In quella che per il Milan è stata l’estate dei ritorni a casa di vecchie glorie dopo anni e anni di esilio, ce n’è stata una che ha fatto il percorso inverso.

Si tratta di Christian Abbiati, che ha svolto il suo incarico di club manager fino a due mesi fa.

L’ex portierone del diavolo ha detto la sua relativamente alla situazione attuale del club meneghino e ha tirato le somme sulla sua esperienza, la prima, da dirigente.

Nel mio armadio ho soltanto due maglie autografate: quella di Leonardo e quella di Maldini, che sono due amici e due grandi professionisti. Conoscono bene il Milan e lo aiuteranno a ricostruirsi”.

Tra le pagine della Gazzetta dello Sport, Abbiati ammette di essersi sentito più di una volta contrariato e perplesso relativamente ai metodi di gestione societaria utilizzati da Yonghong Li e dal resto del management cinese che aveva rilevato il club di via Aldo Rossi nel marzo 2017.

Alla base della mia valutazione negativa c’è forse l’abitudine di fare sempre paragoni con il vecchio Milan, dove da giocatore avevo punti di riferimento chiari e definiti. Fino a due mesi fa, invece, c’era molta confusione in ambito dirigenziale, era un’organizzazione fumosa che dall’esterno puntava ad apparire perfetta“.

Ha praticamente cambiato vita il classe 1977 nel momento in cui ha accettato di ricoprire il ruolo di intermediario tra campo e dirigenza:

Il mio ruolo era quello di essere un aiuto per tutti, dall’allenatore al direttore sportivo, dai calciatori al team manager. È un ruolo un po’ strano, lo definirei politico, che non può essere svolto se non si riesce a restare sul filo dell’equilibrio. Se un calciatore fa una sciocchezza bisogna riferirlo al mister, rischiando però di fare la figura della spia. Non fa per me, a volte tornavo a casa incavolato nero“.

Dopo aver trascorso quasi 15 anni tra i pali della porta rossonera ed essendo abituato a osservare lo scorrere delle azioni da lontano, Abbiati non aveva dubbi su come sarebbe stato l’epilogo della storia tra i cinesi e il Milan:

Il modo in cui è finita non mi stupisce e, per come andavano le cose, è un bene che sia finita così. L’unica figura che vedevo come certa era quella di Gattuso, con cui abbiamo cercato di portare avanti un lavoro di reimpostazione di Milanello a livello di regole comportamentali ferree e serie, come quelle di una volta. Rino mi ha sorpreso molto, è stato un fenomeno ed è riuscito ad entrare nella testa dei giocatori, stimolandoli e motivandoli. Di questi tempi non è facile riuscire in un’impresa del genere, perciò consiglio ad Elliott di tenerselo ben stretto“.

Non mancano i complimenti nemmeno nei confronti di Massimiliano Mirabelli:

Una sorpresa in positivo, è uno che si fa il mazzo. Ha vinto la sua scommessa promuovendo Gattuso come allenatore della prima squadra e ha gestito bene la vicenda legata al rinnovo di Donnarumma, dimostrandosi tra i pochi coraggiosi in grado di mettersi contro Mino Raiola. Gigio è atteso quest’anno da una grande stagione, la convivenza con Reina è possibile dato il numero di partite da giocare e la concorrenza può soltanto fargli bene. Sta a lui adesso consacrarsi anche senza Alfredo Magni, preparatore dei portieri che lo ha fatto crescere ma che ha recentemente lasciato il club. Deve diventare un simbolo del Milan e il suo trascinatore, così come dev’esserlo Higuain, il bomber che mancava“.

Diverso invece il giudizio su Montella, predecessore di Gattuso ed esonerato dalla dirigenza durante lo scorso novembre:

È stato un mezzo disastro, è andata male perché non si fidava di nessuno“.

Lontano dal campo, Abbiati è tornato a dedicarsi a tempo pieno alla sua seconda passione oltre al calcio, le moto, in particolare le Harley Davidson, a cui ha dedicato la sua concessionaria. Nonostante questo, il nativo di Abbiategrasso non esclude la possibilità di un secondo ritorno a casa, magari non nelle stesse vesti dell’ultima volta:

Mirabelli mi aveva proposto il rinnovo prima di andarsene ma ho rifiutato, anche perché in giacca e cravatta non mi ci vedevo più“.

Giuseppe Lopinto