rivolevo le mie Air Jordan, ma purtroppo nella ricerca ne ho trovata solo una. Penso e spero che l’altra abbia aiutato qualcuno a separare i suoi piedi dalla miriade di vetri presenti a terra e che gli abbia permesso di tornare a casa. Anche noi andiamo verso, con l’idea di ritornare nel luogo del misfatto il giorno seguente. Ma è solo peggio, con la luce solare si vedono troppe cose, da una parte pensi che quel luogo fosse meglio al buio. Ed è così. Dopo il sopralluogo, che riprendiamo la strada di casa. Tanti i pensieri che affollano le nostre teste. Poche le parole che escono, molte le battute per sdrammatizzare il momento. Sono sempre stato convinto che “ciò che non uccide, fortifica” ed è una assoluta verità. Ho superato la nottata con solo due graffi sulla gamba, sarà stata fortuna o bravura mia nel leggere la situazione questo non lo so. Però io ne esco più forte. Non voglio fare polemica sull’organizzazione dell’evento, né sulla sicurezza e vie di fuga. Però essere a Torino nel giorno della finale di Champions tra Juventus e Real Madrid è stata una esperienza indimenticabile. La città in festa e tutti uniti per tifare 25 ragazzi. Due colori che prendono il possesso di tutta la città. È una cosa che porterò sempre con me. Certo, avrei preferito vedere Gigi alzare la coppa dalle grandi orecchie e l’avrebbero voluto pure i 1527 ragazzi che hanno dovuto chiedere soccorso medico, ma purtroppo non è successo. Però, nonostante tutto l’accaduto, nonostante le mie ferite, nonostante le mie Air Jordan, direi per sempre “ragazzi, lo rifarei altre 150 volte!”. Perché le emozioni vere sono quelle con cui parti, non quelle con cui torni a casa.

 

a cura di Christian Travaini e Marco Lacava

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